Calcutta, prima di diventare famoso

Calcutta, prima di diventare famoso

Side project folli, concerti disastrosi, risse tra amici e tante birre dai kebabbari: storie del Calcutta "privato" raccontate dal suo amico e collaboratore Demented Burrocacao.
31.5.18

Venerdì 25 maggio è uscito Evergreen, il nuovo album di Calcutta su Bomba Dischi. Per l'occasione, abbiamo pensato di dedicare una serie di articoli al cantautore di Latina. Qualche giorno fa abbiamo pubblicato "Perché mi piace così tanto Calcutta?". Poi, per bilanciare, l'opinione contraria. Abbiamo analizzato i suoi testi. E oggi ci siamo fatti raccontare un po' di storie poco conosciute da uno dei suoi migliori amici, il nostro collaboratore Demented Burrocacao.

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Amarcord, diceva Federico Fellini… I ricordi sono la salsa del futuro, in qualche modo danno sapore e significato a quello che sta accadendo e che accadrà, come l’acqua per una pianta. Sto per parlarvi di una situazione per la quale l’innaffiatoio ha funzionato tanto bene che la pianta è diventata un rampicante: il fenomeno Calcutta.

Saprete che è uscito il disco nuovo l’avrete sicuramente sentito e risentito (io ho già detto la mia); saprete anche che sono uno dei primi ad aver creduto nelle sue capacità coproducendo questo disco qua, quest’altro qua e via dicendo, per cui sono stato contentissimo di vederlo in forma e con, finalmente, le chiavi di se stesso in mano. A questo proposito la redazione di Noisey mi ha chiesto di raccontare un po’ di aneddoti che riguardano la nostra storia di padre e figlio acquisiti, ripescando fra passato e presente in cerca di situazioni poco conosciute ai più, rovistando nei cassetti della memoria. Certo, la mia è, come diceva Paul Mc Cartney, “Almost full”. È quella di un pesce rosso, ma fa sempre bene ricordarsi le proprie origini, da dove si viene e dove si arriva, così è più difficile rimanere stritolati in un certo tipo di meccanismi.

La prima cosa che ho fatto è controllare che quello che sto per raccontarvi non sia finito da qualche altra parte. Ho riletto ad esempio questa intervista che feci a Edo proprio all’uscita di Mainstream e ne sono stato veramente colpito, perché lì lo incalzo molto con il concetto di “inattualità”, cioè del disco che, se rimane, è per la sua peculiarità e non per suoni alla moda, esprimendo le mie perplessità rispetto agli arrangiamenti di Mainstream, che consideravo tutto l’opposto. Adesso non solo lui ha fatto un disco a tutti gli effetti inattuale (e per questo sempre attuale), autoriale, completamente suo, ma io, con lo step del nuovo album, ho capito meglio il senso e l’importanza di Mainstream nel percorso per arrivare a essere, sì, probabilmente un Evergreen. A parte questo, nell’articolo succitato non vi è nessun aneddoto se non quelli anteriori e posteriori alla circostanza in sé, quella dell’intervista, aneddoti che, in effetti, narro con ricchezza di particolari ma nulla di più. Rassicurato da questo, vi parlerò dunque di come ho conosciuto Edo.

No attenzione, fermi tutti! Non mi ricordavo assolutamente che avevo già parlato delle origini del nostro rapporto sul compianto Bastonate, in questo esaustivo articolo del sempre bravo Marco Pecorari. Beh allora perché ripetersi? Skippiamo il perché e il percome e andiamo al sodo con alcuni aneddoti random, a secondo di come mi vengono in mente. La cronologia alla fine è roba per gente che non vive la storia, noi invece ci proiettiamo direttamente negli accadimenti perché siamo gli accadimenti. E quindi, parte la raccolta dei Migliori Momenti Vissuti Con Calcutta.

Le grandi risse con Calcutta

Io e Edo ci vogliamo molto bene, però è capitato un paio di volte che ci volevamo picchiare. Anzi, a dirla tutta ero io che volevo picchiarlo. La prima volta, come potete leggere in Bastonate, ci siamo conosciuti proprio perché le bastonate volevo dargliele. Probabilmente tutto ciò accadde per il vitalismo sfrenato e demenziale che ci era proprio a entrambi e che a volte non era propriamente in sync.

Una volta ci chiamarono a mettere i dischi dopo un concerto di Nada a Latina, se non erro nel 2011, in una villa che era di proprietari equivoci. A noi tocca l'apertura pomeridiana col DJ set, fra un opening act e l’altro. C’eravamo promessi di non toccare neanche una lacrima di superalcolici perché in precedenza avevamo terminato serate e DJ set insieme come due merde sciolte, quindi si andava avanti a succhi di frutta e al massimo qualche birretta. Però a un certo punto vedo che mi arriva Edo da dietro con un whisky, ora non ricordo se Jameson o Red Label, e io gli faccio: "A Edoà, e questo?" E lui: "Ce l’hanno regalato al bar, dai, che sarà, è bono, stiamo attenti e non ci succede niente". Ecco quanto attenti siamo stati. Nada fa il suo concerto, concede dei bis e al momento di finire “Ti stringerò” io decido di andare nel backstage per stringerle, appunto, la mano, portandomi dietro Edo, entrambi in fase di cottura da whisky, sapete, come il risotto quando sfuma. Infervorato grido entusiasta "Nada! Nada!", faccio per entrare e un enorme buttafuori m’intima di fermarmi. Io m’incazzo come una bestia e praticamente la rissa è sfiorata quando vengo portato via da peso da Edo stesso e da un paio di amici.

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Tutto sembra tornare nella normalità e continuiamo il nostro DJ set fino a che non si fa piuttosto tardi. Era un back to back e a un certo punto toccava a me: metto quindi un bel brano di Com Truise che però ha la caratteristica di avere un intro ambient che poi, improvvisamente, sfocia nel danzereccio perso, ma prima doveva montare l’effetto sorpresa. A un certo punto Edo mi fa: "Sto pezzo è troppo lento, la gente non balla, aspè che ne metto uno io". A me normalmente dà un po' al cazzo che in mezzo a un set mi seghino i brani senza che neanche abbiano il tempo di partire, ma mi sono fidato. Sennonché lui mette un brano ancora più lento. Io guardo la pista scioccato, guardo Edo e lui mi fa: "Scusa papà… ho sbajadooo!" Io comincio a rincorrerlo per tutta la villa, con i CDJ che oramai vanno per i fatti loro, cercando di menarlo. Questa cosa dell’inseguimento è durata per tutta la notte, le nostre rispettive partner disperate, amici che dovevano prendere l’aereo di mattina presto nel pallone completo perché impossibilitati a muoversi a causa nostra. Una volta separati, la cosa è proseguita via messaggi telefonici a colpi di "Sgusa" e "T’ammazzo", più qualche capocciata al muro una volta a casa. Inutile dire che il giorno dopo quasi manco ci ricordavamo, ma ce l’hanno ricordato bene le nostre lei che a quel punto erano loro a volerci ammazzare.

Un altro episodio del genere che però non finì proprio così fu nel pieno del periodo Mainstream, a capodanno: Calcutta si esibì in gran segreto al Fanfulla ed era una serata organizzata proprio dal Gaetano della canzone omonima, l’agitatore delle serate REB (La Roma Est Bene), in cui ognuno doveva fare cover a piacere di un gruppo o di un artista. Calcutta avrebbe fatto gli Smiths, io invece Calcutta. Ovviamente non gli dissi nulla per fargli una sorpresa, e in scaletta venivo proprio dopo di lui. Quando salì sul palco, però, con mia somma incazzatura Edo non fece gli Smiths, bensì se stesso, in sostanza bruciandomi il set e anche quello di tutti gli altri, vista la risonanza che all’epoca stava avendo Mainstream. Aveva smontato tutto il concetto delle cover che erano state preparate in maniera certosina da ciascuno di noi. Tra me e me pensai: “Me sa che a Edo il successo je sta a dà alla testa”, però evitai di menarlo, nonostante il tasso alcolico di Capodanno. Salii sul palco e feci una serie di pezzi di Edo in versione inglese, focalizzandomi sui meno gettonati, finendo in bellezza con una cover psichedelica di "Grazie Roma": a lui piacquero molto, mi ringraziò, ci parlammo e pace fu. Del resto non ricordo nulla se non che limonammo pure i pavimenti.

Il leggendario tour a San Marino

Come forse saprete (e se non lo sapete ve lo dico ora), io e Calcutta facevamo sovente minitour insieme, sia da solisti che accompagnandoci a vicenda come backing band, soprattutto nel periodo Sabaudian Tapes, quando giravamo per le cittadine di mare cavalcando la hit “Mi piace andare al mare”. Ci siamo spesso trovati in situazioni surreali, alcune delle quali sono irraccontabili, un po’ perché è meglio tacere determinati personaggi imbarazzanti e un po’ perché non me le ricordo, ero sicuramente sbronzo (ultimamente sono andato a suonare a Riccione e non mi ricordavo assolutamente che avevamo fatto una data lì!). Anche perché spesso, a esibirsi insieme con noi, c’era anche Pop X, per non citare anche i Camillas, cosa che non aiutava molto la lucidità.

Una data che mi ricordo è quella a San Marino: Calcutta, Trapcoustic e Pop X, più Flavio Scutti (ex-Le Rose) a fare un cameo di ciaramella. La situazione è proprio da sagra di paese, con due vecchi in croce, panini con salsiccia, vino e altra roba del genere. Io incomincio subito ad attaccarmi ai banchetti dei salumi tipici ripetendo in loop "salamino salamino", con Edo a guardarmi come se fossi un malato di mente allo stadio terminale. L'organizzatore viene da noi e ci dice: ”Ragazzi, fate quello che volete, carta bianca, mi raccomando solo di non bestemmiare perché il sindaco è particolarmente sensibile alla faccenda”. Colpiti da questa richiesta, decidiamo di fare fioretto.

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È il momento del check di Calcutta: io lo accompagno a chitarra acustica e tastiera. Provo la chitarra e faccio i “sa sa prova” di rito al microfono, quando dal monitor improvvisamente mi arriva una botta di feedback che mi trapana il timpano e mi esce automaticamente dalla bocca una madonna potentissima, impreziosita dall'eco multitap che il fonico ha pensato bene di mettere alla voce. Edo, in lacrime dalle risate, prevede già il sabotaggio del suo set, o come minimo un’escalation devastante. Ma le prove vanno bene e, posati gli strumenti, andiamo ovviamente a carburare con del buon vino.

Arriva il momento dell’esibizione, suoniamo l’incipit di “Giannantono” e tutto pare andare per il verso giusto. Poi ecco i pezzi con la chitarra, e anche qui tutto ok. Arriva il momento in cui vado di tastiera mentre Edo suona la chitarra e ci accorgiamo che la tastiera è fuori tonalità. Ci guardiamo inizialmente spaesati, poi io prendo una decisione drastica: facciamo i vaghi e continuiamo senza fermarci, il rock non si può fermare. Soltanto alla fine scopriamo la verità: qualcuno di noi (e ancora non sappiamo chi) aveva appoggiato la chitarra sopra la tastiera accesa, pigiando inavvertitamente il bottone del pitch e portandolo clamorosamente a terra. Pur non avendo io colpe, Edo non mi ha mai perdonato di non aver smesso di suonare una volta . Tanto che, in effetti, mi ha lasciato fuori dalla backing band del tour di Mainstream. Un po’ perché ovviamente ho troppi progetti, un po’ perché “e se poi me fai la cazzata de San Marino?” Tranquillo, figlio, tuo padre è cambiato, è maturato, rispondo io alla terza birra da 66.

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Comunque, alla fine di quella giornata, nulla ci ha impedito di chiudere con gioia, brilli sì, ma con un grande spirito inventivo, tanto da registrare un brano a duecento mani chiamato "La Collina del Vento" (titolo ideato da Flavio Scutti). Concepito su una collina ventosa di San Marino, contiene percussioni, strumenti a fiato, Pop X che freestyla con la voce e il suono di un’automobile presa a cazzotti. E il suono di noi che molestiamo il promoter facendogli l’elicottero col pisello in testa.

Calcutta e Trapcoustic vs. Grip Casino

Sono leggendari anche i tour della Geograph Records, la tostissima etichetta di Grip Casino aka Antonio Giannatonio, coproduttore di Forse… con Manuel Cascone dei Nastro, quello che per primo ha accettato di fare un disco a Edo seguendone con cura tutte le fasi di produzione. Ebbene, all’epoca Grip era tipo il nostro manager, o più che altro era entrato in quel ruolo. Quindi ci prendeva da parte prima delle esibizioni e ci diceva: “Ragazzi, dovete essere più pop, basta co 'ste cagate sperimentali, dovete essere pop capito? Dovete spigne, fa' la robba”. E quindi salivamo sul palco con l'idea di essere molto più leggeri, far passare il messaggio, essere pop. Solo che noi, con le chitarre scordate, il più delle volte conciati come stramboidi totali, spesso incapaci di ricordarci i testi e manco la scaletta delle canzoni (in quest'ultima disciplina Calcutta era davvero un asso), anche provandoci, non riuscivamo proprio a snaturarci. Però ce la mettevamo tutta.

La cosa incredibile è che, dopo di noi, saliva sul palco Grip e faceva delle cose assurde, pernacchie nei microfoni, chitarra usata per fare solo feedback, faceva proprio lo schifo disumano, il noise totale. A volte addirittura apriva il concerto così, dopo averci fatto tutta quella ramanzina, al che noi dicevamo: “Aò, ma che cazzo, ce stai a prende' per il culo?” E Giannanta diceva candidamente: “Io non so' bono a fa' il pop, faccio quello che cazzo me pare”. Col senno di poi era carino, ci valorizzava molto tutto sommato, ma all’epoca cercavamo dei modi per sabotare questa cosa, tipo che poi non ce ne fregava un cazzo pure a noi e facevamo anche di peggio. Da qui nacque il brano “Giannantono”, già citato prima, che è l’intro di Sabaudian Tapes. A Grip il brano fa cacare, pensa che sia uno sfottò nei suoi confronti, per noi invece era un sincero omaggio a questa assoluta e quindi psichedelica mancanza di coerenza da parte sua. Alla lunga, naturalmente, ci ha visto lungo, visto che poi Edo ha seguito i suoi consigli facendoli fruttare al massimo.

Le grandi serate "Calendario Italiano"

Edoardo l’ho ospitato a casa mia un botto di volte, praticamente aveva una sua cameretta sempre pronta da me a Torpignattara. Passavamo serate a mangiare e bere, poi magari andavamo al Fanfulla o al Dalverme e poi via, soli fino all’alba a commuoverci alticci sulle note de “La mia donna” dei Pooh, parlando della poetica vitalista di Valerio Negrini, sviscerando la vera essenza del Claudio Baglioni di Assolo o lodando le gesta di Fabio Mancini o di Alexander Rocciasana, nuovi alfieri della musica italiana. I nostri erano laboratori spontanei sul pop italiano. A un certo punto a Edo venne l’idea del “Calendario Italiano”, in cui mi fotografava con in mano le copertine dei dischi italiani più controversi, idea che poi non si è materializzata, nonostante i tanti scatti. Durante i provini di Forse… passavamo giornate intere ad ascoltare di tutto e a cercare nuove soluzioni prendendo spunto da quelle “vecchie” che nessuno si era cagato. Modus operandi che ha continuato ad accompagnarlo, credo, anche nella realizzazione di Evergreen. Ma anche oggi il dibattito non si è concluso: adesso il nostro nuovo playground è Gianni Togni e la sua opera omnia, per dire.

I progetti "provocazione" di Calcutta

Tieni babbo abbiamo fatto un provino a caso ho lasciato spazio alla droga
15 novembre 2014

Questo mi scrisse scherzosamente Edo quando mi mandò la demo di “Cosa mi manchi a fare”, all’epoca ancora battezzata "Camminare". C’è da dire che Edo ha sempre scritto tantissimo, infatti anche adesso nell’hardisk ho tanta roba inedita che se ne faccio un bootleg divento ricco. E a volte si trovano dei pezzi davvero singolari, ad esempio “Chiavi”, che per quanto mi riguarda è uno dei suoi classici ancora da scoprire, oppure “Vm”, o la durissima “Dentro il borgo” che rappresenta uno dei momenti più importanti di un Calcutta inedito che si misura con i Factrix conditi col… pesto (doveva uscire per uno split con tab_ularasa, poi non se ne fece nulla). I fan di Calcutta di ultima generazione non sanno infatti che Edo era avvezzo a un sacco di progetti sperimentali a largo raggio. Fra i tanti (parliamo del collettivo sperimentale minimal glitch Uccelli, con Pop X e Gioacchino Turù, i Comunione, in cui gli archi la facevano da padrone, oppure le canzoni scritte con Seasshe Whitehead del giro Klippa Kloppa, o anche delle parti di chitarra suonate per il Grip Casino di Upstart World e alcuni arrangiamenti per il primo disco di Eva Won), con me ne ha condivisi alcuni che volevo in qualche modo approfondire meglio in queste pagine, giacché non ne ho mai avuto possibilità. Andiamoli a vedere assieme.

Le Suore Adoratrici del Sangue di Cristo

Le Suore sono nate perché a Sabaudia, davanti alla chiesa della città, c’è una conventicola con questo nome. Durante una festa patronale ad agosto abbiamo letto l'insegna e ci siamo immaginati un gruppo di suore impazzite che strepitano bagnandosi ritualmente di sangue. La nostra traduzione di questo concetto mistico e folle post-demartiniano fu un duo performativo in cui io suonavo una chitarra senza corde indossando una maschera da suora imbefanita con tanto di velo, mentre Edo rappresentava il barbone che gridava il suo dolore sdraiato per terra, rigorosamente vestito con vecchi maglioni di recupero. Chiaramente l’effetto era grottesco (e per Edo non era la prima volta, avendo anche militato nei Donna Moderna, collettivo di Latina in cui succedeva davvero di tutto). Accanto a Edo c’erano dei cartoni di Tavernello, usati per riempire un secchio che poi io mi svuotavo lentamente in testa bevendo avidamente il “sangue di Cristo”. Per molti Le Suore Adoratrici sono una delle cose migliori che abbia mai fatto Calcutta, però, ecco, solo il tempo ci dirà se è vero.

I Magici

I Magici sono un duo sempre formato da me e Edo, messo su appositamente per le mostre di Ranius Be, artista poliedrico e batterista di varie formazioni romane (Wow, Random Axes, Maximillian I°, Last Wanks). L’idea iniziale era di suonare all’inaugurazione della sua mostra Magic Mundo e al finissage, poi in teoria avremmo dovuto farlo solo ed esclusivamente nel caso in cui Ranius esponesse qualsiasi altra cosa. I Magici durarono pochissimo, ma registrammo una sonorizzazione della mostra che evocava la colonna sonora di Dark Crystal, tutta sintesi PCM, che poi in effetti per me divenne la base per scrivere Shell (e forse per lui, visti molti barocchismi, anche la base per alcune cose di Evergreen). Ci esibivamo dal vivo con delle bacchette magiche grazie alle quali ci trasformavamo letteralmente in porcellini, evocando le gesta della Sabaudiana maga Circe (bastava un tocco di bacchetta sulle spalle e ci mettevamo le maschere, trucco molto semplice). Dopo la grandissima saga di Capri Psichica (in tempo di Nuova Napoli incredibile e preveggente versione faraglione glo-fi, degna erede delle gesta italo di Nino D’Angelo) condivisa con un certo Polysick, i Magici rappresentano quell’aspetto “fantasy” della musica di Calcutta, prima rimosso e ora ritrovato in brani atipici come “Rai”.

Je Suis Toni Cutrone

Nato e morto come scherzo ai danni di Mai Mai Mai a.k.a., appunto, Toni Cutrone, il progetto vedeva me al violino con Cassandra e Calcutta a fare rumoracci con sacchetti di pane in testa, in un’allucinante impro destrutturata (ovverosia facciamo quello che ci pare e non ce frega un cazzo di quello che esce fuori) che allietò una grande serata al Dalverme. Se ricordo bene seguì poi una delle cose più interessanti mai fatte da Edo, Calcutta Canta Cremonini, in cui il nostro faceva le cover della suddetta popstar aiutandosi con una base da karaoke direttamente sparata da un telefonino cellulare. Forse da lì prese forma il primo concetto alla base di Mainstream, cioè "l’arrangiamento passato dalla mutua".

Il pre-Evergreen dal kebabbaro

Dopo il successo di Mainstream, ovviamente, sono cambiate molte cose. Edo non ha più base a Roma, ma Bologna è diventata la sua roccaforte, e il tempo per vedersi è diventato giocoforza quello che è. Quando passa tra Latina e Roma o io mi sposto in zona emiliana cerchiamo, però, di beccarci il più possibile. Nell’ottobre 2017 passò a trovarmi alla mia serata Ritalin Waves, e c’era anche Pierluca della 148 Produzioni Audiovisive che, oltre ad essere colui che mi fa i video da sempre, adesso li gira anche a Francesco De Leo, sempre in zona Bomba Dischi. A fine serata, ore quattro e mezza di notte, saliamo in tre su una Smart sfidando le forze dell’ordine verso un famoso kebabbaro ad Arco di Travertino, dove, fra duecento birre e alimenti orientali, Edo ci fa sentire i provini di "Orgasmo". È un momento molto particolare, diciamo abbastanza intimo, in cui sia io che Pierluca siamo d’accordo nel preferire la versione che poi in effetti è finita sul disco, che presagiva un cambio di rotta seppur ancora appena abbozzato. Nel corso della serata la gente che passa in macchina saluta dal finestrino sparando "Frosinone" a palla e veniamo avvicinati da molti fan di Edoardo che vogliono farsi la foto con lui, e noi stiamo tutti e tre in condizioni poco consone; soprattutto io e Pierluca, che probabilmente abbiamo fatto la figura dei rimastoni (avremo ruttato e tirato non si sa quanti moccoli per spaventare i poveri ammiratori). Alla fine ce ne andiamo, sempre in tre schiacciati in una Smart, dimenticandoci completamente di pagare. Orgasmo vero.

La dedica che non mi aspettavo

L’ultimo ricordo ha a che vedere con il boom di popolarità che nel dicembre 2016 investì Edoardo. Il 18 dicembre ci fu l’ultima data all’Atlantico di Roma, poiché quella del giorno precedente registrò il tutto esaurito. Andai provvisto di accredito e pass per il backstage insieme con altri compagni di merende di Roma Est. Era la prima volta che vedevo Edoardo live in un contesto del genere, con ragazzini a cantare a squarciagola i suoi pezzi e soprattutto capaci di richiedergli un solo brano a loop per tutta la durata del concerto senza colpo ferire. Prima mi ero sempre rifiutato di andare a vederlo perché pensavo che mi sarei sentito a disagio. Non è facile riuscire a prendere per le palle un pubblico simile, io stesso da spettatore ero imbarazzato per lui. Ma il concerto fu chirurgico, riuscendo a mettere insieme il pop da stadio con momenti più weirdo, soprattutto quando Edo si ritrovava solo con la sua chitarra. Io ero emozionato. Sapete, come quando vostro figlio improvvisamente comincia a “imparare a camminare”.

Quella sera fece molte dediche, ma a me dedicò "Albero". Il testo di quel brano era particolarmente calzante, visto che era un po’ di tempo che la mia vita procedeva senza di lui. Il prezzo del successo, a volte senza che le parti in causa lo vogliano, allontana fagocitandoti tra le onde. Quando entrai in camerino fu bellissimo, ci abbracciammo come se non fosse cambiato nulla nella sua vita, e in effetti è così ogni volta che ci vediamo. Forse dire che entrammo in camerino è riduttivo, diciamo che io e la mia comitiva entrammo facendo subito incetta del catering e dei superalcolici in dotazione, a gamba tesa, scoattando come dei boss della mafia Rom. Io gli faccio: “Grazie per la dedica su 'Albero', è un pezzone, mi hai fatto commuovere”. E lui: “Ma come, non ti ricordi? Abbiamo buttato giù i rivolti degli accordi a casa tua, sul pianoforte”. In quel momento mi ricordai, stavamo io, lui, carta, penna e un foglio di quaderno pentagrammato delle medie, fuori un temporale in arrivo, incertezze sul futuro di quello che sarebbe diventato Mainstream. Che ora sono certezze: strana la vita, eh?

Epilogo

Certo, è molto difficile “metter nel cassetto problemi e ricordi”, soprattutto quando, in un mondo così lanciato verso un muro di gomma, non si ha mai tempo per fare il punto della situazione. In questo caso, e nel caso di Edo, lascio invece aperte le virgolette, perché ci aspetta un radioso futuro, ne sono certo. In fondo, qualsiasi cosa accada, “il mondo è un tavolo e noi siamo le briciole” giusto? Volendo possiamo sempre fare come Dario Hübner.

Demented è su Twitter: @DementedThement.

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