Le recensioni della settimana

Quali dischi ci hanno fatto esprimere delle opinioni questa settimana: Arcade Fire, Ty Segall, Vic Mensa e altri.
03 agosto 2017, 11:08am

Noisey è cresciuto e non usa più le faccine col vomito, ma le recensioni restano sempre scritte da persone piene di problemi che non vogliono necessariamente essere prese sul serio.

TY SEGALL
Fried Shallots
(Drag City)

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Un paio di fine settimana fa sono andato in Toscana a trovare mia nonna e i miei zii e siamo andati a mangiare "Alla svolta del podere", che in realtà a quanto ho scoperto successivamente è un ristorante che si chiama "Il sottobosco" e sta in provincia di Badia Tedalda (shoutout alla provincia di Arezzo). L'approccio del cameriere è stato "Facciamo noi?" A una nostra risposta affermativa è cominciato ad arrivare l'antipasto: un piatto di affettati e formaggi, due scodelle di salsine di carne con del pane abbrustolito, un piatto di polenta con panna, salsiccia e funghi. Stavo già pregustando i primi e i secondi quando il buon cameriere è apparso all'orizzonte con un vassoio ricoperto di cose gialline e croccanti. Avvicinandosi, ha dichiarato: "Cipolle fritte. Le finiamo?" Ora, non so cosa pensiate voi delle cipolle fritte, ma io credo con tutto il mio cuore che siano nella top 3 assoluta dei cibi fritti assieme ai gamberi e ai fiori di zucca. E non avevo mai mangiato delle cipolle fritte come quelle, ragazzi: croccantissime, leggere come una piuma, salate come il Mar Morto. Quindi vi consiglio caldamente di investire cinque euro nell'acquisto del nuovo EP di Ty Segall, i cui profitti andranno tutti all'Unione Americana per la Libertà Civili, intitolato allo scalogno fritto—che, essendo il fratello minore della cipolla, ha tutto un set di sapori e superfici per cui le vostre bocche vi ringrazieranno per anni a venire. Così quando sarete vecchi e potrete mangiare solo omogenizzati dal cucchiaino dell'infermiera ripenserete a quando eravate giovani e ascoltavate il garage e davate soldi in beneficienza contro il bigottismo e vi mangiavate piante bulbose fritte—e vi si incresperà un sorriso sulle labbra.
DADDY JANKULOWSKI (EA)

THE FALL
New Facts Emerge
(Cherry Red)

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Ho il dubbio che recensire un album dei Fall sia un atto puramente futile. A questo punto, viene da pensare che soltanto chi conosce e ama la leggenda di Mark E. Smith possa capire. I Fall non sono una band, la loro musica si può considerare a malapena tale a questo punto e Mark E. Smith non è un cantante o un compositore. Mark E. Smith è un demone e i Fall sono cavalieri di un'apocalisse molto personale, una routine dell'armageddon che finirà quando MES non potrà più inalare altre anfetamine e ingollare altra birra. New Facts Emerge è un raro disco dei Fall uscito a più di un anno dal precedente da circa 40 anni a questa parte, chissà, forse a causa dei problemi di salute di Smith, dell'alcolismo che non accenna a mollare il colpo, e dell'assenza sul disco della moglie Eleni Poulou che fa pensare all'ennesimo divorzio in arrivo. Nonostante tutto, il William Burroughs di Manchester e i tre avanzi di galera che si porta dietro ormai da decisamente troppo tempo per gli standard della band (11 anni?) sono al 100 percento della forma, azzeccando undici pezzi su undici di post punk assassino, mutante, stralunato ma efficace, con la voce di MES ormai a proprio agio nel meraviglioso e spaventoso mondo del parossismo, della libera associazione e dello sbiascicamento sdentato. Rispetto all'ultimo Sub-Lingual Tablet, comunque un buon disco seppur di maniera, qui l'ispirazione raggiunge livelli altissimi che riportano ai fasti della discografia anni Ottanta, tra riff ripetuti fino all'ipnosi, swagger garage rock e ghignante rockabilly; basta ascoltare "Couples vs. Jobless Mid-30s", "Brillo De Facto" e la delirante "Nine Out Of Ten" per rendersene conto.
PRETE ALLA MODA (GS)

BEN FROST
Threshold of Faith
(Mute)

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Nuovo EP di Ben Frost pubblicato a sorpresa. L'estate scorsa l'australiano è andato a registrare da Steve Albini e se ne è tornato a casa con un paio d'ore di materiale, di cui questi sette pezzi sono la prima testimonianza a venire pubblicata. Uno dei brani è un remix di Lotic, ed è presente anche in una "Albini swing version", che per quanto mi sorprenda doverlo dire è probabilmente la cosa migliore del disco - sembra praticamente un pezzo di Sakamoto. Buono anche il pezzo finale, molto Eno. In pratica le cose più belle di questo lavoro sono quelle meno alla Ben Frost, quelle fatte da altri o quelle più puramente da sottofondo. Per il resto siamo sempre nei soliti territori fatti di atmosfere, tensione, distorsioni, qualche accenno disturbante… Insomma niente che non abbiamo già sentito in tutte le salse e di cui sentissimo particolarmente il bisogno. Un film dell'orrore ad altissimo budget, realizzato in modo tecnicamente impeccabile, ma che sa di già visto e rivisto e che non fa più paura a nessuno. Speriamo che per l'album il Nostro si concentri maggiormente sul resto.
CAPITAN FINDUS (FS)

DECREPIT BIRTH
Axis Mundi
(Nuclear Blast)

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Non sono mai stato un fan del tech death: troppo ostentato, troppo volutamente cerebrale, troppo freddo, troppo poco emotivo. Eppure ci sono, sparsi per il mondo, (pochi) gruppi che riescono a infondere grande personalità nel proprio operato pur suonando quattrocentoventisette scale in sette tredicesimi possibilmente con una otto corde e un basso fretless che per proprietà transitiva di corde non può averne meno di sei. E no, quella palla al cazzo degli Obscura non è tra questi, ma i Decrepit Birth sì. In un mondo giusto Bill Robinson conoscerebbe un successo decisamente maggiore, e non perché da vent'anni fa il senzatetto per scelta nelle spiagge della California e squatta pagando i propri debiti con la sua erba di personale coltivazione (storia vera), ma perché è il cantante dei Decrepit Birth. Sette anni dopo Polaris i californiani guidati da Matt Sotelo tornano a tritare timpani e cervella con un disco che continua a fare dell'accessibilità il suo punto forte, per quanto possa essere accessibile un album di death metal tecnico incentrato sul concetto di Axis Mundi, il punto d'incontro tra terra e cielo, l'intersezione dei quattro punti cardinali, il collegamento tra il mondo di sopra e quello di sotto. Nel senso che il disco non è accessibile per un cazzo, però è proprio bello. Meno complicato di Diminishing Between Worlds, ma per quanto ne dicano i puristi la cosa non è per forza un male, l'unico problemino che ha Axis Mundi è quello di essere uscito sotto Nuclear e di soffrire quindi di una produzione di plastica. Ma prima o poi Nuclear Blast esploderà per davvero e il mondo sarà un posto un po' più giusto. Bonus: cover finali di Metallica, Sepultura e Suffocation.
LE TRECCINE DI TERRANCE HOBBS (AB)

GEODETIC
Broken Consonance
(Maple Death)

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Giunge a fagiolo in questi giorni di luglio con i 40 gradi di Lucifero questa prova di Jukka Reverberi e del prode Claudio Rocchetti. I due sbarattolano synth e drum machine come rifiuti che volano nello spazio scontrandosi simpaticamente e lasciando cadere i loro residui sulla Terra fino a creare un sole radioattivo che tutto rende acremente arancione. Potremmo parlare di post glo-fi o atomic hypnagogic o di EBM abbronzante. Invece diciamo solo che è un bel sentire e che io ho voglia di andare in vacanza.
PANOTTO CICCIOTTO (DB)

VIC MENSA
The Autobiography
(Def Jam)

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Ho sempre sperato che Vic Mensa non si sarebbe mandato la carriera a puttane, e dico subito che The Autobiography—cioè il suo primo album ufficiale—è una bomba. " I've been through things / I've seen things", come dice in "Heaven On Earth", è il pretesto narrativo di tutti i rapper della storia, e con un titolo come "L'Autobiografia" Vic non lascia poi tanto spazio alla fantasia dell'ascoltatore. Il bello è che il suo racconto—ambientato in una Chicago, o Chiraq, violenta e ingiusta—è di quelli raccontati così bene che un punto di riferimento sensato può essere nientepopòdimenoche Kendrick Lamar. Non siamo di fronte al nuovo good kid, m.A.A.d. city, certo ma Vic tira fuori racconti stratificati e complessi nonostante tematiche non proprio originali. Rappa dell'omicidio di un amico, ma lo fa dalla prospettiva dell'assassino. Tira fuori un banger alla Travis Scott, e trasforma quello che a prima vista sembra un elogio dell'ignoranza—"Down for Some Ignorance (Ghetto Anthem)", con Chief Keef e Joey Purp—in una presa di coscienza di quanto possa essere dannosa l'impulsività. Ci sono anche i punti un attimo più pacco, tipo quando fa le canzoni d'amore per la sua tipa quando aveva diciassette anni e scriveva il suo nome sotto ai ponti e se ne esce con similitudini terrificanti e gratuite tipo " Ti dicevo che ti amavo e sotto si sentiva una sparatoria / Un colpo di pistola al cuore non mi avrebbe colpito tanto forte quanto mi avevi colpito tu". Ma se dietro al disco c'è un tizio che nel cuore ha gente tipo J. Cole e ha le capacità per arrivare, col tempo, al suo livello, allora non facciamoci troppe pare e godiamoci 'sto disco, che è un buonissimo esordio.
VIC FOSU-MENSAH (EA)

BADBADNOTGOOD
LateNightTales
(Night Time Stories)

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I BadBadNotGood secondo me non sono affatto male, e il loro ultimo album è molto ok, anche se ha avuto un po' del classico backlash che si beccano i dischi che in qualche modo escono un po' dal circuito più underground e vengono spinti dai siti più fighetti (sì, insomma: le robe che piacciono a Pitchfork). Una delle critiche che ho letto più spesso è una cosa tipo "eh ma è tutto in quattro quarti non è mica jazz, non sono mica così bravi", e probabilmente a chi la pronunciava sfuggiva il fatto che l'ambiente di riferimento era semmai quello hip hop più che quello jazz.
Detto questo, di sicuro sono gente che si ascolta della bella musica, come dimostrano in questo volume della storica serie di compilation LateNightTales (il cui concept, ovviamente è tipo "musica da ascoltare di notte"). Partono coi Boards of Canada, ci infilano un po' di Brasile, un po' di soul-funk, disco africana, (quel gran genio di) Francis Bebey, gli Stereolab che sono uno dei miei gruppi preferiti (come pure i BoC), Thundercat, i Beach Boys, uno spoken esclusivo di Lydia Lunch in chiusura, e un sacco di chicche che potreste non conoscere (tipo la raffinatissima "Lido", presa da un disco di library jazz francese del '71)… Insomma che gli vuoi dire? Bravi, solo quello gli puoi dire.
MOIRA LA TIGRE DEL RIBALTABILE (FS)

BELLOWS
Strand
(Shelter Press)

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Un altro bel dischetto gira nelle orecchie, si vede che è un periodo in cui gli artisti si spogliano delle loro megalomanie e si fermano. E infatti i Bellows si fermano prima di creare musica completa e decodificabile, spezzando i grissini delle loro drum machine e infilandole in una insalata di tonno minimale e che ricorda i bei tempi del bip-hop e del glitch-hop, solo in area più accelerata e stordita da fumi di amianto. Quando arriva il pianoforte però ci tranquillizziamo, perché si vede che tale amianto non è del tutto sbriciolato. Disastro sventato, orecchie felici.
PROF.SSA M.R. SAULLE (DB)

ARCADE FIRE
Everything Now
(Columbia)

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Sia ben chiaro che io sono un apologista degli Arcade Fire e penso che i loro primi tre LP siano ottimi album. E già sapete che sta arrivando un "ma" grande come il palco dei Grammy. Eccolo: MA da quando si sono inventati di essere un gruppo che fa musica da ballare, un gruppo poptimist con il messaggio sociale, il loro declino è lampante. Questo Everything Now è, a tratti, imbarazzante. "Chemistry" è probabilmente la canzone più brutta che i canadesi abbiano mai scritto, e con "i canadesi" non voglio indicare la band, intendo proprio gli abitanti del Canada nella storia. "Infinite Content" e "Infinite_Content", con il loro patetico messaggio tipo "attenzione alla modernità che ti ruba l'anima" fanno venire voglia di schiavizzare ancora più bambini del Sud Est asiatico per far loro costruire delle bare digitali che ci permettano di distrarci con video di gatti anche da morti. Musicalmente, al netto di alcuni suggestivi momenti strumentali ("Creature Comfort") e della voce di Régine Chassagne ancora in grado di emozionare ("Put Your Money On Me"), Everything Now e in generale la svolta dance-pop del gruppo sono un fallimento su tutti i fronti—e la risposta del pubblico e della critica a questo album lo conferma.
MEGLIO UNA GALLINA COTTA (GS)

TAU CROSS
Pillar Of Fire
(Relapse)

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Niente, non posso farcela. Con tutto il massimo rispetto per Rob Miller (sì, The Baron, sì, la voce e il basso degli Amebix), io quando ci sono di mezzo i Voivod non ce la posso fare. È il secondo disco dei Tau Cross, quando uscì l'omonimo ero tutto preso bene: "Dai oh, il Barone che torna a fare un po' di crust", e rimasi deluso. Quando li vidi live la prima volta ero tutto preso bene: "Dai oh, su disco non mi ha convinto, ma il Barone dal vivo si gode sicuro", e rimasi deluso. Pillar Of Fire mi ci ha fatto ricascare: "Dai oh, un'ultima chance", e sono rimasto deluso. I Tau Cross sono molli, esattamente come mi sono sempre sembrati molli i Voivod. Un po' sicuramente sarà anche colpa del Barone, ma romanticamente mi piace pensare che quello sbagliato qui dentro sia Michel Langevin. Non è possibile che in quasi un'ora di disco non succeda nulla. Va bene il basso ciccione, va bene il passatismo e il recupero del post-punk e la nostalgia dei Killing Joke, però è il 2017 e il passatismo ha rotto i coglioni. Soprattutto quando suonato da due tizi famosi per la carica (Miller) e le complessità (Langevin) dei loro pezzi, che mettendosi insieme perdono sia l'una che l'altra cosa. Se Miller non ne può più di forgiare spade, riprenda la lotta regicida degli Amebix.
CRUST PUNK IS NOT DEAD, MA UN PO' ANCHE SÌ (AB)

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