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Sì, ci sarebbero legami tra il rutenio in Nord Italia e la centrale russa di Mayak

Anche se la poca trasparenza della Russia rende difficile andare alle radici del problema, che riguarda anche l'esperimento SOX.

di Silvia Kuna Ballero
15 dicembre 2017, 12:51pm

Struttura di stoccaggio del materiale fissile presso Mayak. Immagine: Wikipedia.

È di qualche giorno fa il comunicato stampa che informa di ritardi nella produzione della sorgente di Sox, il potenziale generatore di antineutrini da installare nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso che ha scatenato una lunga serie di polemiche in Abruzzo. Il contrattempo è dovuto a difficoltà riscontrate dalla Mayak Production Association, l’impresa che produce elementi radioattivi per la ricerca scientifica e la radiologia. L’efficienza del processo di purificazione e concentrazione del cerio-144, l’elemento radioattivo utilizzato per la sorgente, si è rivelata molto inferiore del previsto.

Al momento, non è dato sapere quali sono le cause tecniche di questo inconveniente, che verranno comunicate ufficialmente nei prossimi giorni. Viene però naturale domandarsi se esista un qualche collegamento con la recente dispersione di un altro isotopo radioattivo, il rutenio-106. Per quanto al di sotto della soglia di sicurezza, la sua concentrazione in aria ha rilevato valori insoliti in tutta Europa tra il 27 settembre e il 13 ottobre. L’eccesso di rutenio è stato registrato nel nord Italia, in Francia, Germania, Austria, Romania e Ucraina. Nei giorni successivi, l’IRSN (Istituto di Radioprotezione e Sicurezza Nucleare francese) ha elaborato una mappa dei livelli registrati di rutenio-106; nei giorni 8 e 9 ottobre, l’Ufficio Federale per la Radioprotezione tedesco e il direttore dell’IRSN hanno indicato la zona tra il Volga e gli Urali come probabile origine della perdita.

Inizialmente la Rosatom, ente russo che gestisce l’industria nucleare, ha negato questa possibilità e ha messo in discussione le misure effettuate in Europa, aggiungendo che nessuna delle sue aziende aveva registrato livelli anomali di radioattività. Tuttavia, a metà novembre il servizio meteorologico russo Roshydromet ha riportato di aver rilevato concentrazioni molto alte di rutenio nel distretto federale di Chelyabinsk, negli Urali. Per la precisione, i valori più alti si sono registrati il 25 e 26 settembre nelle stazioni di Argayash e di Novagorniy, rispettivamente 988 e 439 volte rispetto alla norma e a una distanza di circa 25 e 7 km dallo stabilimento di Mayak. La dichiarazione ufficiale da parte della struttura smentiva categoricamente di aver prodotto rutenio in quel periodo, sottolineando nel frattempo che i valori misurati dalla Roshydromet erano 20 mila volte inferiori alla dose annuale consentita e non costituivano alcun rischio per la popolazione.

Attualmente, il documento originale è stato rimosso dal sito della Roshydromet, anche se è reperibile per esempio sulla pagina web della Commissione francese di Ricerca e Informazione Indipendente sulla Radioattività (CRIIRAD). Agli inizi di dicembre, un’ispezione condotta dalla Rosatom presso Mayak ha concluso che lo stabilimento non può essere la sorgente della nube radioattiva, indicando invece un satellite artificiale alimentato a rutenio e precipitato nell’atmosfera come probabile origine della contaminazione. Versione che sembra supportata dal fatto che nei rapporti dell’IRSN non sono stati ufficialmente segnalati aumenti di radioattività legati alla presenza di altri isotopi chimici, che avrebbero inevitabilmente accompagnato il rutenio qualora vi fosse stata un’avaria nello stabilimento di Mayak.

Eppure, ci sono diversi elementi che rendono questa versione non del tutto convincente, a partire da un’indagine dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica secondo cui nessun satellite di questo tipo è caduto sulla Terra negli ultimi mesi. In concomitanza con l’aumento di rutenio, l’Ufficio Federale della Sanità Pubblica svizzero ha registrato picchi nella concentrazione di altri isotopi radioattivi, tra cui il cesio-137 e lo iodio-131, due isotopi radioattivi rilasciati negli incidenti nucleari. Va precisato che si tratta comunque di concentrazioni irrisorie rispetto a quelle rischiose per la salute, ma l’andamento è abbastanza chiaro.

La piattaforma EURDEP (EUropean Radiological Data Exchange Platform), che monitora le misure di radioattività ambientale in 34 paesi europei, riporta aumenti (sempre ben al di sotto della soglia di sicurezza) nelle concentrazioni di questi e altri elementi radioattivi in paesi come Repubblica Ceca, Norvegia, Finlandia nei primi giorni di ottobre. Tra questi, anche il cesio-134 e il rutenio-103 possono originare dall’avaria di un reattore nucleare.

Un altro elemento sospetto è la pubblicazione da parte della Rosatom, in data 21 novembre, di un bando da 30 milioni di rubli (circa 430 mila euro) per la decontaminazione di un’area di tre ettari presso l’impianto 235 di Mayak. Si tratta di una struttura dove le scorie nucleari liquide vengono vetrificate e rese dunque solide, un processo che avviene ad alte temperature. Interpellata, la Rosatom ha affermato che si tratta di un provvedimento per porre un rimedio alla contaminazione causata dall’incidente di Kyštym, risalente al 29 settembre del 1957 e classificato come il terzo più grave nella storia del nucleare, nonché l’unico che sia mai stato riconosciuto ufficialmente dalle autorità sovietiche in questa regione.

L’ultima dichiarazione, risalente a mercoledì, è una ritrattazione molto parziale da parte di Yuri Mokrov, consulente del direttore generale di Mayak, il quale afferma che l’emissione di quantità trascurabili di rutenio da parte della centrale è un effetto di routine del riprocessamento del combustibile nucleare esausto. Lo stesso Mokrov ha ribadito comunque che l’impianto non ha generato alcuna perdita sostanziale.


Di diverso parere è Nadezhna Kutepova, avvocato e attivista per i diritti civili originaria di Ozërsk, la città adiacente allo stabilimento. "Il rutenio potrebbe provenire dall’impianto 235 di Mayak, dove si trova il nuovo forno di vetrificazione per i rifiuti nucleari di alto livello", afferma Kutepova, che dall’ottobre 2015 ha chiesto asilo politico in Francia dopo essere stata accusata di spionaggio ai danni dell’industria nucleare russa, "ma qualunque ipotesi può essere verificata solo effettuando misure di campioni presso lo stabilimento. Dovrebbe essere costituito un gruppo internazionale di ricerca per svolgere indagini sul sito di Mayak, magari nell’ambito del Parlamento Europeo con la partecipazione di professionisti indipendenti e di specialisti provenienti dalle aree contaminate. Ma fino a oggi non esistono un monitoraggio e un controllo indipendenti: di fatto, Mayak controlla se stesso".

La storia dello stabilimento e della sua città satellite nasce e si sviluppa nella segretezza: Ozërsk è nata come città chiusa, inaccessibile ai visitatori, circondata da una zona di esclusione di circa 250 chilometri quadrati. Fino al 1994 né la città né lo stabilimento risultavano nelle anagrafi né comparivano nelle mappe (non a caso il disastro del 1957 è stato reso pubblico solo nel 1989 e ha preso il nome dalla città più vicina che era riportata sulle mappe). Erano gli anni della Guerra Fredda e si lavorava intensamente agli armamenti nucleari. Mayak è nato nel 1945 come centrale per la fabbricazione di plutonio a scopi militari e ovviamente tutto ciò che vi accadeva era segreto di stato, inclusa una nutrita lista di incidenti la cui quasi totalità non sono mai stati riconosciuti ufficialmente dalle autorità sovietiche e russe.

Mappa della traccia radioattiva negli urali degli est corrispondente all’area contaminata dal disastro di Khyštym. Fonte Wikipedia.

Oggi, la Mayak Production Association è un’azienda di riferimento, probabilmente l’unica in grado di soddisfare la domanda di materiale radioattivo da parte degli enti di ricerca e dei reparti di radioterapia di tutta Europa. Non c’è da stupirsi dunque che l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare abbia deciso di rivolgersi proprio a questo stabilimento per la creazione della sorgente di Sox.

L’ipotesi che sembra più probabile sulla base degli indizi è che vi sia stato un incidente alla base sia dell’eccesso di rutenio, sia delle difficoltà tecniche incontrate nella produzione della sorgente. Valutare la portata e la causa di questo incidente non è possibile con i dati a disposizione; non è da escludere che si sia trattato di un evento minore. Quel che è certo invece è che le autorità russe non hanno abbandonato le loro cattive abitudini in fatto di trasparenza.

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