Foto di Dax, per concessione di Putan Club.

I Putan Club sono il re e la regina nomadi dell'underground

Dopo più di mille concerti in quattro anni senza agenzie, promozione o album, arriva finalmente il primo disco dell'instancabile duo no wave italo-francese, naturalmente accompagnato da un tour che inizia stasera a Milano.

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01 dicembre 2017, 11:41am

Foto di Dax, per concessione di Putan Club.

Cosa possa definire l’underground meglio dei Putan Club è difficile da immaginare. Nessuna etichetta discografica, nessun ufficio stampa, nessuna agenzia di booking. Nessun disco ufficiale, almeno fino ad oggi. Tutti gli aspetti della band curati in prima persona. A cominciare dai concerti: organizzati in totale autonomia, una media di 180 date l’anno, più di mille live dalla nascita del gruppo nel 2013. In Europa, Africa, Asia.

Si definiscono come “una cellula di resistenza, organizzata con i mezzi arcaici e immediati del nostro secolo: voce e rumori elettrici, carri armati e parole contate”. È questa la creatura di Gianna Greco e François Cambuzat, che si presentano in due, in versione tanto minimale quanto esplosiva, combattiva, carnale. Basso, chitarra, drum machine, un cantato in francese che concede pochissimo alla melodia. Musicalmente appartengono a quel mondo stortissimo e poetico ispirato dai Birthday Party, con innesti noise, industrial, techno rumorismi vari. Il contatto con il pubblico è fondamentale, e spesso i due scendono tra gli spettatori o rinunciano direttamente al palco durante i loro concerti. Sanno assumere forme diverse, aprendosi a ospiti e collaborazioni, come quella con l’attore francese Denis Lavant (il nome del progetto è Machine Rouge) o con la regina della no wave newyorkese Lydia Lunch.

François Cambuzat è un musicista nomade, che negli anni ha scelto di non stabilirsi in nessun posto, ma di continuare a viaggiare, a suonare in giro, a fondare nuovi progetti. È francese, nato in Vietnam (l’Indocina di cui scriveva Marguerite Duras) da genitori originari del Marocco. La band fa base a Perpignan, a sud, vicino al confine spagnolo, ma ormai raramente suona in Francia. Cambuzat ha preferito esplorare le grandi città europee, Londra, Berlino, Roma, ma soprattutto le “periferie”, i Balcani, la Grecia, sconfinando spesso, anche oggi andando il più possibile in Tunisia. Ha fatto e disfatto band, dai Kim Squad al Gran Teatro Amaro (ah, Artaud c’entra sempre, con la sua furia iconoclasta e quell’idea di spettacolo dal vivo intensissima, irripetibile, sconvolgente), seguendo un percorso diventato negli anni sempre più radicale.

“Per me è soprattutto una questione di etica”, spiega François, “da sempre penso che il ruolo sociale dell’artista sia una cosa importantissima. Cioè non sei il giullare di turno, sul palco. Con i Putan Club il rifiuto è stato questo: facciamo tutto il contrario di quello che si dovrebbe fare, mandiamo a fanculo le agenzie, non facciamo uscire dischi. Non diamo interviste, questa è veramente la prima da cinque anni. Per anni è stato tutto un risparmiare il tempo per essere più liberi. Senza agenzie facciamo 180 concerti l’anno. In tutto il mondo. Il problema forse è che per suonare in giro dobbiamo trovare persone che la pensino come noi, e sono difficili da trovare”.

L’altra metà della band è Gianna Greco, bassista salentina che ha cominciato a suonare giovanissima, soprattutto con le Shotgun Babies. L’incontro con François è avvenuto a Lecce, quando Gianna organizzava concerti con un’associazione e Cambuzat è venuto a suonare con il suo vecchio gruppo L’Enfance Rouge (pubblicati da una certa Wallace Records), assieme alla bassista Chiara Locardi e al batterista Jacopo Andreini.

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Foto di Dax, per concessione di Putan Club.

Gianna condivide con il compagno di band la voglia di esplorare luoghi pregni di vita ed energia. Nel 2011, nel pieno della Rivoluzione dei Gelsomini, è volata in Tunisia per osservare in prima persona quello che stava accadendo nel paese. “Nel momento in cui è scoppiato il tutto” mi racconta, “per me era veramente inevitabile non andare lì. Per me quello è stato, ed è ancora oggi, uno dei momenti più belli che la politica internazionale ci ha potuto regalare. I tunisini sono uno dei popoli più acculturati che io abbia mai incontrato, e quella rivoluzione del popolo è avvenuta proprio per questo, perché sapevano esattamente quello che volevano. Oggi la situazione politica forse non è delle migliori, ma una rivoluzione non nasce e finisce nell’arco di due anni, ha bisogno di tempo, di tantissimi anni. La cosa veramente fantastica poi è il ruolo delle donne. Le donne tunisine sanno farsi rispettare, sanno cosa spetta loro e lottano per ottenerlo. Ho conosciuto poi molte associazioni che lottano per i diritti degli omosessuali. In Tunisia c’è un attivismo sociale e politico che è nettamente superiore a quello italiano. Avremmo tanto da apprendere”.

Questa visione che mette al centro la donna, la sua forza, le sue lotte, è centrale in Filles De Mai . Che è appunto il primo disco pubblicato dai Putan Club, uscito a fine ottobre in formato digitale e da oggi disponibile anche in formato fisico. Esce per Toten Schwan, etichetta con sede a La Spezia, fondata da Marco Valenti. “Avevamo deciso di non pubblicare più album come Putan Club”, spiega Gianna. “La vivevamo come una perdita di tempo, tra promozione e quant’altro. Quattro anni fa tuttavia, visto che il pubblico continuava a chiederci del materiale, abbiamo iniziato a masterizzare il CD con quello che avevamo registrato. Tutti i pezzi sono comunque da sempre gratuiti su internet, scaricabili da tutti. Ma molti volevano il disco. Il masterizzatore di François però è morto qualche tempo fa, il mio lo ha seguito da poco. Oltretutto non avevamo più il tempo di far così, ci siamo trovati a certi concerti a masterizzare sopra il bancone del bar del locale, era un po’ un’assurdità. Nel frattempo, in questi anni di tour in Italia, abbiamo incontrato Marco Valenti. I primi contatti li abbiamo avuti con la rivista Tritacarne, collegata all’etichetta. Abbiamo fatto una serie di interviste, dei report dai concerti, ci ha seguiti davvero per tanto tempo. È una persona fidata, non avremmo pubblicato per altri che per lui”.

Il disco e il ritorno ai live come Putan Club segue all’intenso tour con uno dei progetti paralleli della band, Ifriqiyya Électrique. Durante uno dei vari viaggi i Putan Club si sono infatti imbattuti nella Banga, un particolare rituale della comunità di Haussa, nel deserto del Djerid nel sud della Tunisia. Ne è nato un mix musicale che mette assieme il post-industrial dei Putan Club con questo rituale di adorcismo (il contrario di esorcismo, serve a evocare gli spiriti o indurli a impossessarsi di qualcuno). Il progetto, cui partecipano alcuni musicisti esperti della tradizione della Banga, ha girato molto e sta ottenendo un’esposizione davvero inaspettata. “Il gruppo ha avuto un successo enorme, i festival di quest’estate sono stati incredibili”, mi racconta François. “Siamo stati al Womex in Polonia in autunno, e lì un sacco di festival come lo Sziget ci hanno fissato le date per l’anno dopo. Faremo un mese e mezzo di tournée in Sudamerica, andremo a suonare in Malesia. Da maggio fino a febbraio 2019 siamo impegnati con i live, e questa per noi è una cosa allucinante. E siamo già al lavoro sul secondo disco degli Ifriqiyya”.

Questa sera al Leoncavallo a Milano inizierà il tour di presentazione di Filles De Mai, che in Italia conterà quasi una trentina di date fino a gennaio.

“Tu pensa”, riflette François, “che il Putan Club è nato quasi per scherzo, con questo nome anche provocatorio. L’idea era di metterci al computer, suonarci sopra, e vedere come funzionava con il pubblico quello che sarebbe poi finito su altri progetti. Non era una cosa che doveva durare tanto. E invece abbiamo fatto più di mille concerti finora”.

“Ci alziamo ogni mattina alle 6, suoniamo fino alle 11, e poi fino a mezzanotte ci occupiamo del booking, della promozione e di tutto il resto”, continua François. “Perché tutto questo? Perché fra poco saremo morti. Dunque bisogna vivere facendo quello che si vuole fare, fino in fondo e con dignità. Sai, è il fatto di potersi guardare allo specchio ogni mattina quando ti alzi ed essere fiero. E potersi pagare l’affitto ovviamente, le bollette e tutto il resto. Alla fine questa è la scelta che farebbero tutti, tutti quelli con un po’ di intelligenza e un minimo di etica. Perché sicuramente è quella che può renderci felici”.

Per saperne di più sull’universo Putan Club e sui vari progetti attorno alla band, questo è il sito ufficiale.

Marco è su Twitter: @marcodevidi.

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