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Cos'è stato il falso emo italiano

Quello dei dARI, dei Lost, dei Finley, dei Sonohra e dei Vanilla Sky, quello dei bbrudal e delle scene queen.

di Elia Alovisi
27 settembre 2017, 9:31am

Per "falso emo" italiano intendiamo quello che viene in mente a chiunque non abbia mai sentito i cognomi "Kinsella" e "Picciotto"—e cioè la stragrande maggioranza degli italiani. Intendiamo quello di Netlog e di Myspace. Quello delle frange e dell'eyeliner. Quello dei dARI, dei Lost, dei Finley e dei Vanilla Sky. Quello che per un paio d'anni sembrò poter diventare pop, e poi no.

Come tutti i fenomeni culturali e stilistici nati negli Stati Uniti, l'emo arrivò in Italia un po' più tardi rispetto al resto del mondo. Facciamolo cominciare negli anni Novanta, decennio in cui gruppi come The Offspring, blink-182 e Green Day piegarono l'urgenza del punk in una forma digeribile dal grande pubblico. Le componenti della loro musica erano tre: melodia, brevità, voce lagnosa. Come tre, semplificando, erano i messaggi che lanciavano. Il primo: "È ok essere stupidi, correre nudi per strada, dire cazzo, culo e figa". Il secondo: "Sentirsi tristi per i propri difetti e i propri fallimenti è ok tanto quanto sentirsi incazzati, trova orgoglio nel tuo essere strano". Il terzo: "La politica e il potere? Bleah".

Tutto questo, a chiudere definitivamente l'era del grunge e la sua promessa di genuinità e fatalismo, infranta nel suicidio di Cobain. Bill Clinton era presidente, l'economia andava mediamente bene ed essere infoiati, strambi ma anche un po' ottimisti era piuttosto ok. Come andava bene essere arrabbiati—ma non poi così tanto, che tanto Bush e la Guerra del Golfo non c'erano più. Il pop punk fu l'espressione musicale di questo sentimento. Lo stesso shift rappresentativo avvenne a livello filmico: quello che prima era Clerks, adesso era diventato American Pie. E non è un caso se la colonna sonora di quest'ultimo è piena di pop punk, mentre nel capolavoro di Kevin Smith c'erano i Jesus Lizard.

L'11 settembre 2001 e l'elezione di Bush Jr. cominciarono a far prendere un po' peggio la gente. Fu il terreno perfetto perché l'emo originale—quello dei Kinsella di cui sopra, dei Mineral, dei Braid, dei Promise Ring, che persero il treno della fama per ritrovarlo negli anni dell'emo revival—sfondò nel mainstream americano grazie alla sua interpretazione sporcata di pop e alt-rock a cura di Weezer, Jimmy Eat World e Dashboard Confessional. E quello fu l'inizio della versione dell'emo di maggior successo. I blog, quelli scritti da gente che ascoltava musica vera, perdio, cominciarono a schifarlo. I ragazzini, invece, se ne innamorarono.

Facciamo un salto di qualche anno: i social network sono una cosa, tutti hanno un Myspace, le classifiche sono piene di pezzi di My Chemical Romance, Fall Out Boy e Panic! At the Disco e i forum sono pieni di gente che ne parla. Dell'emo originale, quello incazzato ed epico e sussurrato e spasmodico, non se ne parla più. È stato sostituito da una sua versione più semplice, accessibile alle orecchie di un pubblico ampio, sostenuta dalle ultime palate di soldi di un'industria musicale, a quel punto, agli sgoccioli dei suoi fasti. Diventata dominio comune, la parola "emo" venne presto codificata nella sua forma più patinata, esagerata e ammiccante—senza togliere al lavoro di alcuni dei musicisti della scena, capaci comunque di scrivere dischi di Cristo e la cui influenza è arrivata a toccare pesantemente il rap contemporaneo. E diventando tale, cominciò a permeare altri generi: su tutti il metalcore e il deathcore, che cominciarono a loro volta a subire lo stesso processo di semplificazione e mainstreamizzazione che avevano subito i loro compari emo originali.

E il risultato di tutto ciò, gente, è questo video.

" Oggi le etichette giovanili si sono letteralmente moltiplicate", dice la voce narrante. " Ci sono sempre i dark, i punkettoni, i metallari—ma anche gli house, i truzzi, i poser, le zecche, i nazi, gli emo, i pariolini le lolite, le gothic lolite, brutal, scene queen". I media generalisti non sono mai stati capaci di raccontare fenomeni giovanili senza sembrare dei babbi, e in questo caso Repubblica non fece eccezione. I miei preferiti sono " i poser" e " gli house", ma anche " i nazi" citati mentre viene ripresa una toppa degli Exploited.

Quel video venne caricato nel 2008, quando il falso emo italiano era al suo apice. Contiene tutti i luoghi comuni che solo un vox populi sa generare, su cui il cronista ha probabilmente incalzato i ragazzini—che comunicano la loro passione con tutto il candore dell'adolescenza. " Tutti vanno in giro a dire che gli emo si tajano, ma le canzoni emo parlano anche di felicità, di speranza", dice uno dei pischelli più ragionevoli, mentre altri dicono che lo " stile emo" sia morto " alla fine degli anni Ottanta" e che " i veri emo dovrebbero essere vegetariani". E poi verso la fine del video c'è il celebre ragazzo bbrudal, uno dei primi video-meme della storia recente dell'internet italiano.

Il falso emo italiano, come da nostra tradizione ogni volta che adottiamo una sottocultura anglofona, è una versione un po' più amatoriale e semplicistica dell'originale, con l'aggiunta di una buona dose di immobilismo da discografico italiano indietro di tot anni rispetto al resto del mondo. I precursori involontari del movimento furono gli Zero Assoluto, un duo romano che veniva da un background leggermente privilegiato: il padre di uno di loro era stato direttore del festival di Sanremo dal 1982 al 2000. Cominciarono facendo rap, come si può sentire dal loro primissimo pezzo "In due per uno zero"—una canzone adorabile quanto imbarazzante, con gli scratch, gli accordini e tutta la credibilità del Jovanotti di Jovanotti for President.

Nel giro di qualche anno, però, quella chitarrina acustica avrebbe cominciato a essere accompagnata da testi leggermente malinconici, pucciati nella melassa dell'amore generico tipico della tradizione italiana. Il pezzo più tipicamente emo dei ragazzi è "Semplicemente", non troppo lontano da certe cose dei Dashboard Confessional ma con qualche "na-na-na-na" in più. Gli Zero Assoluto non adottarono mai l'estetica tipica del genere, ma toccarono il mondo teen negli stessi anni in cui questo stava venendo affascinato dall'emo. Diventarono una sorta di gateway band, e sdoganarono quella concezione per cui "chitarre acustiche + bei ragazzi che cantano d'amore = emo" e non "pop italiano normale un po' triste". E così ogni città d'Italia si trovò i suoi due ragazzi con la frangia che cantavano d'amore con le acustiche. A Cremona, la mia, c'erano gli A Chance to Be Romantic.

I successori degli Zero Assoluto, in questo senso, furono i Sonohra. I ragazzi standard bellocci c'erano, le chitarre acustiche c'erano, le frange pure, i testi d'amore anche: e allora era emo. I Sonohra erano due fratelli veronesi che suonavano unplugged nei bar della zona dei pezzi terribili a metà tra folkettino ed elettronica stupida il cui manager, Roberto Tini, che si prese lo sbattimento di trovargli un'etichetta e reimpacchettarli in una forma più appetibile. Il loro trick era semplice: adottare l'estetica emo così da passare per gente che capisce lo zeitgeist ma fare, in realtà, della normalissima canzone italiana. "L'amore", il loro pezzo più famoso, vinse Sanremo Giovani e gli creò attorno abbastanza hype da fargli sfornare un disco di platino, il loro esordio Liberi da sempre.

Liberi da sempre è un disco che contiene più pezzi decisamente falso emo. "Love Show" è vicinissimo a quello che negli Stati Uniti hanno fatto band come A Rocket to the Moon e NeverShoutNever, cioè del punkettino leggero con le acustiche e i testi romantici—ma eseguito da bei ragazzi magri, bianchi e frangiati. Il video di quel pezzo ha dentro tutti i cliché dei video falso emo di quegli anni: girato in modo professionale in una location abbastanza esotica, con un paio di modelle a rappresentare gli interessi amorosi degli artisti di turno, e degli strumenti veri da suonare perché questa è musica vera, insomma.

I Sonohra ressero per qualche anno, registrando anche un album ad Abbey Road e partecipando assiduamente a TRL. I risultati dei loro album successivi dimostrano poi un costante distacco dalla realtà del successo e dal gusto popolare: nel 2012 ci fu una svolta folk con tanto di featuring zampognaro di Hevia che gli regalò un quarto posto in classifica, una partecipazione a Sanremo e l'apparizione in un episodio de "I Cesaroni". Poi, nel 2014, arrivò un fallimentare album su etichetta indipendente, lanciato da un singolo assieme ai Modena City Ramblers degno del festival del bottiglione, ultima prova discografica della loro esistenza. Li vogliamo ricordare così:

I Sonohra, in tutta la loro bellezza.

Altri precursori del falso emo italiano furono i Finley, una band pop punk che, come accadde agli Zero Assoluto, cominciò a funzionare esattamente mentre l'emo stava diventando commercialmente appetibile. Si formarono a Legnano nel 2002 e frequentarono assiduamente il celebre Circolone, locale dell'hinterland milanese che fu per anni e anni il cuore pulsante della scena lombarda. Nel 2004 girarono un video per "Make Up Your Own Mind", che come tutti i sani pezzi pop punk venuti dalla provincia dell'impero comincia con degli "oooh-ooh-ooh-ooooh!" ed è cantato in un inglese un po' imbarazzante.

Poi successe che Claudio Cecchetto entrò nella loro carriera a gamba tesa, li fece cominciare a cantare in italiano e gli aprì le porte dello showbiz. Nel giro di poco, i Finley aprivano i concerti di Pezzali, andavano a TRL e vendevano un botto di copie. "Diventerai una star" è un classico dell'era, un pezzo pop da manuale con un video super, la cui anima emo si palesava solo sul bridge prima del finale: entrava qualche violino e le chitarre si facevano meno spensierate, " Ogni tua verità non mi va / Giochi coi miei sogni dimmi perché", cantavano, parlando a una " stronza"—in perfetta tradizione con la visione maschile tipica del pop punk, vera festa di cazzi come pochi altri generi nella storia della musica.

Per poter cavalcare l'onda del successo, però, i Finley si misero a scrivere anche ballate più tipicamente falso emo: "Fumo e cenere" è la più celebre. Il fatto che erano nelle mani di una casa discografica italiana all'inizio del millennio, però, li portò anche ad accettare collaborazioni improbabili concepite come boost di popolarità—da cui l'indimenticabile accozzaglia con Mondo Marcio in "Dentro alla scatola", creando qualcosa di simile alla versione più sfigata dei Limp Bizkit. Dal 2010 in poi, i Finley cominciarono a "crescere", cioè a diventare una rock band sfigata generica dal successo sempre minore. Oggi sono ancora in attività e fanno RUOCK che prende per il culo l'EDM mettendoci sotto l'EDM.

Il falsi emo di maggior successo furono, però, i dARI. Dietro alla loro ascesa al pop ci fu Massimo Gabutti, cioè il produttore che creò gli Eiffel 65 e seguì Gabry Ponte negli anni dopo il loro scioglimento. Sotto la sua supervisione, il quartetto di Aosta diventò estremamente polarizzante. Questo innanzitutto perché, tra tutte le band dell'epoca, furono quelli che adottarono i cliché estetici emo nella maniera più esagerata, diventando quindi il nome a cui tutti pensavano quando partivano le gag e si trattava di identificare il sacco da boxe di turno. Tutto il resto è merito, o colpa, di "Wale (Tanto Wale)".

"Wale" è un pezzo idiota che funziona esattamente in quanto idiota. Dietro alle chitarrine asettiche e ai tastieroni di maniera, "Wale" contiene per brevi tratti un elemento disco-random a metà tra Alberto Camerini e Ivan Cattaneo—come testimonia il nome del loro primo canale YouTube, cioè "dariVSdiscopoppers". Era uno scontro di mondi quasi interessante, se non fosse per l'atmosfera fastidiosamente ammiccante del progetto. "Wale" era il pezzo da odiare, chiunque tu fossi: bastava rendersi conto che i dARI erano un'operazione basata sull'esasperazione delle caratteristiche fondanti di un determinato stile.

Ma quando fai un pezzo che fa incazzare così tanta gente fai anche parlare di te, e i dARI trovarono quindi una legione di ragazzini e ragazzine disposti a credere volentieri in loro. Sottovuoto Generazionale, il loro esordio, arrivò al dodicesimo posto in classifica, ma l'odio causato da ogni loro singolo—per quanto in misura sempre minore rispetto alla bomba nucleare di astio che fu "Wale"—gli permise di continuare a surfare sull'onda della conversazione generale. Il che convinse Sperling & Kupfer addirittura a stampare un libro su di loro dal geniale titolo tuttoDARIfare. Ne ho provato a cercare una copia per questo articolo, ma non avevo davvero voglia di chiedere ottantasette euro al mio editor.

Sottovuoto generazionale sarebbe stato l'unico, relativo successo dei dARI. Dopo una folgorante "Non pensavo" assieme a Max Pezzali, impreziosita da una barra come "Un'altra opportunità... ME LA VUOI DAREEE wink wink ;)", Dario, Cadio & co cominciarono a svanire. Il loro secondo album risale al 2010 e non contiene alcuna canzone di cui è dato ricordarsi. Sono ancora in attività, i dARI, ed è davvero triste vedere dove sono finiti—cioè a fare le copie loffie di "Che ne sanno i 2000" con dentro le citazioni di "We Will Rock You" dei Queen.

I Lost, in tutta la loro bellezza.

Menzione d'onore va anche ai Lost, unico altro gruppo della risma falso emo che riuscì a grattare via un po' di successo prima di scomparire in un oblio fatto di carriere soliste e concerti alla festa patronale di Sant'Antonio di Mavignola. Messi sotto contratto dalla Carosello dopo aver partecipato a un contest di TRL, i Lost decisero di chiamare il loro album d'esordio XD, condannandolo immediatamente a gag per le generazioni successive cresciute con un diverso vocabolario internettiano. Ci lasciano in eredità qualche video dal budget gonfiato a dismisura, come quello di "Standby", girato a Los Angeles e quello di "Tra pioggia e nuvole", ambientato ad Amsterdam—una location scelta per "la sua emotività: la sensazione che la band voleva trasmettere a chi lo guardava", come spiega la descrizione del video su YouTube.

Il falso emo italiano durò un paio d'anni, e morì nell'esatto momento in cui diventò il soggetto di un trio "comico" di Zelig, che provò anche a pubblicare un libro per farci due soldi. Il falso emo italiano, passato per il frullatore della sensibilità generalista, diventò una macchietta fatta di punchline su frange, dolore e suicidio. Uno scherzo per chiunque, tranne che per i ragazzini che lo avevano scelto per esprimere la loro gioventù—uno stile come tanti altri ce ne sono stati e ci saranno, oggi dimenticato e bistrattato ma comunque espressione di una piccola finestra sulle sottoculture giovanili dell'inizio del millennio. Non una colpa, o un motivo di vergogna per i musicisti coinvolti: solo un biennio un po' strano nelle loro carriere, scoppiato come un palloncino dopo essere stato bucato dall'ago del mercato e del ricambio generazionale.

Oggi i tempi sono cambiati, e quelli che un tempo facevano screamo di maniera a nome "Upon This Dawning" oggi fanno trap ugualmente di maniera a nome "Danien & Theø". Prima odiavano le ragazze che li mollavano e parlavano di tramonti, oggi odiano le ragazze che dicono di scopare e parlano di erba. Ma sempre di italianizzazioni di tendenze estere si tratta, e nella coscienza comune italiana "emo" resta tutto quello di cui si è parlato qua sopra. Qualcosa di macchiettistico e passeggero—l'esatto contrario di quello che l'emo è veramente.

Se fossero ancora assieme, troveresti Elia ai concerti degli Empire! Empire! (I Was a Lonely Estate). Lo trovi su Instagram.

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