Cosa succederebbe se in Italia si riaprissero le case chiuse

Matteo Salvini l'ha proposto, ma servirebbe davvero a rendere l'Italia un paese più "civile"? L'abbiamo chiesto a un'esperta.

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gen 19 2018, 10:07am

Grab via Twitter.

Come ogni campagna elettorale che si rispetti, anche in questa—seppure sia solo all’inizio—i leader dei vari partiti hanno già stilato una lunga lista di ricette e iniziative per risolvere tutti i nostri problemi.

Qualche giorno fa il leader della Lega Matteo Salvini ha tirato fuori un suo vecchio cavallo di battaglia: la riapertura delle case chiuse. “Oggi la prostituzione è gestita dalla criminalità organizzata sia per uomini che per donne. Possiamo dire mi lavo la coscienza, faccio finta di nulla, lascio che siano in mezzo ad una strada a vendere il loro corpo senza controlli, senza garanzia igienico-sanitaria, economica, previdenziale,” ha spiegato a Radio1. “Oppure faccio come fanno gli austriaci, gli svizzeri, i tedeschi, i belgi, gli olandesi.”

Già a febbraio dello scorso anno il segretario della Lega aveva parlato della “proposta di regolamentare, legalizzare, ripulire, togliere dalle strade e tassare la prostituzione.” Ed era tornato sull’argomento anche in estate, promettendo, una volta al governo, di “riaprire le CASE CHIUSE, pulite, controllare e tassate, come in tanti Paesi civili.”

In generale, dall’approvazione (oramai 60 anni fa) della legge Merlin, che ha abolito la regolamentazione della prostituzione, quella della riapertura delle case chiuse è una proposta che ciclicamente è venuta fuori.

Ma potrebbe essere effettivamente una soluzione per combattere lo sfruttamento della prostituzione, o è solo demagogia? Cosa succederebbe se una proposta del genere venisse approvata? Per capirlo, ho contattato Giorgia Serughetti, ricercatrice dell’Università di Milano-Bicocca e autrice del saggio Uomini che pagano le donne.

VICE: Pochi giorni fa Matteo Salvini ha annunciato di voler “riaprire le case chiuse.” Come mai periodicamente qualche forza politica tira fuori la questione?
Giorgia Serughetti: È un tema che solletica moltissimo l’immaginario, non da oggi né da ieri, ma più o meno da quando la legge Merlin ha chiuso i bordelli di stato, nel 1958. Cominciò già prima e dura fino a oggi una mitologia del “casino” che sembra intramontabile: Si va dall’ Addio, Wanda! di Indro Montanelli, alle testimonianze raccolte da Pier Paolo Pasolini in Comizi d’amore, fino alle rievocazioni nostalgiche dei nostri giorni.

Più che un tema politicamente rilevante è un’arma di distrazione di massa. Non a caso, Salvini l’ha tirato fuori nel giorno in cui il suo candidato alla Regione Lombardia faceva una “gaffe” clamorosa sulla “razza bianca”. Nella realtà non c’è alcuna intenzione di parlarne seriamente. Nell’ultima legislatura sono state presentate 20 proposte di legge, ma nessuna è andata in discussione. Il tema della prostituzione sembra servire a posizionare i singoli e le forze politiche, non sembra che nessuno abbia seriamente intenzione di affrontarlo per via legislativa. Quel che accade nella realtà è che soprattutto a partire dal 2008 si sono moltiplicate le ordinanze “anti degrado” a livello locale, nella migliore tradizione della polvere sotto il tappeto.

Tariffario ufficiale di un locale di meretricio privato durante il fascismo. Volantino via Museo Delle Case Di Tolleranza.

Hai parlato di “mitologia del casino.” Al di là delle narrazioni, cos’erano effettivamente le case chiuse?
Senza mezzi termini erano delle prigioni, delle istituzioni disciplinari dove i diritti e le libertà individuali erano sospesi. A parte i ritmi e le condizioni di lavoro, molto faticose, le prostitute erano schedate, sottoposte a controlli sanitari obbligatori, recluse nei sanatori se portatrici di malattie veneree. In realtà la Lega e altri che parlano di case chiuse non intendono i bordelli di Stato, nelle loro proposte si riferiscono ad appartamenti privati, con un numero massimo limitatissimo di persone che lavorino in forme di autogestione.

Questo per dire che “case chiuse” serve più a evocare un’immagine antica, che a veicolare una proposta politica. Resta comunque, in queste proposte, un forte accento disciplinare, di controllo sui corpi di chi esercita la prostituzione, e questo rappresenta un elemento di continuità con quel passato.

Ma è vero che riaprire le case chiuse garantirebbe più sicurezza per chi si prostituisce, spesso vittima di aggressioni in strada?
Riaprire le case di tolleranza del passato certamente no, provocherebbe solo più discriminazione, stigmatizzazione, esclusione sociale. Ma il punto è che, comunque si immaginino delle case autorizzate, non esiste alcuna evidenza che aprendole e regolamentandole possa sparire la prostituzione di strada. Perché è questo ciò che in realtà si vuole ottenere.

Il problema è che sulle strade si trova una grande prevalenza di soggetti che non vogliono esercitare la prostituzione al chiuso in forma registrata e anche tanti che non possono e non potrebbero neanche se volessero, perché non hanno i titoli di soggiorno necessari. Di fatto le ipotesi di regolamentazione spesso sembrano voler dividere la prostituzione “alta”—italiana o almeno europea, bianca, autonoma—da quella “bassa”—povera, straniera, sfruttata—per professionalizzare la prima ed eliminare la seconda. Eliminare la seconda però significa o repressione ed espulsione, oppure programmi di “salvataggio” calati dall’alto, senza l’accordo e la partecipazione delle “vittime”, quindi destinati evidentemente a fallire.

Restituire allo Stato il controllo è davvero un modo di affrontare il problema dello sfruttamento della prostituzione? O, come sostengono i contrari, sarebbe un favore per i trafficanti di esseri umani?
In realtà le evidenze che abbiamo a disposizione non permettono di sostenere né l’una né l’altra tesi. Non è possibile provare né una causalità diretta tra la legalizzazione a l’aumento di tratta e sfruttamento, né tra la legalizzazione e la loro diminuzione. Quel che si può sostenere con una certa ragionevolezza è che in situazioni di maggiore legalità può essere favorita l’emersione delle situazioni di sfruttamento, per la maggiore fiducia che si può creare, in generale, tra le lavoratrici sessuali e le forze dell’ordine, i servizi sociali, il sistema giudiziario.

Ma ovviamente perché questo succeda servono normative mirate a rafforzare i diritti di chi si prostituisce, non dispositivi di controllo, invasivi della privacy o punitivi. Questi ultimi possono solo moltiplicare la vulnerabilità di chi vi è soggetto, creare situazioni di doppia o tripla irregolarità (per esempio: in aggiunta all’irregolarità rispetto alle leggi sull'immigrazione l’irregolarità rispetto alle leggi sulla prostituzione) per chi non ha i requisiti o non si conforma alle regole.

La proposta, secondo il leader della Lega, ci metterebbe al pari dei “paesi più civili.” Come funziona effettivamente negli altri paesi europei?
In Europa la situazione è molto mossa e variegata. Ci sono paesi “civili” che hanno scelto la regolamentazione, altri la depenalizzazione, altri ancora quella particolare forma di proibizionismo che è il modello svedese: punire i clienti, non le prostitute—e questo modello è stato introdotto da poco anche in Francia e in Irlanda. Il modello a cui guardano i fautori della regolamentazione sono soprattutto Olanda, Germania e Svizzera [ dove la prostituzione è legale].

Però quelle normative sono state pensate per rafforzare la tutela dei diritti di chi si prostituisce, non per difendere la società dalla prostituzione. Che poi, non si può negare che nell’applicazione queste leggi abbiano molti difetti. Ma c’è una bella differenza tra l’approccio ad esempio di Salvini e la logica che ha portato paesi come l’Olanda o la Germania a riformare le loro leggi all’inizio del nuovo millennio. Per dirne una, in entrambi i paesi sono state consultate le organizzazioni di sex worker. Non mi risulta che la Lega l’abbia mai fatto.

A sostegno della riapertura delle case chiuse viene spesso portata una questione medica, legata alle malattie sessualmente trasmissibili. Esiste un problema di protezione della salute pubblica?
Il problema di salute pubblica non è la prostituzione, è il sesso non protetto. Quello della salute è uno degli aspetti più paradossali di questo dibattito: le lavoratrici sessuali sono molto attente a fare sesso in modo protetto, sono i clienti—sette su dieci—a chiedere di farlo senza. Quindi qui l’ipocrisia è somma perché si vorrebbe la sicurezza della salute delle prostitute, attraverso controlli medici costanti, per proteggere i clienti e la società intera, ma nessuna responsabilizzazione dei clienti.

Un altro argomento pro-case chiuse riguarda il fatto che lo Stato si riapproprierebbe di introiti che al momento vanno alla criminalità.
Gli introiti sono almeno di tre tipi: quelli leciti delle sex worker, quelli illeciti di chi presta qualunque tipo di servizi (che commette reato di favoreggiamento) e quelli criminali di chi sfrutta la prostituzione. Quelli dei primi due tipi si possono far emergere, quelli della tratta e dello sfruttamento non si può certo pensare di farli diventare guadagni dello stato.

Perciò bisognerebbe capire meglio di che introiti stiamo parlando. Però va ricordato che già oggi lo stato tassa i proventi della prostituzione, quando ne viene a conoscenza (ci sono in proposito due sentenze della Corte di Cassazione). Per questo giustamente le organizzazioni di sex worker protestano: solo doveri, nessun diritto?

Quale sarebbe, secondo te, un approccio corretto al fenomeno della prostituzione?
Fondamentalmente penso che tanto l’approccio proibizionista (anche quello alla svedese) quanto quello di iper-regolamentazione finiscano per aggravare la vulnerabilità di chi si prostituisce. E perciò vadano evitati, incluse le varie forme di divieto di prostituzione in strada.

Credo invece che sia corretto depenalizzare alcune condotte collegate a questo fenomeno per consentire forme di auto-organizzazione, di mutua assistenza, e rafforzare la posizione di chi oggi esercita questo lavoro in modo volontario. Ma senza abbandonare alcuni principi essenziali della legge Merlin: il divieto di schedatura/registrazione, e il divieto di controlli sanitari obbligatori. Terrei anche il divieto delle “case di tolleranza,” nel senso che trovo sbagliato che la prostituzione altrui possa essere gestita da chi non la esercita.

Parallelamente, serve un impegno a tutto campo contro la tratta a scopo di sfruttamento sessuale, che oggi spesso si intreccia ad altri fenomeni come quello dell’asilo. E senza dimenticare che si dovrebbero affrontare le cause della prostituzione e soprattutto dello sfruttamento sessuale: le diseguaglianze economiche e sociali, le discriminazioni (pensiamo alle persone trans), le politiche delle frontiere che costringono le donne che vogliono migrare ad affidarsi alle stesse reti che poi le sfruttano, la cultura sessista diffusa.

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