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sicurezza

In Italia qualcuno sta pensando di combattere il terrorismo con le api

Alcuni ricercatori italiani ritengono che le api, grazie al loro olfatto formidabile, possano diventare efficaci agenti anti-terrorismo specializzati nell’individuazione di esplosivi.
1.2.16
Foto di PollyDot via Pixabay

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In questo periodo di allarmi terrorismo e controlli serrati in aeroporti, stazioni e monumenti, un aiuto importante per garantire la sicurezza potrebbe essere fornito da un piccolo, insospettabile strumento. Alcuni ricercatori ritengono infatti che le api, grazie al loro olfatto particolarmente sviluppato, possano diventare efficaci agenti anti-terrorismo, specializzati nell'individuazione di esplosivi.

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Anche in Italia qualche anno fa è partito un progetto di ricerca chiamato Apiboom e condotto dai ricercatori del CREA di Bologna, con la collaborazione  del DiSTA dell'Università di Bologna e con il Centro Agricoltura Ambiente 'Giorgio Nicoli' di Crevalcore (BO). Ha ricevuto i finanziamenti del Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali nel 2009, ma i fondi sono stati tagliati nel 2011. Lo scopo del progetto, secondo un articolo pubblicato da alcuni ricercatori che hanno partecipato alla ricerca, è di "valutare l'effettiva possibilità di utilizzo delle api nel rilevamento degli esplosivi, per una possibile applicazione nei controlli di sicurezza in ambienti chiusi."

Le api sono infatti degli straordinari "bioindicatori," e sono in grado di fornire numerose informazioni riguardo all'ambiente in cui vivono: vengono usate per rilevare l'inquinamento ambientale, effettuando un monitoraggio delle particelle trasportate sui loro corpi durante i numerosi viaggi giornalieri compiuti alla ricerca di nettare, polline o acqua. Altra caratteristica delle api è il loro sviluppatissimo senso dell'olfatto: nonostante il sistema di percezione olfattiva sia paragonabile a quello umano, le api possono vantare un "apprendimento degli odori" molto più avanzato.

"Per la stragrande maggioranza delle molecole basta una sola esposizione perché l'ape possa fissarne nella memoria l'odore," si legge nell'articolo. "Il sistema olfattivo delle api è straordinariamente sviluppato ed è in grado di percepire e discriminare molte sostanze con una elevata precisione."

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Proprio per questo, alcuni ricercatori hanno pensato di addestrare le api a individuare la presenza di esplosivi dal semplice odore. A un determinato odore viene associata una ricompensa, ovvero una goccia di liquido zuccherino: a quel punto le api allungano la ligula, la sorta di "lingua" con cui le api prelevano il nettare. Una volta memorizzato l'odore, le api estraggono automaticamente la ligula, indicando, nel caso della sperimentazione con gli esplosivi, la presenza di una o più molecole volatili associate a una determinata sostanza esplosiva.

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"I sistemi che erano stati messi a punto negli Stati Uniti - ma credo anche in Inghilterra - prevedono che l'ape sia completamente immobilizzata dentro una struttura molto costrittiva, che in pratica la lascia libera soltanto di estroflettere la ligula," ha spiegato a VICE News Bettina Maccagnani, ricercatrice del Centro Agricoltura Ambiente 'Giorgio Nicoli.' "Il nostro obiettivo [col progetto Apiboom] era invece di appurare se fosse possibile ottenere lo stesso risultato, cioè riconoscere un comportamento dell'ape associabile alla presenza dell'esplosivo, in api un pochino più libere."

Il team ha infatti ideato un prototipo basato un piccolo contenitore in cui vengono inserite sei api, lasciate libere di spostarsi; viene poi convogliato verso il contenitore un flusso d'aria contenente piccole quantità d'esplosivo. Le api, addestrate anche qui ad associare l'odore a una ricompensa, si dirigono nella zona del dispositivo dove, durante l'addestramento, gli veniva somministrata la sostanza zuccherina. Grazie a dei sensori, i ricercatori sono in grado di registrare con precisione se le api allungano o meno la ligula, segnalando quindi la presenza di esplosivo.

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L'obiettivo è stato raggiunto: i ricercatori coinvolti nel progetto sono riusciti a realizzare un prototipo funzionante. Ma circa un anno e mezzo dopo l'inizio del progetto, il ministero ha smesso di erogare i fondi e le ricerche si sono fermate di lì a poco. "Purtroppo come succede spessissimo nelle ricerche, l'abbiamo portata avanti ancora per un po', ne abbiamo fatto anche una tesi di laurea. Poi ovviamente conclusa la fase sperimentale, e con la messa a punto di questo sistema che funziona - per ora è un prototipo - non abbiamo più proseguito," ha detto Maccagnani.

Secondo la ricercatrice, ci sono pro e contro nell'utilizzo delle api: l'addestramento è estremamente rapido rispetto a quello dei cani, tanto che ci vogliono solo 2 o 3 ore per addestrare un'ape; ma al tempo stesso, la durata della vita delle api è molto limitata, e possono lavorare fino a un massimo di dieci giorni. Al momento sono in uso anche i cosiddetti 'nasi elettronici,' apparecchi che riescono a rilevare la presenza di sostanze esplosive. "Diciamo che l'integrazione dei vari sistemi è sempre la cosa migliore," ha spiegato Maccagnani.

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L'uso delle api costrette in piccoli contenitori è particolarmente utile per controllare ambienti chiusi, come aeroporti, stazioni o valige. Ma i pionieri dell'uso delle api per rilevare la presenza di esplosivi, tra i quali il professor Jerry Bromenshenk dell'Università del Montana, hanno incentrato la loro ricerca sull'individuazione di mine anti-uomo, utilizzando quindi l'intero alveare all'aria aperta. In questo caso, la sfida è riuscire a controllare l'alveare e capire quando le api hanno effettivamente individuato una mina: quando puntano un punto del terreno in cui non ci sono fiori, ci sono grandi probabilità che lì sotto ci sia una mina.

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"Alcune ricerche riportano che [queste tecniche] sono state applicate, o almeno sperimentate, durante o dopo le guerre del Golfo, ma anche dopo le guerre nei Balcani," ha detto Maccagnani. "La tecnologia sta andando particolarmente avanti, per cui non è detto che questa tecnica non possa diventare veramente funzionante nel giro di un tempo ragionevole."

Il problema è che molti di questi studi, un tempo facilmente reperibili online, sembrano essere stati secretati, in quanto patrocinati da agenzie governative come il Pentagono americano. Le ricerche non vengono pubblicizzate nemmeno nei siti specialistici, in quanto ormai sottoposte a segreto militare. Secondo Maccagnani, questo contribuisce a rendere difficile la ripartenza del progetto Apiboom.

"Data la ripresa dell'interesse stiamo pensando di riprovare a cercare un canale di finanziamento, per vedere se riusciamo a farci approvare un nuovo progetto," ha affermato. "Il prototipo c'è, quello siamo arrivati a svilupparlo. Il problema è che il ministero di riferimento sarebbe quello della Difesa, ma noi non abbiamo agganci o conoscenze, non ci sono bandi con cui si possano fare delle richieste di finanziamento aperte o libere. Francamente - ha concluso - non sono ottimista sulla possibilità di un nuovo finanziamento."


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Foto di PollyDot rilasciata con licenza Creative Commons