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Perché non si riesce a sgomberare la sede occupata di CasaPound?

Dio, Patria e Occupazioni: una breve storia della sede di CasaPound a Roma.

di Leonardo Bianchi
24 ottobre 2018, 8:10am

La sede di CasaPound. Foto via Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0).

All'inizio del 2019, il comune di Roma ha approvato una mozione—votata dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle—che impegnava la sindaca Virginia Raggi ad “attivarsi presso gli organi competenti affinché sia predisposto lo sgombero immediato” dello stabile occupato da CasaPound in via Napoleone III.

Il 20 febbraio del 2018 è arrivata la risposta del ministero dell'economia guidato da Giovanni Tria; ed è una risposta negativa, perché il palazzo di proprietà del Demanio "non è a rischio crollo, e non presenta nemmeno particolari problemi sotto il profilo igienico."

Di fatto il ministero ha fatto propria la linea di Matteo Salvini, di cui i "fascisti del terzo millennio" sono stati alleati, che non ha mai indicato l'edificio tra le priorità. Per l'occasione, riproponiamo questa analisi sulla genesi dell'occupazione di CasaPound e sul perché sia così difficile da sgomberare.

A intervalli più o meno regolari, nella Capitale e sulle cronache torna alla ribalta l’annosa vicenda della sede occupata dai “fascisti del terzo millennio” nel quartiere Esquilino. Un’occupazione dall’ormai lunga storia, che è utile ripercorrere per capire come siamo arrivati a questo punto.

Partiamo dall’inizio. Il 26 dicembre del 2003 dei militanti di CasaPound—che l’anno precedente avevano occupato un palazzo abbandonato nella periferia di Roma, dandogli il nome di “CasaMontag”—entra nello stabile di via Napoleone III, vuoto e di proprietà demaniale (fino ad allora aveva ospitato dei locali del Ministero dell’Istruzione).

Si tratta della prima “occupazione a scopo abitativo” (“o.s.a.”) del gruppo di estrema destra, che si appropria di modi e pratiche dei movimenti di sinistra per la casa. Nonostante la relativa novità, all’epoca, né la stampa né le forze dell’ordine sembrano dargli troppo peso. Come testimoniato da Domenico Di Tullio, l’avvocato di CPI e autore di Nessun dolore. Una storia di CasaPound, l’intervento della polizia la mattina del 27 dicembre non è seguito da alcuno sgombero.

La sede di quello che poi diventerà un vero e proprio partito politico viene ribattezzata “Ambasciata d’Italia,” visto che si trova nel cuore di un quartiere multietnico come l’Esquilino. In una recente inchiesta, L’Espresso ha evidenziato i rimpalli burocratici tra Miur e Demanio. Il primo ha presentato una denuncia subito dopo l’occupazione, salvo poi riconsegnare il palazzo al demanio per “cessate esigenze istituzionali”; il secondo ha chiesto al Miur di fare qualcosa contro l’occupazione, che a sua volta ha continuato a rispondere di “non avere più in carico il bene.”

A ogni modo, ricorda l’antropologa Maddalena Gretel Cammelli in Fascisti del terzo millennio, negli anni diverse amministrazioni si interessano allo stabile. La giunta Veltroni, ad esempio, esprime “interesse e attenzione verso le sorti degli occupanti dell’immobile” di via Napoleone III attraverso la delibera 206 del 2007. Tuttavia, non si tratta di alcun riconoscimento del “valore storico” dell’occupazione, come ha dichiarato nel 2012 Gianluca Iannone. Piuttosto, scrive Cammelli, è un’agevolazione: l’inclusione dello stabile nell’allegato A2 è “una garanzia per le 17 famiglie occupanti lo stabile, alle quali si promette un tetto sostitutivo” in caso di sgombero.

Nel 2010, sotto la giunta Alemanno, l’edificio sparisce addirittura dalla mappa degli stabili occupati compilata dalla commissione sicurezza del Campidoglio. Due anni dopo si prova ad andare oltre: in un piano, infatti, figura l’acquisto dell’immobile da parte del comune di Roma per un valore di 11.8 milioni di euro. In altre parole, l’amministrazione capitolina vorrebbe “rilevare il palazzo per garantire la persistenza dell’occupazione.” L’operazione però salta, anche a causa delle denunce dei consiglieri di opposizione.

Si arriva così al 2016, quando il commissario straordinario Francesco Tronca compila una lista prioritaria di 16 immobili da sgomberare. Tra questi non è inclusa CasaPound, che figura in una lista più ampia di stabili non interessati da sgomberi. La decisione è quindi rinviata a “successivi provvedimenti” che, però, non sono mai arrivati.

Stando a quanto ha rilevato L’Espresso, “nessuno sa se qui abbiano preso casa famiglie veramente in stato di bisogno. Quell’edificio è un’isola abusiva di fatto sconosciuta, mai censita” dai servizi comunali. Sappiamo però che in quell’immobile ci vivono diversi leader di CPI, tra cui Iannone (e la moglie) e Davide Di Stefano, fratello di Stefano. Inoltre, è la “sede amministrativa di cooperative e associazioni” che fanno parte di quella rete usata dai neofascisti per fare propaganda in modo più o meno sotterraneo.

Certo, ogni tanto girano voci di un possibile sgombero. Nel gennaio del 2018, ad esempio, Iannone disse senza mezzi termini che “sarebbe un atto di guerra. Ma se non altro vorrà dire che, in un’epoca ignobile come questa, anche noi avremo la possibilità di morire per un’idea.” Ad oggi, tuttavia, “non ci sono provvedimenti dell’autorità giudiziaria” sull’immobile; c’è, appunto, l’indagine della Corte dei Conti partita dopo l’articolo dell’Espresso.

Il punto è che in quasi quindici anni nessuno ha voluto affrontare seriamente la questione, e quello che lascia sorpresi è l’incredibile tolleranza di cui hanno sempre beneficiato i “fascisti del terzo millennio”. Ma del resto, quelli di via Napoleone III sono gli unici occupanti che cenano amabilmente con l’attuale ministro dell’interno. Che preoccupazioni potranno mai avere?

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