Attualità

Il film dei The Jackal non vale un video dei The Jackal

Detto in tutta onestà mi caccio spesso in situazioni domestiche in cui qualcuno a un certo punto se ne esce con “Vi devo far vedere assolutamente questo video”: una frase che in uno schioppo trasforma degli amici proattivi in quattro mostri starnazzanti che perdono la cognizione del tempo. Vi ricorda qualcosa? Tipo episodi della vostra vita, vero?

A prescindere dal fatto che la vostra esistenza possa piacervi o meno così com’è, personalmente in queste situazioni mi sono imbattuto spesso nei video dei The Jackal. Per esempio la web serie “Lost in Google”, in cui Simone Ruzzo si perde nei meandri di Google dopo aver googlato Google; “Gay ingenui” in cui le Ciro e Simone rilasciano endorfine in momenti molto bromance; o in “gli effetti di Gomorra sulla gente” in cui è il nonsense a prevalere almeno fino a quando non spunta Roberto Saviano. Tutti hanno milioni di visualizzazioni, quindi non è il caso di dirvi cose che già sapete.

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Quello che probabilmente vi sarà sfuggito è che i The Jackal esistono dal 2006. Da quell’anno il gruppo di amici inizia a pubblicare i primi lavori, col tempo a utilizzare attrezzature migliori, a inserire nuove persone e saltuariamente personaggi noti—fino alla fondazione della casa di produzione omonima che macina soldi e visibilità grazie a collaborazioni con brand, organizzazioni e testate come Fanpage. Senza tralasciare il fatto che negli ultimi anni si sono visti sempre più spesso anche in tv, e hanno addirittura aperto la 60esima edizione dei David di Donatello insieme al premio Oscar Paolo Sorrentino e Alessandro Cattelan. Quindi in tutto questo nulla da ridire.

Non so se sia un po’ per questa sorta di upgrade costante, ma in un’intervista rilasciata qualche tempo fa a Rolling Stone—con ormai oltre 1.6 milioni di fan su Facebook—i The Jackal hanno dichiarato di non voler essere chiamati “gruppo di youtuber”, piuttosto un collettivo di videomaker. Ma la domanda sorge spontanea: che senso ha rinnegare le proprie origini?

Prima che un gallo cantasse tre volte, la più plausibile delle risposte mi è giunta sotto forma di Addio Fottuti Musi Verdi—cioè il primo film dei The Jackal, diretto ovviamente dal loro regista Francesco Ebbasta. Si tratta di una “commedia fantascientifica” che ruota intorno alle vicende di Ciro (Priello): un grafico che non riuscendo a trovare il lavoro che vorrebbe svolgere a Napoli, viene assunto incredibilmente da degli alieni somiglianti a degli Umpa Luma dopo aver mandato alla cazzo un curriculum nello spazio. Altri personaggi notabili sono: Matilda (Beatrice Arnera), la ragazza di Ciro che vuole andare all’estero sul pianeta terra per cercare fortuna; e Fabio (Balsamo), l’amico nerd che gira e monta video di matrimoni di dubbio gusto insieme al padre.

Guardando il trailer tutto quello che avete appena letto torna, e sembra ancor più chiara anche l’iperbole alla base della trama. Ovvero: il tema dei giovani cervelli che se ne vanno dal nostro paese portato talmente all’esasperazione da rendere verosimile un trasferimento nello spazio.

In generale uno degli elementi di forza dei video dei The Jackal è che il più delle volte prendono come spunto di partenza l’hot topic del momento (più o meno serio, più o meno “Gli effetti di Despacito sulla gente”). Ancor prima di vedere il film, quindi, il tema scelto non mi convinceva molto per almeno tre motivi: innanzitutto perché cadere nella retorica della questione giovanile, anche provando con registri diversi, è molto facile; poi perché da chi già nel 2011 creava web serie tramite le interazioni del pubblico, ti aspetti qualcosa di più innovativo; e infine perché i The Jackal sono un esempio di giovani Under 35 che di una passione hanno fatto un lavoro—quindi non proprio un esempio calzante. Ma siccome ci sono state occasioni in cui hanno descritto con acume e ironia argomenti delicati—penso per esempio al video satirico sul rapporto tra italiani e immigrazione per Anno Uno—e il trailer presentava i ritmi serrati dei loro video, ho pensato che dovessi stare senza pensieri (cit.).

Non è andata proprio così: nonostante la qualità degli effetti speciali superi anche le citazioni di Man in Black e di altri blockbuster americani anni Ottanta, la verità è che non basta a coprire il gap tra le aspettative di chi conosce i loro video e il risultato complessivo del film. Nonostante venga data una parte a Fortunato Ciellino e Salvatore Esposito da Gomorra “come tributo ai fan” più affezionati, l’escamotage non innesca l’effetto déjà-vu. E sebbene qualche sorriso scappi, la sceneggiatura non è abbastanza efficace da non farsi distrarre dalle notifiche di Instagram mentre si è in sala.

Attenzione: da qui in poi, possibili spoiler sulla trama del film.

Se i primi due terzi del film sono piuttosto coesi, è l’ultima mezz’ora che ti induce a pensare che qualcuno ti abbia spostato in un’altra sala senza che tu te ne accorgessi. Senza voler spoilerare troppo, si tratta della parte in cui il parallelismo con la grande metafora che dovrebbe reggere per tutto il film sparisce all’improvviso per lasciare spazio a diverse sequenze d’azione tra dei corridoi spaziali non così necessarie. Un’anomalia che si manifesta con forza quando nel finale si cerca di riacciuffare il filo della narrazione.

Adesso uno potrebbe dire anche chi se ne frega, perché chi se ne frega, ma il problema è che è proprio il finale a farti incazzare. L’epilogo della storia del protagonista contraddice del tutto i presupposti iniziali del film: Ciro alla fine dei giri si accontenta, trova un altro posto di lavoro che non è proprio quello dei suoi sogni ma che comunque potrà dargli una certa stabilità, soprattutto emotiva.

Quindi la risposta al “Fino a dove sei disposto a spingerti per trovare lavoro” da cui i The Jackal hanno detto di essere partiti si riduce davvero a questo? Si trattava solo di una commedia all’italiana con effetti speciali? Avere la conferma che dovremo probabilmente accontentarci nella vita, cosa di cui siamo tutti abbastanza consci, da chi “ce l’ha fatta” dovrebbe avere una qualche utilità?

Non so dare una risposta a tutti questi questi quesiti, ma a pensarci bene questa concezione molto verghiana non è nuova nei The Jackal. Nel video “30 ANNI – sabato sera”, per esempio, il personaggio di Ciro, che non vuole ammettere di essere cresciuto, alla fine comprende che le abitudini con l’età inevitabilmente cambiano. Ma questa era una cosa sensata, durava meno di 20 minuti, ed era gratis.

Del resto, a voler guardare tutta la questione un po’ più da lontano, Addio Fottuti Musi Verdi non è che l’ulteriore conferma di un fenomeno che negli ultimi anni si sta ripetendo spesso: il salto degli youtuber al cinema. Soltanto che il più delle volte—dati del botteghino alla mano—il passo si è rivelato più lungo della gamba. Un po’ a tutti sarà capitato anche di sfuggita d’imbattersi nei video di Greta Menchi, Favij, Leonardo De Carli, Zoda, The Pills, ma in quanti qui possono confermare di aver visto al cinema— no, in streaming non vale—i loro film?

Ultimamente, i The Jackal hanno affermato più volte che vorrebbero sviluppare una serie tv—un po’ da sempre i loro video sembrano molto più adatti a questo tipo di format, piuttosto che a un lungometraggio. Il ritmo serrato, le battute pronte, i cliché funzionali, l’introduzione di guest star sono elementi costanti delle migliori sit-com da 20 minuti a episodio.

Insomma, non mi stupirebbe se al massimo tra un paio di anni ci ritrovassimo i The Jackal accanto a Don Matteo nella libreria di Netlix. Il loro posto, almeno per il momento, è lì.

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