Per le Nazioni Unite la libertà di espressione online è un diritto umano

L'ultima risoluzioni delle Nazioni Unite rende la libertà di espressione online un diritto umano, e molti paesi non sono contenti di ciò.
05 luglio 2016, 10:33am
Immagine: Flickr/sanjitbakshi.

Lo scorso venerdì il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che porta i diritti umani del mondo offline in quello online, condannando la pratica della censura su internet in ogni sua forma.

Titolata "La promozione, la protezione e la presenza dei diritti umani su Internet," la risoluzione promuove un internet libero e aperto affermando esplicitamente che la libertà di espressione è un diritto universale slegato da qualunque tipo di confine o medium. Inoltre, condanna inequivocabilmente le azioni governative contro blogger dissidenti e ogni sforzo operato per prevenire o disturbare l'accesso a internet.

La risoluzione segue il sentiero battuto da tre recenti risoluzioni delle Nazioni Unite relative a internet: le risoluzioni del 2012 e del 2014 che garantivano la libertà di parola online, e quella del 2015 che affermava che la crittazione e l'anonimato online sono diritti umani basilari.

Secondo Article 19, una organizzazione a favore della libertà di parola e uno dei supporter più in vista dell'ultima risoluzione, l'atto promulgato dalle Nazioni Uniti è stato motivato dallo stesso spirito delle precedenti risoluzioni, ovvero la convinzione che "gli stessi diritti che le persone hanno offline devono essere protetti allo stesso modo online." La risoluzione prende in prestito molto del linguaggio sfruttato in quelle del 2012 e del 2014, ma il nuovo atto fornisce un trattamento più solido e robusto al problema della libertà di espressione online.

La risoluzione è stata portata avanti da un'iniziativa congiunta di Stati Uniti, Svezia, Nigeria, Turchia, Brasile e Tunisia, ed è una risposta alle crescenti misure di censura online operate da paesi che hanno ostacolato in parte o del tutto l'accesso a internet da parte della popolazione, come nel caso della Turchia, del Brasile o della Tunisia.

Le ragioni che hanno giustificato questi blackout di internet spesso hanno a che fare con questioni di sicurezza nazionale anche se—a differenza di quanto affermato da Donald Trump—in tempi di crisi bloccare internet non migliora le cose. A volte la censura ha giustificazioni decisamente più bizzarre, come quando l'Iraq ha impedito l'accesso a internet per evitare che gli studenti, a maggio, copiassero durante gli esami.

Altre nazioni, in particolare la Cina, hanno politiche di gestione della rete decisamente più esplicite, specie quando si tratta di censura online, operazione che oggi costituirebbe una violazione dei diritti umani. Lo stesso vale per paesi come la Russia o il Venezuela, che hanno reso chiaro più di una volta il fatto che l'espressione di disaccordo politico online non sarà tollerata.

Forse non sorprendentemente, sono stati proprio la Cina, la Russia, l'India e altri 12 paesi non proprio conosciuti come paladini della libertà di espressione a portare avanti la crociata contro quest'ultima risoluzione. I paesi hanno avanzato quattro emendamenti al linguaggio usato dalla risoluzione (ognuno dei quali è stato valutato, ma nessuno adottato), in particolare per scremare dal documento finale espressioni come: "a prescindere da confini," "attraverso qualunque medium sfruttato," e "un approccio basato sul principio dei diritti umani."

Con l'eccezione del Sud Africa e della Bolivia, tutti i paesi che hanno cercato di emendare o di porre veto sulla risoluzione hanno censurato—totalmente o in parte—internet negli ultimi cinque anni.

La risoluzione è stata inizialmente programmato per il voto per lo scorso giovedì, ma il voto è stato rimandato a venerdì dopo che il dibattito sul linguaggio dell'atto si è acceso. Article 19, l'Electronic Frontier Foundation e un'altra serie di gruppi per i diritti su internet apprezzano il risultato della risoluzione, ma in futuro vogliono ottenere documenti più marcati e dal linguaggio più preciso.

"Anche se la risoluzione articola forti standard per i diritti umani, la situazione globale per la libertà di espressione online necessita di un impegno più specifico e dettagliato da parte degli stati," ha spiegato Thomas Hughes, direttore esecutivo di Article 19.

"Siamo delusi dal fatto che democrazie come il Sud Africa, l'Indonesia e l'India abbiano votato in favore di emendamenti ostili atti a indebolire la libertà di espressione online, i governi sono chiamati ad agire ora e subito per rispettare l'impegno internazionale adottato da questa risoluzione per proteggere la libertà di espressione e altri diritti umani online."g