Valeria Scrilatti ha fotografato le ultime borgate di Roma Est
Roma, agosto 2015 - Via Casilina Vecchia. Modellino del Colosseo accanto all'acquedotto Felice.
Contrasto

Valeria Scrilatti ha fotografato le ultime borgate di Roma Est

"Sicuramente non mi viene da fare un'associazione fra questa parte di città e il degrado. Soprattutto perché la mia idea di degrado non passa attraverso uno stimolo di tipo visivo, ma dalla percezione dell'abbandono."
Niccolò Carradori
Florence, IT
20 dicembre 2016, 8:15am

Contrasto è il punto di riferimento per il fotogiornalismo in Italia. Da 30 anni rappresenta alcuni dei migliori fotografi e fotoreporter italiani ed esteri, oltre a diverse agenzie internazionali come la Magnum. Quella che state leggendo è la seconda stagione della rubrica in collaborazione tra Contrasto e VICE Italia, in cui intervisteremo alcuni dei nostri fotogiornalisti italiani preferiti per farci raccontare le storie e le scelte dietro il loro lavoro. In questa puntata abbiamo parlato di Roma, borgate e romani con Valeria Scrilatti.

Se esiste un argomento che in questi anni ha identificato il dibattito su Roma, è sicuramente quello sulla gestione urbana e sociale delle periferie o dei quartieri più marginali della città.

Nell'estate del 2014 Valeria Scrilatti, formatasi alla Libera Accademia di Belle Arti di Firenze, ha deciso di realizzare un progetto fotografico che fosse in grado di restituire allo spettatore la realtà di Roma est, attraversando e fotografando il tessuto sociale e urbano che la costituisce.

D'altra parte fin dall'inizio della carriera di Scrilatti il tema della membrana che ricopre il rapporto fra uno spazio e gli esseri viventi che lo abitano è stato piuttosto netto: uno dei suoi lavori iniziali, Almost Wild, è tutto giocato sui contrasti fra gli habitat artificiali degli zoo e gli animali al loro interno.

Roma, agosto 2014 - Casiino 23. Davide abita a Roma da sempre, tranne non molto frequenti soggiorni all'estero in paesi svantaggiati per conto della ONG umanitaria per cui lavora. Nel "tempo liberato" si batte per la difesa dell'ambiente, cerca di praticare uno stile di vita sostenibile e di difendere il territorio dagli attacchi multipli del "turbo-capitalismo". Tutte le foto di Valeria Scrilatti/Contrasto.

Da questo tipo di filtro e approccio, dopo un anno e mezzo di lavoro, è scaturito Est: una serie di foto che puntano lo sguardo su aspetti molto variegati di quartieri come il Pigneto o Casal Bertone—la morfologia architettonica, i volti e le stanze degli abitanti, la quotidianità delle comunità straniere—ma che riesce a restituire una prospettiva che punta verso un'unica via di fuga. Una commistione fra vecchie dinamiche di borgata e i nuovi contrasti di quartieri in continuo mutamento.

Qualche tempo fa l'ho contattata per parlarne, e mi ha raccontato come è nato il progetto, come si è sviluppato il suo filtro visivo, e che tipo di atmosfera si vive in quello che oggi rappresenta il cuscinetto fra la periferia romana e il "luna park per turisti" che è diventato il centro di Roma.

Roma, dicembre 2015 - Quadraro Vecchio, via dei Ciceri. Alfred e Angelin, di origine albanese, prendono il caffè nel cortile di casa. Alfred lavora come fotografo.

VICE: Come ti sei avvicinata alla fotografia?
Valeria Scrilatti: Ho studiato all'Accademia di Belle Arti di Firenze, avevo iniziato un corso di pittura. Avevo anche un corso di fotografia, che avevo scelto anche un po' per i crediti... e invece poi frequentandolo si è invertito tutto, e ho abbandonato la pittura per dedicarmi totalmente alla fotografia. Inizialmente la mia impronta era fortemente condizionata dall'ambiente in cui era nato il mio interesse per la fotografia: era tutto molto più incentrato sull'arte, e staccato dalla fotografia di reportage. Dopo aver finito l'Accademia ho passato un anno a Berlino, dopodiché ho deciso di trasferirmi a Roma e quando sono arrivata le mie prospettive sono cambiate. Probabilmente è stata anche la città a influenzarmi.

Ci sono altre cose che ti hanno influenzato?
In realtà non penso di avere delle influenze dirette—diciamo che i primi lavori non era molto pensati, sono andata molto di pancia, in un certo senso anche con la soffusa intenzione di arrivare a qualcosa che andasse contro la tecnica: in Almost Wild ad esempio ho realizzato questi scatti tagliati di animali. I lavori più recenti invece seguono uno sguardo preciso.

Roma, dicembre 2014 - Quadraro Vecchio, Casal Bertone, via Diana, palazzina ristrutturata.

Come è nato il progetto su Roma est?
Roma est rappresenta una parte della città, come ad esempio il Pigneto, di cui si è parlato molto negli ultimi anni. C'era una sovraesposizione piuttosto forte quando ho iniziato. Il mio obiettivo era osservare un agglomerato urbano che stratificandosi nel tempo è diventato quasi un addensamento unico: iniziare a pensare ai quartieri in cui ho lavorato—Casal Bertone, Pigneto, Tor Pignattara e Quadraro—come un'unica porzione. Quella parte della città che pur non facendo parte della periferia mantiene gli elementi di marginalità della periferia. E poi evidenziare come tutti questi quartieri erano nati senza alcuna progettualità: semplici pezzi di stratificazione urbana e speculazione che nel periodo che va dagli anni Venti agli anni Settanta si sono sommati fra loro.

Roma, dicembre 2015 - Veduta sulle abitazioni di Tor Pignattara da via Guido Cora.

Quali sono questi elementi periferici?
Sicuramente quel tipo di memoria da "prima borgata" che è associata all'immaginario pasoliniano. Anche se in realtà molti quartieri ormai non sono più avvicinabili a quel tipo di atmosfera: alcune zone hanno completamente perso quella cultura proletaria. E questo è un altro aspetto che mi interessava—sottolineare come siano zone in continua trasformazione.

E come hai impostato il lavoro?
Inizialmente mi sono semplicemente detta che volevo lavorare su quella mezza luna che divideva la città vera e propria dalla periferia, e quindi ho iniziato a mappare la zona. Ho fatto un lavoro di studio, poi, sulla nascita di questi quartieri e sui primi fenomeni di migrazione dal sud Italia. Poi, quando il lavoro era quasi al termine, mi sono confrontata con Pierluigi Cervelli, un docente ricercatore della Sapienza che si è occupato molto di urbanistica e periferie, per capire se le mie scelte rispecchiassero la coerenza che tentavo di perseguire. Abbiamo ragionato insieme, partendo proprio dall'urbanistica di questa parte di Roma. Volevo evidenziare come la struttura di un quartiere influenzi la società che lo abita, e non soltanto il contrario.

Roma, dicembre 2015 - Tor Pignattara, Parco Giordano Sangalli. Ragazzi della comunità pakistana giocano a pallavolo.

È interessante, questo concetto di "cuscinetto" fra città e periferia autentica...
Assolutamente. Il taglio del mio lavoro da questo punto di vista vuole essere infatti positivo. Se vuoi, rispetto alle foto di architettura anche un po' ironico. Quando dico positivo, però, non intendo fiabesco. Ci sono ovviamente anche delle tensioni, ma sono proprio queste realtà che poi spesso sono fraintese dai media: quando sono andata al parco Sangalli per occuparmi della comunità ecuadoriana, e ho spiegato il progetto, loro inizialmente erano un po' titubanti, perché in passato i giornalisti avevano raccontato una realtà distorta.

Diciamo che sono dei quartieri con una buona base di partenza, assolutamente non assimilabili a delle banlieue: a questo mi riferisco quando parlo di taglio positivo.

Roma, dicembre 2015 - Spazio residuale tra Tor Pignattara e Casal Bertone. Charlotte (canadese) e Maël (francese) sono entrambi artisti di strada, e sono a Roma da primavera 2015 fino a Natale 2015. Charlotte ha trovato questo rifugio (nel quale dorme con Maël) girovagando per la periferia. Il loro ricovero è fatto di un materasso e un telone cerato per coprirsi dall'umidità.

E che tipo di immaginario ne esce fuori?
Il mio progetto è durato oltre un anno e mezzo: io sono convinta che anche in questo periodo ristretto Roma est sia cambiata tantissimo. Sicuramente non mi viene da fare un'associazione fra questa parte di città e il degrado. Soprattutto perché la mia idea di degrado non passa attraverso uno stimolo di tipo visivo, ma dalla percezione dell'abbandono.

Questi sono quartieri vissuti in ogni angolo, in cui sussiste quel senso di umanità da borgata. Poi ci sono le realtà autogestite, come quella di Officine Zero, che portano avanti progetti di recupero che si fondano sul mutualismo e la sostenibilità ambientale. A me personalmente è proprio il centro di Roma che comunica un senso di degrado: è stato trasformato in un luna park per turisti.

Roma, luglio 2014 - Tangenziale Est, criticata e controversa poiché costruita a ridosso delle abitazioni, è stata soprannominata dai cittadini "il mostro".

Prima accennavi a un taglio ironico per quanto riguarda le foto architettoniche. Me ne potresti parlare?
Forse ironico è un po' esagerato. In alcune immagini c'è questa volontà di voler far emergere delle contraddizioni e delle tensioni in modo non drammatico, con una sorta di leggerezza di fondo. Per esempio nella foto della tangenziale: sono tre linee che scompaiono accanto a una casa gialla. Avrei potuto scattare quel tipo di foto in molti modi, prendendola ad esempio dal basso con le vie di fuga infinite, che trasmettono la vastità delle opere pubbliche, ma così mi sembrava meno incombente e allo stesso tempo comunicativa.

Che tipo di interazioni hai avuto con le persone che ritraevi?
È stato allo stesso tempo interessante e molto naturale. Devo dire che quasi tutti si sono mostrati subito disponibili, ed è stato di basilare importanza per approfondire lo studio delle zone.

Roma, dicembre 2015 - Quadraro Vecchio, via dei Quintili. Interno della ex-residenza di Claretta (1935-2009, in foto), conosciuto come il più vecchio travestito di Roma, il primo a scendere per strada con i vestiti da donna nell'Italia del 1957.

Te l'ho chiesto perché nel tuo lavoro ci sono anche diverse rappresentazioni di ambienti esterni visti da camere private. E mi chiedevo se non fosse un modo per comunicare come si mescolano le quotidianità dei singoli con la rappresentazione del tessuto urbano.
Sicuramente fotografare gli interni con una visuale esterna era un modo creare un ponte, sì. Un modo per legare tutti i mondi singoli che avevo fotografato in una prospettiva.

Roma, marzo 2016 - Parco delle Energie - Bambini guardano il Lago ex Snia. Balneabile e profondo circa sei metri, il lago è sorto dagli scavi di un cantiere abusivo, in seguito a una falsificazione della mappa nel Piano regolatore al fine di costruire un grande centro commerciale. Durante i lavori della società truffaldina si bucò una falda dalla quale emerse il lago che oggi è considerato una risorsa ambientale nel tessuto urbano e un caso esemplare di lotta tra i tentativi di speculazione e resistenza di chi cerca di preservare spazi per la cittadinanza. È anche conosciuto anche come il lago "liberato".

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