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Tutte le illustrazioni: Jordan Lee / VICE .

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La pandemia ha spinto le persone a comprare di più online e ordinare di più da asporto, aggravando il consumo di plastica usa e getta e pesando su un sistema di smaltimento dei rifiuti già in crisi.
Pallavi Pundir
Delhi, IN
25.9.20

È ora di darsi una svegliata. Per il Global Climate Day of Action, VICE Media Group racconterà solo storie sulla crisi climatica in atto. Clicca qui per leggerle tutte.

Nel 2020, la plastica monouso è diventata un’arma a doppio taglio. Mascherine, camici DPI e guanti sono essenziali per proteggere chi lavora in prima linea negli ospedali, ma il conseguente accumulo di materiali usa e getta sta ingolfando un sistema di smaltimento dei rifiuti già in crisi. Il problema non arriva solo dagli ospedali, ma anche dalle case. Le persone continuano a evitare gli spazi pubblici, ma fanno shopping online e ordinano cibo a casa, con relativi imballaggi di plastica. L’industria del packaging è considerata da tempo problematica, perché è la principale produttrice di rifiuti di plastica. Ma la situazione è peggiorata.

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A luglio, secondo una ricerca demoscopica condotta da YouGov e supportata dalla no-profit Oceana, gli utenti di Amazon negli Stati Uniti hanno comprato online molto più di prima—anche se oltre il 40 percento delle 1.286 persone intervistate ha detto di essere “infastidito” dalla plastica extra degli imballaggi ricevuti.

Nella regione dell’Asia-Pacifico, il 58 percento dei consumatori ha aumentato la frequenza con cui fa shopping online durante la pandemia, stando a un sondaggio di Adobe. Un’altra azienda di consulenza ha riscontrato nei paesi asiatici un incremento dal 16 al 70 percento nella spesa alimentare online.

Enti globali come il Forum economico mondiale (WEF), hanno segnalato questa crescita di dipendenza dalla plastica, sia in campo medico che per gli acquisti privati, già a maggio scorso. L’ondata di consumo di plastica monouso è destinata a scatenare “nuove crisi di salute pubblica,” ha sentenziato il report WEF, specialmente nelle nazioni in via di sviluppo, dove la mala gestione dei rifiuti crea accumuli nelle città o contaminazioni di fiumi e oceani. Questo preoccupa particolarmente, considerato che il mondo rilasciava già 29 milioni di tonnellate di plastica nell’oceano ogni anno prima dello scoppio della pandemia da coronavirus.

Un imballaggio generico per un acquisto online ha questo aspetto:

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Un imballaggio generico per il cibo consegnato a domicilio ha questo aspetto:

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Più spesso che no, questi imballaggi contengono plastica monouso come il pluriball, vaschette di polistirolo o posate usa e getta. Quando non sono smaltite correttamente, ognuna di queste cose si trasforma in microplastica, che finisce nel mare, nel suolo, negli animali marini e, a un certo punto, nei nostri corpi. Studi recenti hanno mostrato che un adulto medio mangia e respira almeno 50.000 particelle di microplastica all’anno, che si accumula nel corpo umano a livelli allarmanti. A questo proposito, nel 2019 il Parlamento Europeo ha approvato la direttiva che metterà al bando l’utilizzo di oggetti in plastica monouso quali piatti, posate, palloncini e cotton fioc a partire dal 2021.

Per quanto l’inquinamento da plastica, soprattutto negli oceani, in Asia sia aggravato da meccanismi di cattiva gestione e smaltimento dei rifiuti, non è certo un problema limitato a questa regione del mondo. A monte, molti degli imballaggi usati in Asia arrivano da multinazionali con sedi in paesi occidentali. E le organizzazioni ambientaliste denunciano da tempo il fatto che i paesi asiatici sono diventati una “discarica” per i ricchi paesi occidentali.

A tal proposito, i nostri colleghi di VICE Asia hanno provato a spiegare come i paesi della regione stanno rispondendo al problema, alcuni con modi più efficaci di altri.

Thailandia

I rifiuti di plastica in Thailandia, paese che conta circa 69 milioni di abitanti, crescono secondo le stime del 12 percento all’anno, cioè 2 milioni di tonnellate. Di queste, solo il 25 percento può essere riutilizzato. Il resto—in grossa parte plastica usa e getta—finisce nelle discariche e nei corsi d’acqua.

Nel 2019, la Thailandia produceva circa 2.000 tonnellate di rifiuti di plastica al giorno. Durante la pandemia da COVID-19, tra gennaio e aprile 2020, quel numero è salito a 3.440 tonnellate al giorno. Solo a Bangkok, il volume di plastica consumata è salito del 62 percento ad aprile, per lo shopping online. La Thailandia importa anche rifiuti di plastica da paesi come Giappone, Hong Kong e Stati Uniti, ed è tra i primi cinque paesi per quantità di plastica che finisce negli oceani.

Nonostante dal 2017 il paese abbia preso l’impegno di ridurre i rifiuti di plastica entro il 2030 e abbia bandito i sacchetti di plastica nei grandi negozi e voglia vietare l’importazione di rifiuti entro il 2021, con la pandemia la lotta alla plastica è “tornata al punto di partenza”—come ha ammesso il governo—con un picco nel consumo di cibo da asporto.

Per smaltire la plastica, il governo thailandese favorisce gli impianti di termovalorizzazione, ma secondo gli esperti questo non fa che incoraggiare il consumo di plastica e l’importazione di rifiuti. Ha però deciso, stranamente, di censurare le buste di plastica in televisione.

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Singapore

Singapore è uno dei paesi più puliti del mondo. Eppure, il Singapore Environment Council (SEC) ha rilevato che gli abitanti di Singapore usano 467 milioni di bottiglie PET e 473 milioni di oggetti di plastica usa e getta (come posate e contenitori del cibo) ogni anno. Secondo un sondaggio condotto tra aprile e maggio, durante il lockdown i residenti di Singapore hanno buttato 1.334 tonnellate di plastica in più.

Stando al report del SEC, solo il 4 percento di tutta la plastica usata nel 2018 è stata riciclata. Nel 2019, Singapore ha spedito 3 milioni di tonnellate di immondizia, di cui il 30 percento era plastica, alla discarica di Semakau, l’unica rimasta nel paese.

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Bangladesh

I sacchetti di polietilene hanno rappresentato la più grossa fetta di plastica usa e getta in Bangladesh durante la pandemia. Una serie di studi precedenti allo scoppio della crisi sanitaria ha riscontrato che solo la capitale Dacca ne consuma 14 milioni ogni giorno. Molti finiscono nei fiumi e nell’oceano. Eppure, sono stati vietati nel 2002.

È stato stimato che il paese ha prodotto 14.500 tonnellate di rifiuti di plastica inquinanti solo nel primo mese di quarantena da COVID-19. Prima, la media era di 3.000 tonnellate di plastica al giorno. Uno studio del 2019 ha ricostruito che il Bangladesh ricicla circa il 36 percento della plastica che consuma, ne porta il 39 percento nelle discariche e abbandona circa il 25 percento nell’ambiente, che finisce poi nel Golfo del Bengala.

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Filippine

Le Filippine sono considerate il terzo paese per inquinamento di plastica nell’oceano. Stando a un report del 2015 di Ocean Conservancy, il paese genera 2,7 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica ogni anno. Una verifica del 2019 ha riscontrato che gli abitanti delle Filippine buttano 48 milioni di sacchetti di plastica, 45 milioni di sacchetti a pellicola sottile, e 163 milioni di bustine di plastica ogni giorno. Come in molti altri paesi, la quarantena da COVID-19 ha costretto anche le Filippine a ridimensionare la lotta contro lo spreco di plastica.

La città di Paranaque ha posticipato l’implementazione del divieto alla plastica monouso da giugno 2020 a gennaio 2021, perché le imprese non riuscivano a seguire le nuove disposizioni a fronte dell’impatto economico del lockdown.

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