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Enrico Silvestrin mi ha detto che i centri sociali sono fighi

Storia dell'Anti MTV Day, il festival indipendente che ha cagato in testa al gigante, e del libro che la racconta.

Cʼera una volta... una MTV ascoltabile. Ma parliamo davvero di tanto tanto tempo fa, in una galassia musicale ormai lontana. Io lʼho persa di vista dopo Brand:New di Massimo Coppola, ai tempi in cui vincevi punti simpatia dicendo “Youʼre dismissed!”. Fu proprio in quel periodo—siamo allʼinizio degli anni Duemila—che un piccolo festival autofinanziato si erse contro la dittatura culturale di quel malvagio impero, e indifferente al pericolo sfidò in campo aperto la sua espressione più perniciosa: gli MTV Days.

Nato come prosecuzione naturale della scena DIY Hardcore anni Novanta, il piccolo festival cercava di mettere in contatto le persone “fuori dagli schemi e fuori dagli schermi”. E lentamente crebbe, e crebbe... al punto che un bel giorno sputò in faccia al tiranno. Chi oggi non sa cosa fosse lʼMTV del tempo, potrebbe pensare: “Perché prendersela con un canale che trasmette perlopiù pessime serie televisive e pubblicità?” Ma allora MTV spadroneggiava, i suoi pochi rivali offrivano scempi antropologici come The Club, e internet non era ancora la panacea universale a cui volentieri sacrifichiamo le nostre cornee e trombe di Eustachio.

Ora che il tiranno è decrepito, però, anche la sua nemesi si è lasciata morire. Ho sempre pensato che fosse “LʼULTIMO” perché a breve finisce il mondo, invece mi hanno confermato che sì, nel suo decimo compleanno questo cigno esala il suo canto. A chiudergli gli occhi e dargli un bacio sulla fronte, un libro coproduzione di Sangue Dischi, Yard Publishing e XM24. Non ci troverete didascalie, nomi, indicazioni, e le foto che vedrete in molti casi non sono quelle degli autori, dei gruppi, dei fedelissimi, ma di gente a caso, forse di passaggio. Di parole ce ne sono poche, e su un foglio a parte.

Ho intervistato Luca “Ottone” Antonozzi e Achille Filipponi (IL fotografo) per capire cosʼè stato questo festival che per un decennio e sempre nello stesso luogo, lʼXM24 di Bologna, ha accolto oltre un centinaio di gruppi da tutta Italia e migliaia di persone. E anche per capire il loro punto di vista su come si documenta unʼesperienza irripetibile e senza compromessi. Ci siamo sentiti via Skype tra Milano, Bologna e Roma, nonostante il motto del festival fosse un puro appello alla presenza fisica hic et nunc: “ESSICI, ora o mai più”. Abbiamo deciso di comune accordo che le contraddizioni giuste esistono.

È impossibile non menzionare qui i Laghetto, il gruppo di cui Luca è batterista, perché questa storia esiste soprattutto grazie a loro. Tra le sue fila non uno, ma due illustrissimi illustratori, Tuono Pettinato e Ratigher (sua la copertina del libro), e infine Nico aka John D. Raudo, autore di tutte le parole del festival, comprese le uniche presenti nel libro.

LʼAnti MTV Day è stato tutto questo. Segue la nostra chiacchierata sulla sua eredità cartacea.

VICE: Mi sentite?
Achille: Dai Luca, rompi il ghiaccio dicendo che hai organizzato per anni un festival fighissimo.
Luca: Allora, potremmo dire due cose...
Achille: Ma no, era una cazzata!

Va bene, tutto dal principio.
Luca: L'AMD nasce in un contesto molto specifico: Bologna 2002, quando lʼMTV Day era una manifestazione che già da due o tre anni funestava in un certo giorno di settembre l'amata città, provocando questa inondazione di gente con lo zaino dell'Invicta che andava di corsa e con qualunque condizione meteorologica per vedersi i propri beniamini al Parco Nord. Era un giorno in cui non si sapeva che cazzo fare perché la città ti veniva espropriata, e l'AMD voleva offrire un'alternativa—la scelta del nome e del giorno è stata una mera questione di marketing. In sostanza, era un festival punk hardcore legato al mondo diy nello stesso giorno in cui la tv generalista di quegli anni organizzava la sua grande manifestazione autocelebrativa pochi metri più in là.

Per approfondimenti, lʼintera filosofia dellʼAMD è egregiamente espressa online nei vostri PIPPONI 1, 2 e 3, giusto?
Achille: Sì. Cʼè anche un quarto pippone nel libro.

Che è lʼunica cosa scritta del libro. Cose che invece non troveremo né sul libro né online?
Luca: Per ogni edizione eravamo soliti produrre adesivi che prendevano per il culo personaggi di MTV. Erano molto belli. La leggenda vuole che l'adesivo "Enrico Silvestrin mi ha detto che i centri sociali sono fighi" sia stato recapitato allo stesso Enrico Silvestrin. Purtroppo non ci è dato sapere che faccia abbia fatto.

Non ci è dato sapere neanche che fine abbia fatto. Quando vi siete accorti che il festival era diventato un punto di riferimento?
Luca: Nel 2006 c'è stato il sorpasso, la vittoria militare numerica sul campo. Quel giorno pioveva in una maniera folle, per cui al Parco Nord c'erano 50 stronzi sotto gli ombrelli. In tv vedevi questa specie di steppa siberiana, mentre l'XM24 era bombato di gente. Quell'anno è nata la dicitura “Siamo troppi, state a casa”. Tutti hanno cominciato a chiederci di suonare, per non parlare dei booking che puntualmente volevano spingere i loro gruppi... “Dopo anni,” rispondevamo, “ancora non avete capito perché viene fatta questa roba?” Comunque, il 2006 fu lʼultimo anno per lʼMTV Day a Bologna, altro motivo per cui la scelta del nome AMD, ormai, ha perso il suo valore. Il popolo di MTV non esiste più e MTV è un canale di pubblicità ininterrotta. Al cambio della guardia cʼera già il popolo MySpace, quella che oggi è la generazione social network.
Achille: Il nostro libro si oppone proprio allʼestetica delle fotografie da social network. In particolare alla velocizzazione del contenuto e alla standardizzazione del gusto. Su facebook le foto ormai si guardano per 15 secondi sul profilo di qualcuno che le posta tornato dal concerto—se non durante—e sono tutte uguali. Non cʼè invece cosa meno effimera e meno standardizzata di un libro, e di tutto il processo che porta alla sua realizzazione.


La desolazione dell'ultimo Mtv Day, nel 2006.

Applicato al digitale, il motto “ESSICI, ora o mai più” sembra ringiovanire. Non è solo un “Vieni qua e facciamo la nostra resistenza”, ma anche un “Tu non sei su internet, non sei nelle foto che posti, quella non è lʼesperienza vera”.
Luca: Uno dei significati più importanti di questo libro è proprio restituire il senso dellʼesperienza. ESSICI significa “vieni come sei”, non ha nulla a che vedere con lʼapparire. I punk una volta azzeravano lʼimmagine sfregiando i loro corpi per ribadire che lʼimportante è quello che sta al nocciolo, la comunicazione delle idee. Una sorta di ricerca dellʼessenziale.

Altra cosa essenziale che vedo nelle foto del libro è la fusione tra gruppi e pubblico. Anche se ci sono primi piani che potrebbero far pensare a una gerarchia tra chi è bello e importante e suona ai concerti, e chi invece ne fruisce, non ci sono nomi, né degli organizzatori né dei gruppi.
Achille: Esatto! Questo libro è nato perché ci interessava raccontare un preciso momento, non il festival in generale. Quindi nessuna gerarchia e non solo foto del palco. E quando c'è il palco, a un certo punto si fonde con il pubblico, perché è così che succedeva allʼAMD. Era il magma indefinito di una comunità. Questo libro non è un resumé del festival, è solo sulla fine dell'AMD. È un libro sulla Fine. La fine delle cose determina che tipo di vita queste hanno fatto. Se lʼAMD esistesse ancora, si snaturerebbe.
Luca: In questi anni, in tutte le esperienze avute a suonare dentro questa comunità, mi sono accorto di come le cose siano cambiate. Lʼesperienza del live è venuta meno, a favore della presenza sui social, con conseguente diminuzione di frequenza di persone nei posti fisici dove le cose avvengono. Ma sui social tutto viene ripetuto identico allʼinfinito, in modo formattato. Un evento reale è invece irripetibile, e di anno in anno puoi vedere come le cose cambiano. Questo emerge tra le pieghe del libro, si nota in alcuni ritratti che sono stati fortemente voluti da Achille—e io solo a posteriori ne ho capito il motivo.

Dimmene uno.
Ad esempio, il primo piano del ragazzo con i baffi super-squadrati. Cosa ci dice quella faccia? Probabilmente un tipo così dieci anni fa non l'avresti incontrato all'AMD.
Achille: È un po' l'ingresso degli hipster allʼAMD. È fondamentale quella foto, perché ti disegna come una crepa nell'AMD.

Quindi pur essendo uno dei pochi primi piani del libro, non sapete chi sia? Potrebbe passare per lʼorganizzatore del festival, da come sta ritto e fiero.
Sì. E in realtà nessuno lo conosce.

È davvero un'irruzione dentro al libro, perché si intuisce che la sua precisione è come fuori posto... Ennesima prova che il libro non è un atto celebrativo.
Per capirci meglio, ti faccio un esempio di un documentario celebrativo che a me è piaciuto molto, ma che è allʼopposto di quello che volevamo fare noi: RMHC di Giulio Squillacciotti.
Luca: RMHC è una specie di album di famiglia, un lavoro di ricerca con le testimonianze più significative. Il libro dellʼAMD invece è lʼistantanea della festa a casa tua in cui ci sta quello che si mette le dita nel naso ed è venuto dimmerda. Per questo sono due operazioni molto diverse nello spirito.

RMHC vuole testimoniare una scena, una realtà passata in cui è il “dove/quando” a essere importante. Voi invece, in linea con lʼESSICI e con lʼassenza di nomi nel libro, mi sembra parliate di unʼurgenza valida in qualunque luogo e in qualunque tempo.
Achille: È un libro fatto in una notte. Nella prima e nellʼultima foto vedi lo stesso palazzo, prima di sera e poi allʼalba del giorno dopo. Lʼesperienza è racchiusa in un breve cerchio.

La vostra e quella di RMHC sono due scelte di rappresentazione della Storia differenti. Tutti gli spazi bianchi del libro sono correlati a questa specifica visione?
Da un lato volevamo fare un libro come una fanzine, il che significa eliminare la grafica. Dallʼaltro gli spazi bianchi, semplicemente, sono pause, danno un ritmo.
Luca: Inoltre, in quegli spazi vive tutto quello che non è entrato nel libro. È la consapevolezza che la macchina ha catturato un infinitesimo di quella storia.

E in qualche modo rendono più forte lʼapparire dellʼunico testo al centro del libro. Il fatto che sia racchiuso in quelle due pagine concentra ancora una volta lʼintensità dellʼAMD.
Bastano poche parole, volevamo evitare di citarci addosso.

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Per questo ho apprezzato molto lʼassenza di nomi. È come se dicesse: non cʼè bisogno di un nome o una tag per avere unʼidentità, per rappresentare unʼattitudine.
Achille: Hai colto un aspetto fondamentale. Quando si circoscrive una comunità allʼinterno di una serie fotografica e quindi unʼattitudine, non ha più importanza dire “è venuto il gruppo di quel genere o quellʼaltro, ci sono queste foto o le altre.” Per questo, anche se lʼAMD ha fatto il suo tempo, lʼattitudine sopravvive. Lʼesperienza viene conclusa senza voglia di farne una cartolina, il che nelle foto si traduce in un atteggiamento schietto: soggetti centrali, netti, senza filtri, come un instant book. Per dare la consapevolezza in chi guarda la foto che questa gente, lʼXM24, il grattacielo, i momenti in cui ancora è tutto vuoto o incasinato, non ci saranno più.
Luca: In fase di editing abbiamo discusso parecchio, io e Achille. Ci sono una serie di scatti fuori dal libro che avrei voluto. Ma alla fine ho capito che non erano funzionali allo scopo, strettamente documentaristico, poco nostalgico e zero celebrativo.

È molto bello e si vede: non è retorico.
Sì, e trovo che renda molta più giustizia a quello che è stato il festival. Nico non è dʼaccordo, lui è molto dispiaciuto che non ci siano delle persone che per noi sono state importanti negli anni dellʼAMD.
Achille: Ma lo spirito del libro è un altro.

Perché sarebbero in contrasto con lʼidea di unʼidentità senza nomi.
Infatti. Se si è in cerca di santini basta aprire facebook: profili, tag, commenti per lubrificare lʼego... La nostra è solo una serie fotografica che testimonia la decisione di smettere di fare qualcosa—anche se sarebbe ancora giusto farlo, seppure in forma diversa.

È difficile adattare un festival al presente, giorno per giorno. Una comunità si affeziona a un certo formato, ed è rischioso tentare di evolverlo lentamente. Vogliono tutti una cosa a cui sono abituati, oppure una cosa del tutto nuova.
Anche perché questo cambiamento graduale quasi sempre ti sfugge di mano, e poi senti dire “Ah, quel festival dieci anni fa era figo, adesso è una merda.” Chi organizza sʼimpegna alla stessa identica maniera, solo che è impossibile dire “Oggi facciamolo un poʼ più così, perché il contesto in cui agisci è diventato un poʼ più...” Non si può.
Luca: È importante sottolineare che nellʼAMD cʼè sempre stata una componente di utopia, una specie di sfida a delle regole che sono sopra le nostre teste. Non è un ambito in cui è possibile procedere per riforme. Quindi, come si suol dire, bisogna essere realisti e volere tutto. Se quel tutto diventa consuetudine, allora si affievolisce, diventa prevedibile, e piano piano si vanno infiltrando corpi estranei che poi portano i cambiamenti che non ti piacciono, finché un bel giorno ti svegli e quella cosa che hai cresciuto con amore non la senti più tua.

Nellʼultimo PIPPONE, quello 2011, cʼè scritto: “Lʼassuefazione è la peggior ruggine per il cuore.” In questo caso la presenza dellʼhipster sarebbe una contaminazione positiva, in quanto elemento di novità.
Infatti vorrei sottolineare che queste presenze all'interno del libro—un altro esempio è lʼemo stereotipato con ciuffo ed extensor—per me sono ambivalenti. In positivo, rappresentano la mescolanza e il confluire di attitudini diverse all'interno di uno stesso calderone. Resterebbe da stabilire qual è la soglia, o il minimo comune multiplo per cui queste diverse entità possono dare vita a qualcosa di nuovo, e dove invece rimangono lì come olio e acqua, due cose immiscibili.

Dʼaltra parte se un gruppo rimane chiuso ed elitario è destinato allʼestinzione.
Certo, anche se attraverso una membrana che filtra, uno scambio con l'esterno è fondamentale.

E allʼAMD che membrana cʼera a filtrare?
Considerato che dal punto di vista musicale hanno suonato i gruppi più diversi, forse il minimo comune multiplo di cui parlavamo è l'attitudine legata a un'attività diy. Questo in modo se vuoi oltranzista. La politica del festival è sempre stata quella di pagare i gruppi in base alle loro spese e alla distanza che dovevano coprire, a prescindere dalla loro esposizione o inesperienza. Era un festival eterogeneo unito da questa forza.

Tutto sommato anche gli MTV Days erano eterogenei, no?
Le scelte offerte da MTV sono un’imposizione di chi detiene gli interessi economici, spacciata al “consumatore” come libertà di scelta. Se tu hai una scatola piena di confetti di colore diverso, non significa che il sapore non sia sempre lo stesso. È il solito lavaggio del cervello, mentre l'AMD era interruzione del rincoglionimento, rottura dal flusso continuo e pre-ordinato di fuffa
Achille: Anche il tipo di aggregazione è diverso: nei grandi raduni lʼinterazione è ridotta al minimo, il palco è altissimo e una volta finito torni a casa come sei venuto. Sai esattamente cosa succederà e in che ordine. AllʼXM24 si è talmente pressati gli uni contro gli altri che lʼinterazione è forzata. Non sei lì solo per i gruppi: sei lì per conoscere, per vedere chi cʼè, come si è. È una socialità random spontanea in cui nulla viene dato per scontato; lʼMTV Day era scontato, era la riproduzione dellʼaggregatore formato canale tv.

E nulla era scontato al punto che invece di un concerto potevi trovarti a fare karaoke.
Luca: Lʼesperienza del karaoke, come il momento in cui non abbiamo suonato durante l'ultimo concerto dei Laghetto, rimangono forse l'apice di significato del festival. Una partecipazione totale. Le persone si sentivano libere di fare quel cazzo che volevano e lo facevano—siamo gli albori del concetto di punk.

E la citazione da Brecht in apertura?
Achille: “Il disordine ha già salvato la vita a migliaia di individui” va inteso in modo tragico. Brecht si riferisce al disordine della guerra, in cui un ordine smarrito può significare una non-fucilazione. Se tu entri dentro l'XM24 durante lʼAMD non respiri, non ci passi, è un casino e sembra tutto disumano. Vista da fuori sembra una massa di coglioni, di pazzi sclerati, schizofrenici. Però quella massa ha deciso di fare quello e non altro, forse più scontato e accomodante. Ecco, quella sacca di disordine fa parte di una bilancia che bilancia tantissime altre cose. E salva delle vite.

Tutto questo riesce a non suonare retorico.
Lʼunica punta di retorica è la foto dell'uomo completamente tatuato in accappatoio.

Willie?! Si era anche candidato a sindaco di Bologna nel 2010. In che senso è retorico?
È lʼunico tributo del libro... a un freak nel senso più autentico del termine.

È sopravvissuto agli MTV Days, all'AMD, alle elezioni... è anche un simbolo di speranza. Di tradimenti invece ce ne sono stati?

Luca: Un personaggio di cui taciamo il nome fu invitato a suonare a unʼedizione del festival con il suo progetto elettro-grind, ma ci rispose “Ragazzi mi piacerebbe un sacco, ma purtroppo sto suonando all'MTV Day, come turnista per i Baustelle.”

Achille: Per chi compra il libro, lo spoiler è omaggio.


LʼAMD è finito. Qual è il futuro della sua esperienza?
Dieci anni di AMD ci hanno insegnato che non è difficile fare una cosa così. È scritto nel libro. Ci vuole una capacità organizzativa media e una media rete di contatti. Quello che conta è trovare come farlo nel modo giusto: contestualizzarlo nella realtà in cui si opera.

Intendi questo?
Esatto! O questo.

Per tornare alla realtà in cui si opera: lʼultimo AMD aveva un evento facebook, e questa intervista verrà fatta girare sui social. Lo sapete, vero?
Una resistenza che passa per i mezzi mainstream non è necessariamente contraddittoria. Facebook è solo uno strumento. Se lasci depauperare lʼesperienza quotidiana da questa fotta di riproducibilità, non è il cellulare o Zuckerberg il colpevole.

David Mamet parlava dei tre usi del coltello: per tagliare il pane, per farsi la barba per la propria bella, per ucciderla quando la trovi con un altro.
In realtà internet ha dato una pompata al giro, lo sappiamo tutti. Ricordo unʼintervista radio a Riccardo dei Nabat: alla domanda “Allora com'era andare in tour nei primi anni del punk hc italiano?” rispose “Prima di tutto non c'era internet, e nemmeno il cellulare.”

E neanche il navigatore!
Lascia stare. Perdersi in giro era la norma, specialmente a Padova.

Speriamo che lʼAMD ritrovi la sua strada, qualunque sia il suo nuovo nome.


Segui Andrea su Twitter: @cosimospanti