Alcuni testimoni di giustizia protestano davanti il palazzo della Regione siciliana, il 3 febbraio 2015. Via.
Durante il primo discorso da presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha detto che la lotta alla mafia costituisce una priorità assoluta del nostro paese, affermazione che gli ha fatto guadagnare lodi e applausi da diverse parti politiche. Pochi giorni più tardi gli ha fatto eco il ministro della Giustizia Andrea Orlando, sostenendo che il contrasto alla criminalità organizzata deve essere un impegno unitario, perché "tutte le forze politiche sono interessate a questo" e "nessuna ha esclusivo appannaggio."
In effetti—almeno a parole—da un po' di anni la lotta alla mafia sembra essere un obiettivo comune delle forze politiche in parlamento. Da ciò discende in teoria che chi a questa battaglia contribuisce dovrebbe essere aiutato e protetto dallo Stato, in modo da essere un esempio positivo per gli altri. E questo dovrebbe valere per tutti, a maggior ragione per i semplici cittadini.
Questo abuso di condizionale mi sembra necessario, visto che, lo scorso 30 gennaio, l'imprenditore di Altamura e testimone di giustizia Francesco Dipalo ha tentato di darsi fuoco davanti alla prefettura di Monza perché si sentiva in pericolo, non protetto, né ascoltato dal Ministero dell'Interno. Dipalo era diventato testimone di giustizia dopo aver denunciato il clan della cosiddetta Mafia Murgiana che imponeva il pizzo a lui e ad altri commercianti della zona. Nonostante fosse da poco uscito dal programma di protezione, continuava a sentirsi minacciato.
In una lettera inviata al direttore del sito AntimafiaDuemila, Dipalo aveva scritto che da quando era stato inserito nello speciale programma di protezione e condotto in località segreta aveva avuto inizio "un incubo senza fine": "Siamo stati umiliati, derisi, vessati, maltrattati e ci siamo sentiti dire anche che rompevamo i coglioni quando contestavamo comportamenti irresponsabili, ingiustificati e ingiusti messi in atto da funzionari del Ministero dell'Interno."
L'imprenditore ha anche denunciato di aver scritto "decine di missive ai prefetti di Bari e di Monza e Brianza con le quali ho chiesto se sono in state attuate misure di tutela idonee a garantire la incolumità dalla mia famiglia," senza aver mai ricevuto risposta.
Foto via Facebook.
Nonostante sia uno dei pilastri della lotta alla mafia—a Palermo ieri sono state arrestate 27 persone grazie alle denunce di 14 commercianti—e fonte di centinaia di processi, la questione dei testimoni di giustizia continua a essere parecchio delicata nel nostro paese. A partire dal significato del termine, spesso ancora confuso con quello di collaboratore di giustizia—il pentito, per intenderci.
"Ribadire questa distinzione non è una premessa inutile, per molto tempo in Italia si è scambiata una figura con l'altra," mi spiega don Marcello Cozzi, vicepresidente nazionale Libera. Proprio nel caso di Dipalo, ad esempio, il Corriere del Mezzogiorno ha titolato "Pentito cerca di darsi fuoco."
"A differenza dei collaboratori," continua don Cozzi, "i testimoni sono persone con le mafie non hanno mai avuto a che fare. Sono vittime: sono imprenditori, commercianti che si sono ribellati al pizzo, all'estorsione o all'usura. Talvolta sono anche normali cittadini che si sono trovati in situazioni particolari per cui hanno visto o ascoltato qualche episodio e hanno avuto il coraggio di denunciarlo."
La confusione nasce dal fatto che fino al 2001 la figura del testimone di giustizia non era considerata dal nostro ordinamento. I primi casi vennero fatti ricadere nell'ambito di applicazione della legge 82 del 1991, quella voluta da Giovanni Falcone per regolare il fenomeno dei pentiti.
Il testimone di giustizia Ignazio Cutrò durante una protesta. Via.
Dopo dieci anni la legge è stata modificata e sono state inserite le condizioni per cui una persona può essere definita testimone di giustizia, oltre alla previsione di protezione e assistenza economica.A parte questo—in parole povere—si è verificata un'estensione delle norme sui collaboratori.
A oggi il sistema centrale di protezione si occupa di 6.200 persone, per la maggior parte pentiti e le loro famiglie. I testimoni sono solo 85 (insieme a 253 familiari): 17 affidati protetti nella loro abitazione; gli altri trasferiti con una nuova identità in una località protetta. La maggior parte ha un'età fra i 26 e i 60 anni, mentre il 40 percento dei familiari è sotto i 18 anni.
Il fatto che la legge sia rimasta sostanzialmente la stessa per pentiti e testimoni non è senza conseguenze. Ad esempio, da questa dipende la previsione dello spostamento in località protetta e segreta di chi entra nel programma e il rilascio di una nuova identità, esattamente come accade con i collaboratori. Il che—com'è facile immaginare—comporta un sacco di problemi per chi parte.
"La situazione dal 2001 a oggi è migliorata, ma non è che se la passino proprio bene i testimoni di giustizia in Italia," dice Cozzi. Chi entra nel programma di protezione viene portato da un giorno all'altro in una località protetta e gli vengono consegnati dei documenti provvisori, praticamente inutilizzabili.
Poi gli viene data una nuova identità, un assegno mensile e un posto dove stare a spese dello stato—che spesso consiste nell'essere spostato da una stanza d'albergo all'altra. I nuovi documenti, però, sono solo di copertura: in pratica forniscono solo un nuovo nome e cognome al testimone, ma non servono per partecipare a un concorso, cercarsi un lavoro, iscriversi all'università.
"Chi viene mandato in un'altra parte del paese deve reinserire non solo se stesso ma anche la sua famiglia. Perde le relazioni sociali, il lavoro, si deve stare attenti a non dare i propri nomi o a trattarli con cautela. Ci sono storie di genitori che raccomandano ai figli di non farsi fotografare alle feste di compleanno in classe perché potrebbero finire su Facebook. Oggi esiste anche questo problema e bisognerebbe pensarci," spiega Cozzi.
In un'intervista del 2013, Giuseppe Carini, teste chiave dell'omicidio di don Pino Puglisi a Palermo, coperto da un passamontagna, ha dichiarato che "se gli italiani sapessero come vengono trattati i testimoni di giustizia, forse ci penserebbero prima di parlare davanti a un magistrato."
Per don Cozzi, poi, c'è anche un altro aspetto da considerare: "Già il fatto che il testimone viene trasferito e costretto a rifarsi una vita fa riflettere tantissimo. In una situazione ideale, in un paese ideale chi dovrebbe andare via dovrebbe essere il mafioso, non il cittadino onesto. Immaginiamo un commerciante che fa una denuncia, viene mandato in una località protetta ed è costretto a chiudere la sua attività. È chiaro che questo davanti alla comunità del suo territorio non aiuta. Dico una cosa forse pesante: nell'immaginario collettivo è lui un perdente, è lui quello che fugge."
Per capire com'è la vita di chi—nonostante sia in un programma di protezione—ha scelto di non partire ho contattato Ignazio Cutrò, imprenditore di Bivona (provincia di Agrigento) che ha denunciato i suoi estorsori ma ha deciso di restare in Sicilia.
"Il trasferimento è sbagliato per due motivi: si dà un messaggio di vittoria per la mafia, e si distrugge ancora di più la vita al testimone. Se resti nella tua terra il messaggio devastante è per loro invece, per i mafiosi. Perché metti un paletto," afferma Cutrò, che dal 2013 è presidente dell'Associazione nazionale testimoni di giustizia.
Gli ho chiesto se questa scelta gli ha consentito di vivere una vita migliore dei testimoni in località protetta. La risposta è no: "Purtroppo la legge non prevede aiuti per i testimoni che—pur essendo in un programma di protezione—restano sul territorio. La normativa del 2001 continua ad appoggiarsi a quella dei collaboratori, costretti a spostarsi. Il testimone di giustizia che va in una località protetta ogni mese riceve un contributo mensile per poter vivere, cosa che a me non tocca. Noi dovremmo vivere di aria. Di certo non sono rimasto per soldi, ma per dignità. Anche se questo mi ha portato alla chiusura dell'azienda nel pieno silenzio delle istituzioni."
L'ultima relazione della commissione antimafia ha sottolineato gli aspetti critici della situazione e vuole essere la base per un progetto di riforma. Fra le proposte si chiede di estendere l'intero ventaglio di aiuti a chi resta sul territorio.
Per Cutrò, comunque, "la cosa atroce è che spesso non è stato applicato correttamente il programma anche per chi era in località protetta. Non gli è stato corrisposto il contributo mensile in base al tenore di vita e al reddito, non veniva previsto l'inserimento socio lavorativo." A volte lo Stato decide la fuoriuscita del testimone di giustizia dal programma in base a parametri di sicurezza.
"Possono deciderlo dall'oggi al domani," prosegue Cutrò, "anche dopo 20 anni che sei nel programma. E ti ritrovi fuori e senza neanche più quel contributo mensile, che ammonta a circa 400-500 euro a componente familiare." A quel punto subentra la cosiddetta capitalizzazione, una quantificazione dell'assistenza che ti serve per vivere.
"Ci sono testimoni che non avendo amicizie politiche, non essendo ben informati e forse neanche ben seguiti da avvocati hanno preso 30 milioni di vecchie lire e testimoni che hanno preso 5 milioni di euro. Ecco, questo è sbagliato. Anche perché molto spesso quando ti offrono la capitalizzazione te la prendi. C'è un imprenditore che è stato capitalizzato con soli 40 mila euro e li ha presi perché era con l'acqua alla gola. Ne avrebbe dovuti avere 800 mila," dice Cutrò.
Valeria Grasso, invece, ha passato entrambe le trafile del testimone di giustizia: la vita in località segreta e la protezione a Palermo, dove vive e gestisce una palestra. Nel 2005 ha denunciato il racket estorsivo da parte del clan Madonia ma non è stata ammessa subito al programma di protezione testimoni. Ci è entrata dopo qualche anno di intimidazioni e avvertimenti.
"In realtà dovrebbe funzionare in automatico, nel senso che quando si portano delle testimonianze che poi permettono di procedere agli arresti non si deve aspettare l'ennesimo atto di intimidazione per dare la tutela davanti l'abitazione o l'attività all'imprenditore che ha denunciato. Quantomeno dà un immediato segnale," mi spiega. Grasso è stata poi portata per due anni in una località protetta—"una vita d'inferno"—prima di tornare a Palermo. Durante il soggiorno le è anche stato sospeso l'assegno di mantenimento.
L'esempio più lampante del fallimento italiano in materia di testimoni di giustizia è probabilmente la storia di Lea Garofalo, uccisa il 24 novembre 2009 dal marito boss 'ndranghetista che aveva denunciato alle procure di Milano e Reggio Calabria.
Foto via Facebook.
Dopo aver deciso di testimoniare è stata inserita nel programma, poi esclusa e poi riammessa. Alla fine—sei mesi prima di morire—ha deciso di abbandonarlo perché rimasta senza assistenza e senza soldi.
"Il caso di Lea riguarda quella categoria di persone che non possono ufficialmente essere definite né collaboratori, né testimoni: familiari, figli, mogli di boss che sono stati in quegli ambienti ma che mai hanno avuto a che fare con affari e circuiti malavitosi," racconta don Cozzi. "Per loro ancora la legislazione non prevede alcun intervento specifico. A volte sono inseriti comunque in un programma di protezione, a volte no perché in attesa di essere catalogabili. Questi casi fortunatamente stanno aumentando, vuol dire che ci sono persone che dall'interno dei circuiti mafiosi vogliono tagliare i ponti e denunciare. Ma lo Stato da questo punto di vista è impreparato."
Lo scorso 3 febbraio un gruppo di testimoni di giustizia ha manifestato sotto Palazzo Chigi per denunciare i ritardi del governo circa la pubblicazione del decreto attuativo del provvedimento che consentirà loro di essere assunti nelle pubbliche amministrazioni. Erano già scesi in piazza meno di un anno prima.
Alle agitazioni dei testimoni di giustizia ha risposto il viceministro dell'Interno, Filippo Bubbico, difendendo l'operato dello Stato—nonostante a maggio abbia annunciato una Carta dei diritti mai arrivata—e dicendo di voler mettere a punto "un disegno di legge per modificare il sistema degli aiuti," probabilmente qualcosa di simile a un vitalizio. Un'idea non vista benissimo da Cutrò: "Noi non abbiamo bisogno di vitalizio. Vogliamo solo la possibilità di andare a lavorare, non siamo delle larve umane."
Lo stesso giorno della manifestazione a Roma c'è stato un sit-in anche a Palermo. La Regione Siciliana, infatti, ha approvato una legge—da cui è partito il decreto nazionale—per l'assunzione dei testimoni dell'isola negli uffici pubblici, ad oggi non attuata.
"La bozza l'abbiamo presentata io, Giuseppe Carini e Piera Aiello—una delle prime testimoni—al presidente Crocetta a dicembre 2012. La legge regionale il 29 agosto del 2014 è stata votata all'unanimità da tutti i parlamentari siciliani ed è diventata decreto legge con finanziamenti per l'assunzione dei testimoni," racconta Cutrò. Dal primo settembre si sarebbe potuti passare alle assunzioni, invece è ancora tutto fermo perché "mancano carte dal ministero."
A preoccupare, comunque, ci sono anche i tagli ai fondi del programma dei testimoni, che nel prossimo triennio scenderanno di 25 milioni. Il governo ha detto che se ci dovesse essere bisogno i soldi verranno reintegrati e così sperano anche Cutrò e gli altri, per i quali, però, il problema sta a monte.
Ignazio Cutrò, al centro della foto.
"La falla più grossa del sistema è che la commissione antimafia, il servizio centrale di protezione e ministro della Giustizia e dell'Interno dovrebbero assolutamente e continuamente ascoltare i testimoni di giustizia. Invece veniamo gestiti come 'pratiche'. È inutile portare nelle scuole i progetti per la legalità se poi alla fine chi la sceglie paga un prezzo altissimo," spiega Valeria Grasso.
Per don Cozzi, però, "non va buttata tutta la croce sullo Stato, che sicuramente va criticato. C'è anche una dimensione culturale che non va sottovalutata. Dovrebbe funzionare che chi denuncia resta a casa propria e fa quello che faceva prima. Facendo i conti con la realtà le cose sono un po' diverse, perché in un territorio ad alta densità mafiosa ci sono le ramificazioni, i compari, gli amici, c'è un contesto omertoso di chi si gira dall'altra parte perché era meglio che ti facevi i fatti tuoi."
Come se ne esce, quindi? "Se un commerciante denuncia i suoi estorsori in una comunità in cui tutto funziona ci sarà il comune che si costituisce parte civile nel processo, così come la camera di commercio, l'associazione dei commercianti, una serie di segnali che ti fanno capire che non sei solo," dichiara Cozzi. "Certo è che se c'è terra bruciata attorno, a quel punto è ovvio che debba intervenire lo Stato perché non c'è la protezione sociale."
Alla luce di questo quadro non riesco a non chiedermi se il nostro paese—lo stesso che si riempie la bocca di cultura antimafia—con queste persone non abbia miseramente fallito.
"Lo Stato per me ha perso il 29 di gennaio, dal momento che è fallita l'azienda di un testimone di giustizia. È un segnale chiaro, le persone diranno 'scusate, devo fare questa fine?' e nessuno denuncerà," dice Cutrò. Che dal canto suo non ha dubbi: "Io l'ho fatto e lo rifarei altre mille volte. Ma lo Stato deve decidere da che parte stare."
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