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Patrizio Gonnella: Il giudizio è ovviamente un giudizio sospeso. È soddisfacente il fatto che il Senato sia arrivato a conclusione del suo iter, e quindi che si sia fatto un passo in avanti verso questo obiettivo giuridico, politico e costituzionale. Per tanti anni l'abbiamo visto come un obiettivo che sembrava alla portata ma che in realtà poi non si riusciva a raggiungere.Il dato invece che desta preoccupazione è che il reato continua a essere configurato come generico, cioè un reato che può essere commesso da chiunque, anche fuori da un contesto di custodia legale (che è quello tipico della tortura). Nel dibattito parlamentare c’è stato un ampio riferimento a contesti di tipo diverso, quali ad esempio di criminalità organizzata o familiari, come se la tortura potesse essere una semplice degenerazione della vita privata.In realtà la tortura ha un’altra ragion d’essere. La tortura nella storia è quella “giustizia” che fa parte del campo delle estorsioni delle confessioni per fini ingiustificati, o comunque come manifestazione del potere punitivo.
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Questo è un punto che riguarda l’essenza della democrazia: nessun paese può dirsi, o potrà mai dirsi, esente dal rischio di violenza istituzionale. Non lo può fare nessuno perché la tortura fa parte della patologia di una democrazia. Per immunizzarsi da questo rischio le cose vanno chiamate per nome e non bisogna averne paura.Il presupposto è questo: la democrazia forte non è quella che rimuove il problema e dice che quel problema riguarda il terzo mondo. La democrazia forte è quella che sa farsi carico del problema e che lo chiama per nome, lo esprime, lo esplicita e non ne ha paura.Perché l’Italia si trova ancora in una condizione di ritardo rispetto al recepimento della Convenzione Onu del 1984?
La Convenzione Onu è stata ratificata alla fine del 1988, quasi all’epilogo della Prima Repubblica e all’inizio della seconda. Nella Prima Repubblica le forze politiche, pur con tutti i loro difetti, esercitavano una funzione pedagogica, nel senso che sapevano ragionare intorno agli umori dei loro corpi sociali di riferimento. Questo poi non è più avvenuto. Il motivo dell’assenza di una legge contro la tortura è da ricercare anche nella personalizzazione della politica che ha portato a una campagna elettorale permanente e a dei leader che vanno alla ricerca del consenso—e questo non è un campo su cui si ottiene consenso.
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La globalizzazione è stata una grande ondata che ha travolto gli Stati-Nazione. Gli Stati hanno certamente perso pezzi di sovranità economica, politica, monetaria e così via: il nocciolo duro dello Stato sovrano si è ridotto a poco. Effettivamente, un pezzo che è rimasto a disposizione è quello dell’uso monopolistico della forza. Questo ha rinvigorito alcune tentazioni, tra cui quella di dire: “Mi puoi anche imporre politiche monetarie ma non mi imponi come trattare gli stranieri o come maltrattare le persone.”È stato però un gioco che sta portando a una sorta di scontro finale, perché comunque siamo in una fase storico-politica in cui non si sono ancora conclusi i processi di costituzionalizzazione e internazionalizzazione dei diritti umani iniziati nel 1948. Bisognerà vedere se prevarrà il desiderio di onnipotenza dello Stato in materia penale, oppure se preverrà il limite insormontabile della dignità umana.
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Anche qui bisognerà vedere quale sarà l’applicazione giurisprudenziale della norma. Se per i prossimi dieci anni, nonostante le denunce, non ci sarà neanche un processo o una condanna, probabilmente certi comportamenti continueranno a essere avallati. Se invece ci saranno pratiche giurisprudenziali diverse, allora potrebbero cambiare anche i comportamenti.Da un punto di vista internazionale, invece, com’è cambiata la percezione della tortura nelle società occidentali dall’11 settembre a oggi?
Gli Stati Uniti hanno riaperto un dibattito sulla questione della legittimazione della tortura, che però non ha in realtà prodotto cambiamenti significativi nella legislazione interna. Ci sono anche stati tentativi di legittimare la “tortura debole” (come ad esempio quelli del sottosegretario alla Difesa USA Dick Cheney), ma alla fine sia il Patriot Act che la legislazione antiterrorismo europea in realtà non sono riusciti a scalfire i principi codificati a livello internazionale.Questa circostanza, nonostante la retorica della “sicurezza”, ha del miracoloso. Per uscire dai confini dell’Italia, basti pensare che l’Inghilterra, la Francia, la Germania e molti altri Stati hanno mantenuto il divieto di tortura, e che ci sono diversi paesi in giro per il mondo in cui tale divieto è inserito nelle Costituzioni.
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Sicuramente. Gli anni dal 2001 in poi sono stati molto complicati, e sono arrivati mentre si pensava che il problema fosse finito. È chiaro che c’è stata un’involuzione nel dibattito; ma poteva andare molto peggio.Nel senso che, prendiamo l’esempio dell’Italia, i media hanno iniziato a occuparsi di questi temi, c’è un’attenzione maggiore rispetto al passato e il Senato ha approvato un pezzo del percorso parlamentare. È un qualcosa che forse era inaspettato, dopo le violenze di Genova.Segui Leonardo su Twitter: @captbliceroAltro sul tema:ACAD, non ACAB
