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Leoni spelacchiati - Report dal festival del cinema di Venezia

Qui al Lido si piange per l'assenza di film perlomeno “decenti”. Con le dovute spiegazioni, ecco perché.

di Clara Miranda Scherffig
31 agosto 2013, 1:49pm

La settantesima edizione della Biennale del Cinema mi saluta con un torrenziale acquazzone che si scatena proprio nel momento in cui, pancia piena di polenta e baccalà, mi avvio pedalando verso il mio alloggio lidense. A casa trovo una festa di falene obese che riesco ad estinguere solo dopo un'ora di caccia con scopa e aspirapolvere antidiluviani. La mattina dopo mi sto avviando alla prima proiezione della giornata e una signora un po' in là con gli anni, piccina ma ben messa, mi urla dietro: “Vaffanculo, festival del cinema!”

Già dalle prime ore, un forte odore di merda aleggiava sulla laguna.

Di autori bomba, quest'anno Barbera non ne ha messi in saccoccia moltissimi, anche se spiccano Terry Gilliam, Erroll Morris, Amos Gitai, Miyazaki, Cuarón e... ah sì, i soliti 287 film con/di/per James Franco.

La giuria è invece parecchio d'eccezione, anche se—al netto del terzo giorno di festival—temo sia stata ingaggiata per giudicare una selezione piuttosto fiacchina. La fantastica principessa Leila, Ryuichi Sakamoto (che nessuno riconosce e tutti i fotografi snobbano), Andrea Arnold, Pablo Larraín e altri bravi ragazzi sono presieduti dal tenerissimo Bernardo Bertolucci,

William Friedkin viene giustamente premiato alla carriera ma intanto, per il momento, qui al Lido si piange per l'assenza di film perlomeno “decenti”. Con le dovute spiegazioni, ecco perché.

Tracks, John Curran – In concorso

Tratto da una storia vera—ahem—Tracks racconta l'avventura di Robyn Davidson, che nel 1977 fu la prima (e probabilmente ultima) donna ad attraversare l'Australia con tre cammelli e mezzo. Eh sì, perché in Australia ci sono i cammelli! Non lo sapevate? Sapevatelo! Forse unico aspetto interessante è quello didattico, iniziale, che ci spiega come i cammelli furono importati dall'India durante la colonizzazione in quanto animale da trasporto. Poi, rimpiazzati dal motore agli inizi del Novecento e rimessi in libertà, in men che non si dica le bestiole si sono riprodotte al punto da costituirsi in mandrie selvatiche, pericolosissime se in calore (!). Interpretata da Mia Masikowska, la Davidson non è proprio espertissima come ci aspetteremmo da chi se la vive nel deserto per 200 giorni... anche se, e vogliono proprio farcele vedere, ha i peli alle ascelle. Nonostante la mancata depilazione, la trama mostra parecchie imprecisioni e la fotografia paesaggistica, seppure non sgradevole, è decisamente troppa. A completare il tutto è una colonna sonora parecchio invadente, che dovrebbe accompagnare i momenti di tregua tra un evento e l'altro. Non sarebbe spiaciuto sentire “il silenzio del deserto”, tanto più che l'assenza di suono poteva trasmettere una cifra ben più drammatica delle melodie pseudo western scelte per l'occasione. Racconto di formazione, Tracks è sì tratto da una vicenda reale ed eccezionale, ma purtroppo si riduce ad una specie di Into the Wild al femminile e a lieto fine, con la stricnina al posto delle bacche mortali.
 

Via Castellana Bandiera, Emma Dante – In concorso

Lungometraggio d'esordio della regista teatrale Emma Dante, Via Castellana Bandiera è uno di quei film che si dicono “molto attesi” e si portano appresso il peso della stampa femminile che ama sottolineare il lato sofferto e nevrotico della attrici italiane. Le due protagoniste, Alba Rohrwacher e la stessa Dante, non sono da meno, e per tutto il film hanno la fronte solcata da rughe di ostinazione femminista, esagerata e mai spiegata. È per questo loro atteggiamento “di rifiuto, di abnegazione che diventa ri-appropriazione della loro identità siciliana, ri-negoziata e ri-messa in discussione” che rimangono bloccate in macchina in un vicolo palermitano. Lo scontro è con una famiglia del posto, capeggiata da un padre gigantesco e attaccabrighe e una nonna matta ancora in lutto per la figlia. Nessuna si vuole schiodare dal proprio posto, entrambe le donne al volante (la nonna, la Dante) “s'impuntano” e intorno all'ingorgo si consumano piccole rivolte, scommesse, pettegolezzi, e spaghetti al nero di seppia. Tolte le due donzelle (non poco, in effetti), il film scorre e sorprende per piccole invenzioni che fanno procedere la narrazione, con brevi episodi comici e una recitazione corale esagitata ma che ben rappresenta l'assurdità messa in scena. L'interpretazione degli isolani è molto buona, anche se troppo da manuale—siamo in Sicilia, la gente grida e se mena—e chiaramente segnata dall'esperienza teatrale della regista. Infine, dovrebbe colpire la bella fotografia, studiata ma dimessa, che segna i momenti della giornata—crepuscolo, notte e alba—come tre piccoli attimi di quiete, forse l'aspetto davvero femminile e riuscito del film.


Gravity, Alfonso Cuarón - Fuori Concorso

Che dire? Finalmente un 3D in cui non mi sembra di aver ingurgitato barbiturici annaffiati da Amaro del Capo! O forse, da quando Sandra Bullock ha confidato che utilizza la crema per le emorroidi come anti-occhiaie, vedo i suoi film con occhi diversi. In ogni caso—malgrado la metafora “dell'uomo che galleggia” e Clooney tutto denti—Cuarón regala un apprezzabilissimo e onesto intrattenimento. Del resto, i meteoriti sono i nuovi proiettili, no?
 

Gerontophilia, Bruce LaBruce - Giornate degli Autori

Allora, prendiamo Bruce LaBruce, un regista canadese che spesso collabora con VICE e che ama dare scandalo—tanto da ricevere l'invidiabilissimo bollino di “censurato” dal festival di Melbourne per il suo penultimo film, L.A. Zombie.

Prendiamo Burce LaBruce, che invitato alla sezione della Giornata degli Autori, presenta un lavoro che si intitola Gerontophilia ed è invitante perché per metà ci si aspetta che rispetti il significato letterale del titolo e per l'altra metà si spera che non sia così. Invece è proprio la storia di un ragazzino molto carino che ama i vecchi e in particolare un signore di 82 anni dal fascino indiscutibile e i genitali rattrappiti. Le domande che qui premono non sono “ma è verosimile?” o “ma quest'amplesso multirazziale e multigenerazionale non sarà forse un po' gratuito?” (il bel signor Melvin, conosciuto in un ospizio, è anche nero e con gli occhi azzurri). Le domande che sorgono sono altre. Innanzitutto mi chiedo se la virata verso le tematiche LGBT avviata dall'ex presidente Müller con la fondazione del premio Queer Lion sia stata fatta per sincera vicinanza alle problematiche queer, oppure sia in buona parte il frutto di una moda che, negli ultimi anni, vende bene. Mi chiedo insomma se le quote arcobaleno di Venezia 70 non siano altro che un nuovo filone, come c'era stato “quello dell'immigrazione”, “quello dei bambini”, “quello delle donne”. Minoranza per minoranza, a prima vista mi sembra un guadagno facile. Ma magari mi sbaglio.

La seconda questione sollevata da Gerontophilia rimanda a una mia brutta abitudine: cercare di scusare interpretazioni scadenti, sceneggiature mancanti e cinematografie pretenziose con la domanda “Ehi, ma forse era tutto voluto?” Dopo una rapida consultazione con il mio lato più antipatico e intransigente, mi sono risposta che l'apologia del “meta”—citazioni cinematografiche più o meno esplicite, un'estetica ironica e uno sfruttamento oltremodo eccessivo delle comodità di genere—è qualcosa che non dovrebbe essere chiesto a nessun spettatore nel 2013.

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I festival del cinema, una vecchia abitudine:

Film Bestiali a Berlino