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Anti-Santi

La mia festa, le tue lacrime

Il 25 aprile e il puntuale ritorno del "giornalismo-template".
26 aprile 2012, 11:00am

Molti ancora non lo sanno, ma la gran parte degli articoli scritti quando un personaggio famoso muore sono scritti mesi, a volte anche anni, prima dell’effettivo decesso. Alla data fatidica basta compilare alcuni piccoli dettagli—giorno, ora, modalità—e poi si manda in stampa. Questi si chiamano “coccodrilli”; ma lo stesso giornalismo-template si verifica anche durante i grandi fenomeni naturali che l’uomo, e la scienza, ancora non sono stati in grado di spiegare, come le giornate di caldo in estate, quelle in cui nevica in inverno e quando il numero sul calendario è compreso fra il “24” e “26” aprile.

In quest’ultimo caso basta solitamente aggiornare due o tre parametri, il primo dei quali è il nome del paesello nostalgico dei “fasti” del Duce—uno di quei luoghi che riesce a mantenere la statistiche sulla natalità in positivo solo grazie alla reazione biologica degli immigrati alla morte e all’incertezza sul futuro della progenie. Quest’anno è toccato a Santeramo in Colle in provincia di Bari, in cui era organizzato un comizio di “Fascismo e Libertà”. La cosa poi fortunatamente è rientrata quando le istituzioni sono intervenute facendo notare che gli abitanti di Santeramo in Colle sono meno dei follower su Twitter della @Nutella.

Il secondo parametro è occupato dall’editoriale di qualche opinionista che decide di ridimensionare l’apporto dei partigiani nella liberazione del nostro Paese dalla dittatura nazi-fascista. A questo giro è stato il turno di Maria Giovanna Maglie, una donna che ha commesso tutti i peccati contenuti nella Bibbia tranne lo spreco del cibo, e che su Libero _ha attaccato i “valori morali” dei partigiani, citando rappresaglie e casi limite a guerra finita. Il punto di questi sofismi capziosi è dimostrare che, alla fine, 20 anni di dittatura e le esecuzioni pubbliche dei responsabili di tale regime, dopo il più grande conflitto della storia, sono _la stessa cosa. Questa non è una razionalizzazione nuova, o sorprendente. Del resto le capacità retoriche dell’editorialista medio italiano sono provviste esclusivamente di 3 marce: "abbiamo ragione noi", "hanno torto loro" e "sono tutti uguali". In questo caso risulta particolarmente pavida perché viene poi utilizzata per supportare il terzo cliché del 25 aprile, cioè l’idea che sia di fondamentale importanza nazionale dimostrare che i partigiani della Seconda Guerra Mondiale erano dei criminali di guerra o, come la destra preferisce chiamarla, “memoria condivisa”.

Anche il presidente Napolitano ieri poneva il fianco a questa assurda idea che bisogna trovare dei compromessi per essere tutti sereni e composti quando si parla del 25 aprile. Che cosa significa, poi? Quando mai, nella redazione di una verità storica, si è tenuto conto dei sentimenti dei carnefici sconfitti? La storia non va “condivisa”, va accettata. Se il dettaglio più importante delle azioni di un Paese svenduto e occupato devono essere i fatti avvenuti per liberarlo, allora gli stupri sistematici dell’Esercito Russo nella Germania nazista occupata verranno declassati a “appuntamenti su Badoo con la foto del profilo falsa”.

Questi sono i fatti, se non vi piacciono ne abbiamo altri.

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