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Vestiti sinistri

Una breve sintesi di cento anni di grandi momenti della storia rivoluzionaria sartoriale.
23.2.12

Anche mentre vi mettete il giubbotto antiproiettili sopra i pantaloni mimetici e infilate una maglietta di paillettes nello zainetto (ci potrebbe essere una festa dopo la manifestazione), e mentre vi disegnate una A sul braccio e ci fate un cerchio intorno o tatuate Meat Is Murder sulla vostra piattissima pancia vegan, sappiate che i fantasmi delle mode progressiste del passato vegliano su di voi.

Ogni generazione di attivisti crede di aver inventato uno stile unico e instaurato una speciale relazione sartoriale con il mondo, ma gli attivisti veri, quelli che ci hanno preceduto, e sulle cui spalle riottose ci ergiamo orgogliosi, avevano un modo proprio di distinguersi dagli altri. Per farla breve, erano membri di un movimento più ampio.

L’argomento è troppo vasto per essere affrontato in un breve articolo, e mentre i più modaioli intorno al globo si agghindano per portare avanti il travolgente messaggio del 2011—da Occupy Wall Street alle strade del Medio Oriente, alle azioni collettive nelle piazze inglesi, egiziane, russe e bahrainite—abbiamo pensato che sarebbe stato divertente prenderci qualche minuto per esaminare gli outfit preferiti dei nostri illustri antenati sovversivi dell’ultimo secolo.

Qui di seguito troverete una breve, profondamente personale, risolutamente non esaustiva sintesi di cento anni di grandi momenti della nostra storia rivoluzionaria sartoriale.

DONNE CHE HANNO LOTTATO PER IL DIRITTO AL VOTO

Queste valorose femministe degli inizi del ventesimo secolo, note come suffragette (

suffragetta

è un termine dispregiativo, coniato dalla stampa di destra dell’epoca), hanno fatto di tutto per ottenere il diritto di voto, dallo sciopero della fame alla disobbedienza violenta, ma questo non significa che non avessero dei vezzi in fatto di stile. Portavano lunghi abiti bianchi abbelliti da una fascia con appuntato uno slogan, e usavano gamme cromatiche ben precise: viola, bianco e verde in Inghilterra; viola, bianco e oro negli Stati Uniti. Esistevano persino dei gioielli artigianali con queste tonalità, per non parlare della famosa spilla Holloway—una clip d’argento simile al cancello di una prigione, conferita dalla British Women’s Social and Political Union alle suffragette finite nel carcere di Holloway in seguito alle manifestazioni di pubblico dissenso.

BEAT GENERATION

“Aggiungete un po’ di pepe a una festa in Tuxedo Park… Affittate un beatnik completamente equipaggiato: barba, trucco sugli occhi, vecchia giacca militare, Levi’s, camicia logora, scarpe da ginnastica o sandali (a vostra discrezione). Donne beatnik a disposizione in abbigliamento ordinario: tutto nero.” Che ci crediate o no, nel 1959 il fotografo newyorkese Fred McDarrah ha pubblicizzato questo servizio di “affitta-un-Beatnik”, una grossa (si presume) iniziativa che prevedeva l’invio di uno scapestrato bohémien alle vostre mediocri feste borghesi al prezzo di 40 dollari a notte. E cosa indosserebbe questo messaggero? Se fosse un poeta che schiocca le dita a ritmo, probabilmente dolcevita e berretto; nel caso si trattasse di una donna esistenzialista inviata a ravvivare l’atmosfera, un body con una gonna o dei pinocchietto, gioielli argento e ballerine. (Date un’occhiata a Audrey Hepburn in

Cenerentola a Parigi

del 1957 per avere la prova di quanto siano glamour le collant nere con le ballerine.)

DIRITTI CIVILI

A volte la connessione fra tendenze e protesta sociale è indiretta; in altri casi le cose si manifestano autonomamente. Nel caso del Movimento per i diritti civili, lo slogan “Black is beautiful” era un rifiuto diretto dell’idea razzista di stile inculcata dalla società bianca, compresa l’idea che non ci fossero altri capelli se non quelli “giusti” (ovvero, lisci). Come in altri esempi di ciò che la sinistra chiama falsa coscienza, queste idee cambiarono radicalmente: all’apice della fama del movimento, verso la fine degli anni Sessanta, il modello tipo era la bellissima attivista Angela Davis (che tra l’altro è ancora viva e lo scorso ottobre ha visitato Occupy Wall Street a New York), splendida nei suoi pantaloni a zampa a vita alta, stivali, giacche di jeans, e per finire una leggendaria e maestosa tunica afro. (Quella acconciatura faceva così paura che si raccontava che la signora Davis la usasse per nasconderci armi da contrabbando).

IL MOVIMENTO PACIFISTA

Come si fa a riassumere le tendenze del movimento antimilitarista degli anni Sessanta in poche righe? È stata una decade di profondi cambiamenti, un’epoca che ha avuto inizio con i capelli a caschetto, giarrettiere, reggiseni a punta, cappellini a tamburello, piccoli guanti bianchi deprimenti (indossati dalle donne anche in piena estate) e che si è conclusa con Bernardine Dohrn in minigonna a un convegno dello Students for a Democratic Society. In quell’occasione aveva indossato, in memoria del presidente SDS Greg Calvert, “un maglione arancione e una gonna viola. Mentre tutti gli altri avevano spille con la scritta ‘Stop alla Guerra’, la sua dichiarava: ‘Il cunnilingus è fico, la fellatio è divertente.’” Il decennio ha visto l’ascesa della frangia e il batik, e gli studenti fricchettoni scendevano in piazza sperimentando non solo nuove idee politiche, ma indossando anche combinazioni di vestiti abbastanza improbabili—giacche militari sopra abiti di pizzo vittoriano, tuniche africane sui jeans, e gli uomini portavano acconciature lunghe e fluenti, all’epoca fuori moda da almeno cent’anni.

DIRITTI DEGLI OMOSESSUALI

Ricordando la partecipazione ai moti di Stonewall del giugno del 1969, Maria Ritter—ai tempi ancora nota con il suo nome di battesimo Steve—disse, “La mia più grande paura era essere arrestato. La mia seconda paura più grande era che quel ritratto in cui indossavo l’abito di mia madre potesse finire sul giornale o in televisione!”

Oggi il pubblico potrà anche concedersi il colpevole piacere di una serie come

RuPaul’s Drag Race

. E il figlio di Cher riuscirà certamente a suscitare tenerezza negli appassionati di

Ballando con le stelle

, ma non molto tempo fa vestirsi come una donna (e viceversa) costituiva un reato criminale. La follia a cui giungevano queste leggi è ben esemplificata da un decreto dello stato di New York, che richiedeva ai cittadini di indossare almeno tre elementi appropriati al loro sesso per non rischiare l’arresto. Il travestimento era considerato un atto di disobbedienza civile.

MOVIMENTO FEMMINISTA

A quanto pare, il mito delle femministe arrabbiate che bruciano i loro reggiseni è solo una favola. (Pare che il concetto sia stato ideato da una giornalista per paragonare il nascente progetto femminista alle proteste contro la Guerra in Vietnam, in cui migliaia di newyorkesi davano fuoco alle loro cartoline-precetto). Anche se non hanno bruciato i loro fantastici reggiseni, il 7 settembre del 1968 le sostenitrici dei diritti delle donne manifestarono sul lungomare durante il concorso di Miss America ad Atlantic City, dove le partecipanti (molte in maglietta, più di un paio senza nulla sotto) venivano incoraggiate a lanciare oggetti che rappresentassero l’oppressione di genere—giarrettiere, tacchi alti, bigodini, ecc.—in un “Bidone della Libertà”. Il loro intento originale era di immolare questi oggetti offensivi, ma purtroppo alle manifestanti non fu permesso accendere il falò sul lungomare.

PUNK

“Dio salvi la regina/ Non è un essere umano/ Non c’è futuro/ Nel sogno dell’Inghilterra,” cantava Johnny Rotten dei Sex Pistols nel 1977. Anche se sosteneva che la band e le sue canzoni fossero apolitiche (e che “non sapeva nemmeno il nome del primo ministro”), la storia ha provato il contrario.

Nel 1976, Vivienne Westwood e il suo compagno, il defunto Malcolm McLaren, aprirono un negozio a King’s Road, Londra, chiamato Seditionaries. Il nome incarnava la ribellione nichilista dei loro giovani clienti, come Rotten, la cui t-shirt dei Pink Floyd con gli occhi dei membri della band grattati via e lo slogan “Hate”, era una delle preferite di McLaren.

Naturalmente i ragazzini di strada non avevano abbastanza soldi per fare acquisti da Seditionaries e dintorni, ma chiunque desiderasse esprimere le sue cupe passioni poteva permettersi una spilla da balia da infilare nella guancia, o un barattolo di colla di pesce per farsi la cresta da mohicano, o un coltello per tagliuzzare un paio di jeans e lasciare intravedere il ginocchio sbucciato.

OCCUPY WALL STREET

Per ricordare l’accampamento a Zuccotti Park e le dimostrazioni simili qua e là per il mondo, bisogna fare una carrellata virtuale di tutte le tendenze progressiste dello scorso secolo—tuniche afro e giacche militari, basco, piercing, jeans e Dr. Martens. E se le lunghe tuniche bianche non sono ancora tornate, l’abito lungo a fiori è occasionalmente presente e accompagna la sfilza di slogan su spilla—la versione moderna di quelle di Holloway.

Tutto ciò ci conduce al 2012, e alle ipotesi sui possibili outfit delle manifestazioni politiche della prossima estate (qualche ispirazione dalla Chicago del 1968?). Indipendentemente da come i giovani attivisti decideranno di agghindarsi durante questi prossimi incontri e quanta gente li seguirà, abbiamo tutti un grosso debito nei confronti dei nostri antenati barbuti, intunicati, travestiti o senza reggiseno. Hanno spianato la nostra strada, non solo con i loro abiti, ma con le loro vite.