Cronache della ligera, la prima malavita di Milano

"Allora eravamo in guerra contro il padrone, lo sfruttamento, la madama. Oggi invece c'è una guerra senza quartiere, ed è impossibile distinguere i buoni dai cattivi."

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lug 17 2015, 8:20am


Una foto scattata in via Osoppo subito dopo la celebre rapina. Immagine via

Se oggi si pensa alla criminalità organizzata milanese la prima cosa che viene in mente è sicuramente l'intreccio di interessi tra mafie e poteri finanziari, le infiltrazioni della 'ndrangheta e le vicende delle famiglie Tatone, Barbaro e Papalia. Ma non è sempre stato così: fino a non molto tempo fa, la malavita milanese era tutta un'altra cosa.

Il periodo d'oro della ligera—termine che identifica la prima malavita milanese—va dall'immediato dopoguerra agli anni Ottanta, quando questa venne definitivamente soppiantata dalle mafie provenienti dal sud Italia. Per quanto riguarda l'origine del termine, non esiste un'etimologia certa: la tradizione popolare lo fa derivare dall'aggettivo "leggero"—riferito, di volta in volta, a una persona instabile, a un borseggiatore che "alleggerisce" la gente del portafogli, o a una persona povera, con le tasche vuote e quindi leggere.

La ligera identificava un sottobosco di piccoli criminali—papponi, rapinatori, sequestratori, biscazzieri, allibratori, ladri d'appartamenti, truffatori, spacciatori, strozzini, contrabbandieri, ricettatori—disorganizzati e spesso in conflitto tra loro. Secondo Danilo Montaldi, autore di Autobiografie della leggera, sarebbe nata in seguito all'inurbamento e all'emarginazione del proletariato agricolo dell'immediato dopoguerra, che avrebbe cercato nell'illegalità una nuova forma di sostentamento pur rimanendo ancorato a determinati "valori" condivisi.

Sono proprio questi valori, insieme alla pressoché totale assenza di legami con le potenze del crimine organizzato italiano, la caratteristica fondamentale della ligera. I suoi appartenenti erano spesso disoccupati che ricorrevano al crimine per sopravvivere oppure artigiani che cercavano di arrotondare, e non si consideravano dei criminali ma piuttosto dei banditi. Seguivano un codice e cercavano per quanto possibile di non fare del male a nessuno—tanto che il boss dell'Isola Ezio Barbieri si vantava di non aver mai commesso omicidi.

Questo evitare di ricorrere alla violenza, unito al fatto che i banditi e i poliziotti provenissero dallo stesso contesto sociale, faceva sì che tra ligera e polizia ci fosse un grande rispetto reciproco. "Fino a quando la malavita locale si è mantenuta in certi ambiti, come qualità e caratteristiche, il rapporto con le forze di polizia è stato dei più corretti," ha ricordato l'ispettore di polizia Arnaldo Petronelli in un'intervista contenuta in Malamilano, un documentario sulla ligera. "Era tacitamente escluso che ci fosse della violenza gratuita, e quindi questo determinava un rispetto reciproco."

Malamilano, documentario sulla ligera di Tonino Curagi e Anna Gorio

La prima fase della storia della ligera va dall'immediato dopoguerra all'inizio degli anni Sessanta, quando il sottobosco criminale milanese, fino a quel momento dedito a piccoli furti e rapine non violente comincia pian piano ad aggregarsi e organizzarsi. Nascono le prime bande, compaiono le prime armi e anche gli obiettivi si fanno più ambiziosi. Il punto di svolta, che segna una prima trasformazione della ligera in una malavita organizzata, è la celebre rapina di via Osoppo del 1958, definita dalla stampa di allora "il colpo del secolo."

La rapina di via Osoppo fu un vero e proprio salto di qualità per la ligera: per la prima volta si trattò di un colpo organizzato e per la prima volta vennero usate delle armi—anche se non venne sparato un colpo, e i banditi si limitarono a puntare i mitra e a fare ta-ta-ta con la bocca. Autori della rapina furono i "sette uomini d'oro" capitanati da Ugo Ciappina, un ex partigiano gappista sopravvissuto alle torture naziste e già leader della "Banda Dovunque," così chiamata perché spostandosi su auto sportive rubate colpiva in tutto il nord Italia. I sette uomini d'oro appartenevano a diverse bande e si erano uniti solo per quella rapina, un'altra cosa mai avvenuta prima nel mondo della ligera.

L'obiettivo della rapina fu un furgone blindato della Banca Popolare di Milano, che vene accerchiato da un camioncino e da tre auto—tutti mezzi rubati e con targhe false—da cui scesero i rapinatori, a volto coperto, vestiti con delle tute blu da operai e armati di mitra. Una di queste auto, per un errore rivelatosi poi fondamentale per la riuscita della rapina, andò a schiantarsi contro un muro attirando l'attenzione dei passanti e consentendo ai rapinatori di appropriarsi del carico del furgone blindato indisturbati e fuggire a bordo del camioncino.

La stampa definì il colpo "la più sensazionale rapina che mai la cronaca milanese abbia registrato" e arrivò a proclamare che Milano si era "messa alla pari con Chicago." I rapinatori fuggirono con un bottino per l'epoca enorme, 614 milioni di lire, ma furono arrestati un mese dopo quando, presi dall'entusiasmo, si misero a fare la bella vita. "Ci sentivamo i padroni di Milano, avevamo addosso una grande spavalderia. In fondo è stato meglio che ci abbiano presi altrimenti chissà dove saremmo arrivati," ha detto anni dopo in un'intervista Luciano De Maria, uno dei componenti della banda.

La prima pagina de La Notte del 1/3/1958 sulla rapina in via Osoppo. Grab via

"Ufficialmente sì, tutti scrivono e proclamano che sono contenti, anzi entusiasti del fatto che i criminali sino stati smascherati in modo tale da togliere a chiunque la voglia di imitarli," scrisse Montanelli al riguardo. "Ma, sotto sotto, senza osare dirlo o dicendolo a bassa voce, la maggioranza tifava per i rapinatori."

Uno dei tratti distintivi della ligera era il suo grande radicamento nei quartieri popolari di Milano, dove i banditi erano considerati quasi degli eroi. Questo radicamento si esprimeva anche in una grande vicinanza agli ambienti della cultura "popolare" di Milano, dai teatri ai locali notturni dove si esibivano giovani cantautori che sarebbero diventati poi i cantori della mala—come I Gufi, Nanni Svampa e Didi Martinaz. A riprova di questa commistione tra malavita e musica popolare ci sono le numerose canzoni popolari dedicate alla ligera, tra cui la più celebre è senza dubbio "Porta Romana bella."

"Porta Romana bella" cantata da Nanni Svampa, una delle canzoni più famose dedicate alla ligera. I versi "E sette e sette e sette fanno ventuno / arriva la volante e non c'è nessuno" si riferiscono alla banda del boss dell'Isola Ezio Barbieri.

Di "Porta Romana bella" esiste una versione alternativa con una strofa dedicata a uno dei primi grandi protagonisti della stagione della ligera: Ezio Barbieri, il boss dell'Isola-Garibaldi, la stessa zona che oggi è stata riempita di grattacieli e venduta a un fondo quatariota e che nel dopoguerra era un quartiere popolare molto povero e ancora in parte in macerie per i bombardamenti.

"Mi sono chiesto anch'io tante volte perché sono diventato un bandito," ha detto Barbieri molti anni dopo, nel 1971, in un'intervista. "Penso che l'unica ragione sia stata la Milano di allora. Sono diventato un bandito perché vedevo tutte le mattine mia madre alzarsi alle quattro e fare la coda per per avere mezzo chilo di pane. C'era una metà della città che viveva sull'altra metà, una prendeva all'altra e l'altra subiva".

Almeno in un primo momento, il sentimento malcelato che stava dietro alle azioni della ligera era una sorta di odio di classe e di desiderio di riscatto sociale. La banda di Barbieri, attiva tra il 1945 e il 1946, girava su una Lancia targata 777 (il numero del centralino della polizia di Milano) e faceva rapine in banca e rapine a mano armata tramite posti di blocco improvvisati.

Alcune azioni erano particolarmente spregiudicate—come la celebre " rapina della donna nuda," in cui la banda fece entrare in banca una ragazza nuda e mentre lei attirava l'attenzione svaligiò l'istituto. Il bottino di tutte queste rapine veniva spesso distribuito tra la gente del quartiere, dove la figura di Barbieri era associata a quella di Robin Hood e il bandito era protetto da un muro di omertà. Dopo il suo arresto, avvenuto a Pero nel 1946, Ezio Barbieri fu detenuto a San Vittore, dove prese parte all'organizzazione della "Pasqua Rossa"—la più grande rivolta nella storia delle carceri italiane.

L'arresto di Ezio Barbieri. Foto

via Wikimedia Commons

Un altro personaggio leggendario della stagione della ligera è Luciano Lutring, detto "il solista del mitra" per l'abitudine di nascondere l'arma nella custodia di un violino. Negli anni Sessanta, Lutring ha fatto circa 500 rapine in negozi e banche, tra Italia e Francia. Alla sua vita è stato dedicato un film con Alain Delon, Lo zingaro.

Anche Luciano Lutring proveniva dallo stesso contesto sociale che ha prodotto Barbieri, Ciappina e gli altri esponenti della ligera. Stando a quanto ha raccontato lui stesso, la sua carriera da fuorilegge è iniziata per caso: una volta era stato mandato in posta da sua zia per pagare una bolletta, l'impiegato era lento e lui aveva dato un pugno sul bancone. Nel movimento si era vista la pistola giocattolo che Lutring portava alla cintura, l'impiegato aveva creduto fosse una rapina e gli aveva consegnato i soldi.

Luciano Lutring racconta la storia della sua prima rapina

Da quel giorno era cominciata la sua carriera criminale, che tra soggiorni in alberghi di lusso, fuoriserie e belle donne lo porterà a diventare una leggenda popolare e a ottenere il titolo di "nemico pubblico numero uno" sia in Italia che in Francia. Verrà arrestato a Parigi nel 1965 e sconterà 12 anni di carcere in Francia, durante i quali inizierà a dipingere e si scambierà lettere con Sandro Pertini.

Nello stesso periodo in cui Lutring faceva le sue rapine, però, la ligera stava cambiando profondamente, allontanandosi sempre di più da quei valori e dagli ideali di giustizia sociale su cui era fondata. Da una malavita povera e disorganizzata che faceva crimini per sbancare il lunario si sarebbe presto trasformata in una vera e propria organizzazione criminale, legata al mondo della finanza e alle mafie.

L'articolo de


La Stampa sulla rapina in largo Zandonai. Foto dall'archivio de La Stampa.

Il vero punto di svolta di questo processo fu la rapina in largo Zandonai, fatta dalla Banda Cavallero. La Banda Cavallero era formata da quattro operai torinesi—Pietro Cavallero, Sante Notarnicola, Donato Lopez e Adriano Rovoletto—di simpatie anarchiche, che si dedicavano alle rapine tra Torino e Milano. Il 25 settembre 1967 i quattro assaltarono una filiale del Banco di Napoli in largo Zandonai a Milano e fuggirono sparando all'impazzata inseguiti dalla polizia, uccidendo tre passanti.

Il ricorso alla violenza e alle armi era qualcosa di inedito e con la rapina in largo Zandonai—che pure c'entrava poco o niente con la ligera, ed era stata fatta con motivazioni esclusivamente politiche—iniziò il declino della malavita milanese: da quel momento i metodi si sarebbero fatti sempre più violenti e la criminalità organizzata si sarebbe strutturata sempre più sui modelli della camorra e della mafia siciliana. Del resto, nel frattempo anche Milano era cambiata: la città in macerie dell'immediato dopoguerra si stava pian piano trasformando nella Milano da bere degli anni Ottanta.

Nel periodo tra gli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, la città sarebbe stata saldamente nelle mani prima di Francesco "Francis" Turatello (detto "Faccia d'angelo") e poi del suo luogotenente Angelo Epaminonda (detto "il Tebano"), entrambi uomini legati agli ambienti di Cosa Nostra e alla P2, a cui era tesserato Turatello

La banda di Turatello, formata prevalentemente da immigrati di origine catanese, non si dedicava più alle rapine ma gestiva il racket del gioco d'azzardo e della prostituzione in tutta la città. Parte dello spirito della prima malavita milanese sopravviveva ancora negli stretti legami di Turatello con gli ambienti della musica e della cultura popolare, primo tra tutti il suo rapporto di amicizia con Franco Califano—che mise il figlio del boss sulla copertina del suo album più famoso, Tutto il resto è noia.

Alla figura di Turatello si contrapponeva quella di Vallanzasca, che si può considerare l'ultimo esponente della ligera. La banda di Vallanzasca si occupava di rapine e sequestri di persona ed era radicata profondamente sul territorio, nel quartiere periferico della Comasina—due caratteristiche tradizionali della ligera diventate col tempo anacronistiche. Dopo una guerra sanguinosa, l'arresto dei capi dei due gruppi e il brutale assassinio di Turatello per conto del boss della camorra Raffaele Cutulo, Milano sarebbe caduta nelle mani delle mafie meridionali e il periodo della ligera sarebbe finito per sempre.

Francis Turatello (a destra) al matrimonio di Renato Vallanzasca (a sinistra). Dopo essere stati acerrimi nemici, i due si erano avvicinati in carcere. Foto


via Wikimedia Commons

La sua fine era inevitabile, del resto, perché le stesse condizioni sociali da cui era nata non esistevano più, come ha spiegato lo stesso Luciano Lutring in una delle ultime interviste rilasciate prima di morire: "Era una Milano che oggi come oggi non esiste più. [...] A quei tempi c'era una Milano più di ringhiera, c'era un approccio di simpatia tra i banditi e i derubati. Quando andavo in banca a fare una rapina portavo via pure le cambiali, così facevo un favore a quelli che dovevano pagarle."

Un pensiero espresso anche da Pelè, uno degli ultimi esponenti della ligera, che oggi gestisce una trattoria fuori Milano: "Allora eravamo in guerra contro il padrone, lo sfruttamento, la madama. Oggi invece c'è una guerra senza quartiere, ed è impossibile distinguere i buoni dai cattivi."

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