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A9N6: Il settimo annuale di narrativa

Candy e i suoi coltelli

Un racconto di Noa Jones dal nostro annuale di narrativa.
3.12.13

Illustrazioni di Cendrine Rovini

Al citofono c’era il portiere. La sua ospite era arrivata. “La faccia salire, grazie” disse Candice. Come se avesse una qualche autorità, nei confronti di Isobel. In bagno, si diede un’occhiata allo specchio. Sembrava una fotografia di Cindy Sherman. Una donna che fingeva di essere una donna. Trentacinque anni, i capelli tagliati a caschetto per comodità, le braccia grassocce che spuntavano fuori da una camicetta Lilly Pultizer a fantasie colorate.

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La sua immagine era incorniciata da una carta da parati verde palude costellata di immagini di falene. Mi manca giusto un’ascia, pensò.

I giorni passati a lavorare alla compagnia con Isobel l’avevano rimodellata, l’avevano trasformata, dalla donna triste, sola e bulimica che era, in una sposa e madre ben sistemata. Isobel era stata l’unica, in ufficio, a capire che Candice non era soltanto una bambolina del Sud, che c’era qualcosa di interessante, al di là delle apparenze. Era trascorso un decennio, ma forse c’era ancora un sedimento di ombre che avrebbe potuto venire smosso dalla presenza di Isobel. Aprì l’armadietto dei medicinali, e la sua immagine riflessa si piegò. Lanciò uno sguardo a una boccetta giallo-arancio. Qualcosa per calmare i nervi. Forse non ce n’era bisogno. Udì il distante suono dell’ascensore e richiuse lo specchio. Il suo volto era di nuovo piatto. Anche il suo sorriso era piatto. Isobel scese dall’ascensore e aveva l’aspetto di un oggetto ad alta tecnologia. Un attrezzo che usi per stringere una vite. Magrissima, coi suoi pantaloni di velluto nero, la coda di cavallo nera, la camicia nera sotto una giacca su misura. Pallida, come al solito. Niente borse. Buttò in aria le mani e cantilenò un “Ciao-o-o!” “Ciao a te,” esitò Candice, incerta sul che fare con le mani.

Non ricordava Isobel come una persona appiccicosa. Forse si sarebbero date un bacio sulla guancia, fors’anche soltanto una stretta di mano. Sì, aveva l’aria da stretta di mano. Ma Isobel si fiondò in un abbraccio. Aveva i capelli che sprigionavano un certo aroma. Come se fosse appena uscita da una stanza satura d’incenso. Candice chiuse gli occhi e si vide davanti piume di pavone e scarabei incrostati di diamanti. Si premurò di non stringere troppo a lungo o troppo forte, allarmata da tutte le estremità puntute delle ossa e degli abiti di Isobel. Fece un passo indietro. “Sei così magra.” “Mi ero dimenticata che è questo il modo in cui voi di qui accogliete gli ospiti” disse Isobel, cambiando tono. “È comunque meglio di un ciao?” Candice non sapeva se l’avesse offesa o se fosse lei a doversi offendere. Voi di qui.

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“Wow, questo posto sembra ritagliato da una rivista” disse Isobel, entrando nell’appartamento.

“Che rivista?”

“Un mensile di strategia militare.”

“In realtà io puntavo più su un look da porno hardcore, ma la strategia militare va bene uguale. Ti posso offrire dei biscotti?”

“Sì, se con biscotti non intendi biscotti.”

“Col latte?”

“Se il latte viene da una distilleria, certo, grazie.”

“Ghiaccio?” Isobel annuì.

Nel raggiungere il vassoio dei liquori, raddrizzò il posacenere di ebano sul tavolino da caffè. Le piaceva il fatto che l’appartamento non proiettasse ombre, nei giorni nuvolosi. E l’appartamento era uniformemente illuminato. Il salotto, con la sua generosa metratura, le molteplici isole formate dai divani, la vista di Central Park, soddisfaceva il bisogno di equilibrio di Candice. Aveva raggiunto una miscela perfetta di eleganza e semplicità. Le pareti color champagne che aveva visto in un castello in Francia, grandi quadri di paesaggi in cornici dorate, il set da scrivania in mogano, in contrasto con un tappeto ruvido in sisal, un paffuto albero della gomma e cuscini animalier che sembravano in vera pelle. Pile di cataloghi in mostra sul tavolo da caffè, un paio di giocattoli qui e là offrivano una salutare sensazione di disordine. Lo sguardo di Isobel si posò sulla batteria di Caleb, cerchi bianchi circondati da un rosso brillantinato.

“Mio figlio, Caleb. È fuori con la tata.”

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Una manciata di parole sconosciute. Candice si sentì pulsare la faccia. All’improvviso, stava ridendo. E anche Isobel. Rideva. Rideva forte, ma non quanto Candice. Andò avanti per qualche minuto, il ghiaccio che rotolava sul tappeto, caduto dal bicchiere vuoto che Candice aveva cominciato a preparare. I muscoli dello stomaco iniziarono a dolerle.

Ridevano così, in ufficio, dietro le quattro mura dei loro cubicoli. In quel luogo che era stato il palco sul quale i colleghi si erano sudati una lunga partita di sciarada mentre conducevano trattative, offrendo tutti se stessi nella performance—il capo imperioso, il banchiere di Tipo A, il dedito stagista. Candice e Isobel recitavano nel ruolo delle assistenti esecutive e lo facevano con il minimo zelo, mentre passavano il tempo a osservare e, talvolta, a gingillarsi con gli altri personaggi, grazie all’acume e alla mancanza di scrupoli che le caratterizzava entrambe.

Isobel scriveva frasi surrealiste su post-it che appiccicava in posti bizzarri. Il peso della nuvola equivale al peso di cento elefanti. Candice si infilava intenzionalmente la gonna nelle mutande per scommettere su quale dei broker avrebbe superato l’imbarazzo e gliel’avrebbe fatto notare.

Facevano scherzi telefonici e, una volta, quando il capo le chiese di ordinare cibo cinese per un importante cliente di Hong Kong, lei ordinò pesci con le teste ancora attaccate. Si misero a osservarli, coi banchieri che cercavano alla meglio di fingere che andasse tutto bene. E ridevano, e ridevano. Come ora.

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Dopo svariati tentativi infruttuosi, Candice riuscì a smettere. Dovette asciugarsi le lacrime agli occhi, e sentì di essersi esposta in tutta la propria inadeguatezza. “Wow” disse Isobel. Lei non aveva riso così tanto. Aveva gli occhi asciutti. Probabilmente non ne aveva un bisogno altrettanto disperato.

Candice si sforzò di dire qualcosa. “Però, davvero, sei magra.” Aveva la gola umida di saliva e l’eyeliner sbavato. “Tu no, ma a me un po’ di ciccia piace. Ti fa bella. Mi piacciono quei colori” indicò l’abito di Candice.
Isobel sapeva essere dura, ma se non altro era onesta, diretta, e anche questo denotava una certa gentilezza. Le altre madri erano esperte nell’infarcire i loro complimenti di insulti e meschinità.

“Ho qui un regalo per tuo figlio.” Isobel sfilò dalla giacca un libricino avvolto in carta di riso. Candice le passò il bicchiere, riempito con un generoso dito di scotch, e prese il regalo. “In verità è per te” disse Isobel. “Mi sono dimenticata di prendere qualcosa per il bambino. Ma potrebbe piacergli. Aprilo.”

Candice passò il pollice su quella carta stupenda.

“Scartare regali è l’attività numero uno di Caleb.”

“Non è anche la tua attività numero uno?”

“Sì.”

“E allora, perché può divertirsi solo il bambino?”

“Già. Si fotta.” Candice sentì la lama di quelle parole che le si stringeva intorno al petto. È così che ci si sentiva, a spingersi troppo in là. Si sedettero. Lei cominciò a scartare il regalo. Poi si fermò. “Alt.”

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Candice si alzò e si versò un altro po’ di alcol.

“Ok, puoi ripeterla per favore? L’ultima cosa che hai detto?”

“Vuoi un’altra possibilità?”

“Sì.” Bevve un sorso.

“Ti sei spinta troppo in là?”

“Sì” disse Candice.

“Ok, be’ – e allora, perché è il bambino il solo a potersi divertire?”

“Hai ragione. Ora lo apro, poi lo divido con lui” disse, senza i vari fottersi, e poi scartò il regalo. Era un blocchetto di raffinatissima carta per origami, disposto in modo tale che una frazione di ogni colore incluso fosse visibile. Un’intera gamma di colori saturi e fantasie. “È da acquolina in bocca” disse Candice. Isobel annuì.

Sei stata in Giappone?”

“Il mese scorso. Stavo andando a Seul.”

“Era più o meno quando ti ho scritto?”

“No, lì ero in Brasile. Sono andata in Brasile, dopo Seul.” Isobel distolse lo sguardo, stava pensando a qualcosa.

“Questo spiega la tua abbronzatura” disse Candice con sarcasmo. La pelle di Isobel era bianca come la polpa del fungo più pallido. Isobel si tastò la mascella.

“Mi è venuto un cancro alla pelle, non molto tempo fa” disse.

“Ho dovuto dire addio al sole.” Candice si irrigidì, mi spiace, ma Isobel non dimostrò di essere offesa, o di aspettarsi compassione.

“Sto bene” disse lei. “Non c’è da preoccuparsi.” Il suo volto ricordava a Candice quello del presidente. Bello, impenetrabile. I suoi occhi seri erano delicatamente scavati, le labbra erano piene, ma struccate e strette, come se stesse cercando di tenerle per sé.

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“Comunque. Brasile. Il Brasile è stato fantastico.”

“Con chi sei andata?”

“Una guida. E la mia amica Sarah. Abbiamo passato del tempo con una tribù.” Pronunciò una parola che Candice non capì. Un qualcosa di gutturale.

“È stata una vera esperienza.” Candice sentì la carne intorno alle cosce espandersi. Lo scotch non andava a braccetto con le tre ciotole di cereali zuccherosi che aveva mangiato dalla dispensa, poco prima. Isobel stava introducendo la possibilità di una conversazione su esperienze nella giungla profonda, una conversazione che probabilmente avrebbe incluso sciamani e il concetto di salvare il pianeta. Avrebbe parlato dei suoi avventurosi partner che vivevano senza legami, intensamente e senza paura. Candice era tesa.

“Ti hanno divorata le zanzare?”

“Sì, direi di sì” Isobel sorrise a Candice con un’espressione che le sembrò di comprensione, anche se avrebbe potuto essere pena. Indicò la carta per origami.

“Fanne uno.”

“Non mi ricordo come si fanno.” Sollevò il nastro adesivo e prese un quadrato di carta blu cobalto, irritata.

“Che piani hai?”

“Non ho un piano. L’ho comprato perché mi piacevano i colori” disse Isobel, osservandola.

“Piacciono anche a me. Non mi stavo lamentando. Ma essendo che me l’hai fatto tu, il regalo, pensavo che magari la carta si sarebbe piegata da sola, una cosa così.” Non aveva senso, un regalo tanto primitivo. Isobel di solito era futuristica, si circondava di gingilli misteriosi e all’ultima moda.

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Alla compagnia, Isobel era sempre puntuale, ma ogni giorno arrivava a lavoro che puzzava di sigaretta, con un completo da quattro soldi acquistato da Daffy’s. Il dorso della mano segnato dall’inchiostro del timbro di un qualche locale. Ai capitalisti di ventura i dettagli non interessavano. Era una donna. Come Candice. Facevano il loro lavoro. Battevano a macchina, compilavano fogli contabili, toglievano la carta incastrata dal fax, sostituivano i vecchi filtri del caffè. Le scollature erano apprezzate. Una certa abilità tecnica era richiesta. Candice era avvolta da una sensazione di pace ogni volta che inseriva comandi DOS e le cifre che lampeggiavano sul suo schermo verde-alga corrispondevano al foglio di istruzioni.

Ma Isobel si era stancata. Per passare il tempo, iniziò a cercare di capire cos’era, esattamente, che stavano facendo. “Questi stronzi fanno milioni di dollari” aveva detto a Candice. “Ti sembrano tanto intelligenti? Ti sembrano dei gran lavoratori?” Un giorno, il tecnico informatico con cui flirtava le aveva regalato un account CompuServe. Le aveva spiegato come inviare messaggi via Internet. Lei decise di introdurre la compagnia al concetto di e-mail, World Wide Web, alla digitalizzazione dei titoli di borsa. Era così tanto tempo fa. L’inizio dei Novanta. Vide la rivoluzione arrivare, e non fece una piega. Comprò in tutta furia gli URL di molte grosse compagnie che non erano ancora entrate nel gioco—Merck, Pepsi, Sony, Exxon—e che avrebbero, poi, dovuto ricomprare gli indirizzi a prezzi gonfiatissimi. In due agilissime manovre, Isobel passò da segretaria a consulente tecnica, per poi avere la sua compagnia multimilionaria. Ora aveva un gruppo di geni devoti al suo servizio: lavoravano in un loft di Tribeca mentre lei girava per il mondo, ma solo raramente si avventurava a nord della Ventitreesima Strada.

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La velocità aveva provocato a Candice una serie di attacchi di panico. Si muoveva tutto troppo in fretta. Tutto diventava via via sempre più intangibile. Forse era per questo che Isobel le aveva fatto un regalo di carta. Forse si era accorta che Candice era al proprio posto soltanto nel suo recinto di sabbia tra i blocchi colorati e il Didò. Non voleva nemmeno sapere come fosse andata in Brasile.

“Pensi che sia una zotica” disse Candice.

“Penso che ti ricordi come piegare un pezzo di carta.”

Candice rivoltò il foglietto. Non le piaceva che, dall’altro lato, fosse bianco. Lo voleva completamente, totalmente, blu.

“Forse sono in grado di fare una di quelle buste per la coca.”

“Bei ricordi.”

“La prendi ancora, la cocaina?” Quella parola, sulla punta della sua lingua, accese la miccia di una voglia che non sentiva più da molto, molto tempo.

“No. Niente coca. Niente speed. Ho smesso anche di fumare.”

Candice si sentì avvolta da un’appiccicosa sensazione di disprezzo di sé. Faticò a trovare qualcos’altro da dire. Rigirò la carta, la piegò a triangolo.

“Forse so costruire uno di quei giochi tipo Paradiso o Inferno, sai, quella cosa che ti predice il futuro.”

“Vedi che iniziamo a ragionare.”

Candice piegò i triangoli verso il centro del quadrato. Una dimostrazione delle sue capacità motorie.

“Ma prima dobbiamo pensare a cosa scrivere all’interno. Altrimenti non funziona. È quella, la parte difficile. Dobbiamo pensare a otto predizioni diverse, una per triangolo.”

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“Tu ne scrivi quattro, e io ne scrivo quattro” disse Isobel.

“Ma cosa scriviamo?”

“Quello che suggerisco io è di scrivere le cose più perfide cui riesci a pensare. Scrivi le cose che credi mi ferirebbero di più.”

“È questa la tua idea di divertimento?”

“Fa aprire gli occhi” disse Isobel

“Cosa scriverai, tu?”

“Vedrai quando giochiamo.”

Candice rivoltò il quadrato e ripiegò gli angoli verso il suo interno, di nuovo. Isobel sedeva a gambe incrociate accanto all’albero della gomma, sfogliando un catalogo che aveva afferrato sul tavolo. L’omaggio patinato di Vogue al mondo della bigiotteria.

La presenza di Isobel quasi le mozzava il respiro. Come quando da ragazzina aveva aiutato il padre a salvare le galline da un procione che si era infilato nel pollaio. L’aria era soffocante di piume e forfora animale.

“Pago una persona apposta perché mi faccia morire di fame” disse Candice, ripiegando gli angoli della carta, “Giusto perché tu sappia. Se vuoi un paio di proiettili da usare nel gioco. E la somma che ho speso in fecondazione assistita probabilmente sarebbe bastata a finanziare la riforestazione dell’Amazzonia. Volevo che fossero i miei, di geni. Volevo che io e Avi potessimo rispecchiarci in un unico essere umano. Poi, ovvio, mi sono regalata il trattamento mamme. Sai, ti aprono in due per il cesareo, quindi perché non darsi una ritoccatina con la liposuzione?” Candice si guardò il rotolino che spuntava da sotto l’abito. “Lo so che la differenza non si vede.”

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Quelle confessioni le permisero di trarre un respiro. “Ci sono altre cose. Il Botox. Mi piacciono le cose lisce. Vedi qui? Non riesco a muovere la fronte. E ho una dipendenza da tv e bibite dietetiche. E a dire il vero le persone non mi piacciono, di nessun tipo, perciò fingo sempre di essere piena di impegni. Probabilmente è la mia ambizione numero uno. Tenermi alla larga da tutto. Non ho altre ambizioni, né voglio altre ambizioni. Prendo delle pillole, due ogni sera, per impedirmi di andare fuori di testa. Giusto per farti capire con chi hai a che fare.”

Isobel rise con delicatezza.

“È meraviglioso, Candy.”

“Non ridermi in faccia.”

“Non sto ridendo. Sono commossa. Ti stai prendendo cura di te. E devi farlo. Qualsiasi cosa significhi. E qualsiasi cosa ti sembri di fare. È davvero meraviglioso. E devi continuare a farlo.”

“E allora perché a me non sembra meraviglioso? Perché mi vergogno tremendamente di dirti queste cose?”

Isobel disse “Perché. Perché sei talmente convinta di esistere davvero.” Candice attese che finisse la frase, ma Isobel ritornò, con noncuranza, a sfogliare il catalogo. “Diamanti” disse a bassa voce.

Candice premette la carta e le diede la forma definitiva. Infilò le dita nelle pieghe, e aprì l’origami—quattro piramidi interconnesse, il cui rovescio nascondeva le predizioni. Poi, cliccando la penna a scatto, guardò l’amica.

“Oh cazzo! Sto cliccando la penna” disse.

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“Non importa” disse Isobel.

“Scusami, sul serio.”

“No, davvero, non importa. Mi dà sui nervi ma non è che adesso…”

Candice si era dimenticata di quella storia. Di come, una volta, non si erano parlate per una settimana per via di quei clic della penna, perché Candice non riusciva a controllare il suo tic, quando si annoiava, e Isobel aveva perso il controllo. Isobel aveva l’udito di un cane. Trasaliva al suono di una lattina che veniva aperta. L’incidente del clic della penna fu la prima volta in cui Candice vide la parte meschina di Isobel, la parte che non si schierava dalla sua parte.

“No davvero, continua pure. Va bene così. Clicca pure. Finisci di scrivere le predizioni.”

Candice si chinò sulla carta e scrisse le prime quattro predizioni che le vennero in mente, poi ripiegò l’origami e lo passò a Isobel. “Tocca a te. Divertiti.”

Isobel prese carta e penna. Attentamente, nascose il lato su cui Candice aveva già scritto, e iniziò a scarabocchiare qualcosa. Quando ebbe finito, sorrise e disse: “Mangiamo qualcosa.”

“Non ho fame.”

“Ho delle droghe che non funzionano bene a stomaco vuoto” disse Isobel.

“Ho detto per caso che avevo voglia di droga?”

“Non ancora. No, non l’hai detto. Ne hai voglia?”

“Che tipo di droghe?”

“Un tipo solo. Speciale. Non somiglia a niente che hai mai provato.”

Candice aveva provato molte droghe, ma era da molto tempo che non prendeva niente che non avesse l’approvazione della DEA. A volte, per divertimento, univa pollice e indice come stesse fumando uno spinello, li avvicinava alle labbra e inalava lentamente, riempiendosi i polmoni di un tiro di niente. Forse era il movimento, forse la variazione nel respiro, ma questo gesto modificava leggermente la sua percezione da sobria.

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“Sei fuori di testa? Ti rendi conto di cosa significhi essere madre? Non posso mettermi, così, a sniffare roba al pomeriggio.”

“Non devi sniffarla, anche se funziona meglio così. Possiamo fumarla.”

“Caleb torna alle quattro, e devo essere lucida. Avi di solito non rientra fino alle nove.”

“Di solito ci mette dieci secondi a entrarti in circo-lo,” disse Isobel.

“E dura solo tre minuti e mezzo. Ma dobbiamo mangiare, davvero.”

“Ma non abbiamo nemmeno parlato di cose normali. Di come stai, delle tue novità, cose del genere. Se ci dobbiamo mettere a prendere droghe, prima voglio sapere tutto quanto, perché magari sei impazzita e mi vuoi avvelenare o cose simili.”

“Va bene, parliamo. Sì, parlare va bene. Scusami, mi sono comportata da villana. Mi piacerebbe molto aggiornarci. Sono qui per questo, in fondo, no? Mangiamo qualcosa, parliamo, e poi ci sniffiamo due o tre cose.”

Si sedettero al tavolino da colazione e mangiarono una paella riscaldata. Si misero a parlare delle solite cose, i fidanzati di Isobel, il cancro, la politica. Non appena ci fu una pausa abbastanza lunga nella conversazione, Isobel mise le mani sul tavolo e sollevò le spalle.

“Bene. Cosa ne pensi, ora?”

“Dove lo facciamo?”

“Qui va bene. Hai una cucina deliziosa. E la vista del parco è bellissima.”

“È vero che ho una cucina deliziosa. Adoro questo piccolo séparé.”

“L’hai sempre voluto, un séparé.”

Ripulirono il tavolo e Isobel disse che doveva prendere l’occorrente e che sarebbe tornata subito. Quando tornò aveva l’origami, due bicchieri d’acqua e un vassoio d’argento. Si risedettero. Isobel arrotolò un pezzo di carta da origami verde lime, tenendo il lato bianco all’interno, per preparare un cannino.

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“E quindi? Come si chiama? Che effetti ha?”

“Si chiama Freccia di Mara. Ha un nome chimico, nella versione sintetizzata a Houston da un etnofarmacologo che ha vissuto in Amazzonia. Ma quella che ho io è tutta naturale. Viene chiamata anche Lo Scudo dello sciamano.” Un altro suono gutturale.

“Frecciamara?” Candice voleva annotarselo.

“Una freccia - che appartiene - a Mara. Era la personificazione del male, che tirava frecce di emozioni negative a Buddha quando sedeva sotto l’Albero della Bodhi durante l’ultimo stadio verso l’illuminazione.”

“È morto così?” domandò Candice.

“Le frecce non lo raggiunsero mai, perché era pervenuto a uno stato in cui non si ha più nulla da difendere, perciò quell’attacco perse la propria forza. Frecce di gelosia, rabbia, paura, si trasformarono in fiori perché Buddha era protetto dalla sua disidentificazione. Lo sciamano aveva una storia simile, con personaggi diversi. Secondo me Buddha è morto dopo aver mangiato i funghetti sbagliati.”

“Quindi, cosa succede?”

“Ti sentirai sotto attacco, ma ti sentirai protetta.” Isobel estrasse dalla tasca una bustina, e rovesciò una polvere grigia sul vassoio.

“Mi verrano le allucinazioni?”

“Penserai di averle, ma no. Ok? Devi capire bene questa parte del processo. Non è un’allucinazione. E potresti pensare di avere allucinazioni anche quando la droga la sto prendendo io.”

Iniziò a tagliarla in strisce sottili. Candice notò i numerosi anelli bizzarri che portava sulle lunghe dita. Quel tipo di anelli che si ereditano o che ci si fa creare su misura. Le gemme avevano tutte una propria personalità. La fede che Candice aveva al dito era assolutamente priva di originalità. Le sue dita erano ingrassate. Lo smalto che aveva sulle unghie sembrava di un rosa pacchiano, messo a confronto con quello trasparente di Isobel. Alla luce della cucina, gli abiti di Isobel non erano più neri, ma blu notte. Lo erano anche i suoi capelli. Se in questo momento qualcuno si mettesse a scalare i gargoyle dell’edificio e si appollaiasse fuori dalla finestra, vedrebbe una maga che serve della cenere a un clown, pensò.

“Non saprei…” disse Candice.

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“Non sai, infatti.”

“Intendo che sono qui seduta a detestarmi, a mettermi a confronto con te. Non penso che sia un buon momento per prendere droghe. Divento paranoica quando fumo erba.”

“È il momento perfetto. Potrebbero venirti delle paranoie, sulle prime, non voglio mentirti. Ma poi sarai l’opposto di paranoica.”

“Penso comunque che dovresti prenderla prima tu.”

“Certo. Nessun problema” disse Isobel.

“Ma per favore, fai tutto quello che ti chiedo di fare. Ho bisogno del tuo aiuto per farla funzionare. E quello che vedrai quando sniffo io non è un’allucinazione.”

“Ok.” Isobel si avvicinò il cannino al naso, poi si interruppe.

“Intendo qualsiasi cosa io dica. Falla.”

“Ti ho detto che va bene.”

Isobel sniffò due righe, una dopo l’altra, e spostò il vassoio su un lato. Trattenne il fiato e fece un’espressione come se stesse ascoltando attentamente un rumore sommesso. L’orologio della cucina ticchettava. Passò un minuto intero, poi due lacrime le scesero lungo il volto mentre espirava. Si mise una mano alla bocca. Le guance le si gonfiarono come se stesse per vomitare, ma non appena rimise la mano sul tavolo, sulle dita aveva—o a Candice sembrarono—pezzi di petali di fiori. Isobel sollevò i piedi da sotto il tavolo e si mise a sedere a gambe incrociate, gli occhi aperti, ma in maniera impercettibile. Fissava l’aria oltre al suo naso.

“Leggimi le predizioni, Candy. Quelle che hai scritto tu.”

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Mentre parlava, dalle labbra le cadevano violette. Violette vere, dai petali vellutati. Candice si allungò sul tavolo per toccarne una, e Isobel aprì gli occhi. “Non abbiamo molto tempo.”

Candice ritirò la mano. “Ma ci sono questi fiori.” Si avvicinò una violetta al naso e inspirò. “Sì, compaiono. Ora leggi.”

“Non si gioca così. Devi scegliere un numero, e poi un altro numero.”

“Va bene uguale. Sappiamo entrambe che, in fondo, conta solo il numero finale. Voglio soltanto che tu mi dica cosa hai scritto.”

Il suo tono di voce era basso. “Leggi il numero nove.”

Candice aprì la carta e lesse: “Metti a disagio le persone.” Isobel annuì. “E poi?” mentre lo diceva, tre gerbere le caddero dalla bocca. Senza gambo, fresche.

“Mio marito pensa che ti sia scopata Chuck.” Isobel la guardò con un’espressione scoraggiata che diceva Ma siamo matti? Fece spallucce. “E poi?” Non c’erano fiori, stavolta.

“Non saresti una brava madre.” Isobel annuì. Caddero dei petali.

Candice voleva non aver scritto l’ultimo. “Il cancro non è davvero sparito.” Isobel aprì la bocca e, questa volta, numerose orchidee che le scendevano dalle labbra ricaddero sul tavolo. Candice ne toccò una, chiedendosi se fosse stata scaldata dal corpo di Isobel, ma lo stame era fresco. “Bene, ora prendi un coltello.”

Candice si alzò e prese un coltello dal cassetto delle posate.

“Ora,” mise una mano sul tavolo “tagliami un dito.”

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Candice aveva visto i fiori cadere dalle labbra di Isobel, li aveva toccati, ed era davvero convinta che stesse accadendo qualcosa di speciale. Ma questo era troppo.

“Candy, dico davvero. Va tutto bene. Per favore, fallo per me.”

“Non posso.”

“Allora dammi una coltellata. In qualsiasi parte del corpo vada bene a te.”

“Non credo ce ne siano, Isobel, io—”

“Tieni, l’avambraccio. Sta scadendo il tempo. Andrà tutto bene, basta che io sia ancora fatta.” Non sembrava fatta. Gli occhi non erano opachi. Sembrava spaventosamente calma. Candice aveva afferrato un coltello da carne seghettato. Aveva pensato che sarebbe servito a tagliare i gambi dei fiori. Una cosa del genere. E ora avrebbe voluto avere in mano un coltellino, qualcosa che tagliasse con più leggerezza. “Ti prego, Candy. Ci resta solo un minuto.”

Qui non si trattava soltanto di una conversazione irritante. Qui c’era la vita pura che implorava di essere aperta in due. Candice non chiedeva altro. Elettrizzata, si coprì gli occhi e pugnalò l’avambraccio dell’amica. Il coltello non andò in profondità, la carne di Isobel non era troppo sostanziosa. Ma rimase infilato nel braccio quando Candice lo lasciò andare. Aprì gli occhi. Delle rose turbinavano fuori dalla bocca di Isobel. I petali rossi si deponevano sopra le orchidee, le margherite, le violette. “Grazie.” Isobel si estrasse il coltello dal braccio, serrò gli occhi, e rimase seduta in silenzio. C’era una ferita, ma non perdeva troppo sangue. Le richieste erano finite. Le sue labbra si rilassarono.

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“Andata” disse infine. Aprì gli occhi e sospirò silenziosamente. “Che belli.” Passò le dita tra i petali sul tavolo. Il suo braccio era privo di segni. “Belli. Puoi tenerli.”

“Vogliamo parlare di quello che è successo?”

“Chiaro. Ma è il tuo turno. Credo sia meglio se ci facciamo entrambe, prima di parlarne.”

“Ma ti ho appena accoltellata.”

“Quello che accade fuori è diverso da quello che senti dentro.”

“Non voglio che mi accoltelli.”

“Va bene. Non credo che tu ne abbia bisogno.”

“Com’è che le allucinazioni vengono a me, se ti fai tu?”

“Te l’ho già detto, non è un’allucinazione. Toccali.”

Candice passò le dita tra i fiori sul tavolo, poi si avvicinò il cannino al naso e sniffò, dal vassoio, due righe della polvere grigia. Riusciva a vedere la sua stessa narice, nel riflesso. Sembrava una matta, con i quei capelli da bionda scema che le incorniciavano il viso. Sentiva la droga che le si diffondeva nel corpo come un ondata d’acqua che si infrange su un lembo di sabbia asciutta. Quella sensazione, né piacevole né spiacevole, prese possesso di lei in un fluire di effervescenze.

Il tessuto che aveva scelto per il séparé cominciò a fissarla. Uno sfondo sgargiante al profilo minimalista di Isobel. Aveva senza dubbio richiesto un sacco di lavoro, di precisione e di abilità. Quante mani erano state incluse nella sua creazione, quanta energia, quanti oceani erano stati solcati soltanto perché lei potesse avere un divanetto carino dove sedersi e bere bibite? Dovette distogliere lo sguardo. Si focalizzò sulla natura lussureggiante che invadeva il parco. Una bancarella vendeva pretzel, stazionata all’entrata—acciaio e farina e grani di sale sotto un ombrello biancogiallo. Avrebbe voluto riempirsi la bocca di senape e pane. Al di là della bancarella, ettari di natura immersi nella nebbia. Il cuore di Manhattan. Candice sentì il senso di colpa scenderle giù per la gola. Il parco era sempre stato lì per lei, e lei al massimo gli lanciava uno sguardo di tanto in tanto. Lo trattava come un colore che si abbinasse ai suoi arredi interni. Viveva in una bolla. Ignorante. Dissipatrice. Era un tal privilegio, vivere così vicina a quel parco, possedere la vista di quel parco. Non era giusto che lo ritenesse una sua proprietà. Un uomo stava correndo con un giornale in testa. Aveva cominciato a piovere. Suo figlio era là fuori. E lei era una persona pessima, pessima. Avrebbe voluto un fratello. Voleva affogarsi in una piscina di latte intero e cereali. Voleva fare altri figli. Avi ne aveva parlato. Avevano fatto dei tentativi. Davano alla loro vita amorosa una patina di importanza e affetto che Candice non aveva mai provato da donna single che usciva con uomini a caso. Gli uomini sono come treni. Vanno e vengono. E lo faceva per uno scopo preciso, per creare un lignaggio. La voleva, quella progenie. Voleva del sesso. Voleva sentirne il sapore.

“Ok,” disse Isobel. “Ora espira.”

Candice espirò un grumo di fiori. Era una sensazione piacevole, come quella di uno starnuto a naso asciutto, ma senza il contraccolpo. I recettori si aprivano sbadigliando, l’appagamento le si riversava in colpo. I petali le scorrevano fuori dalla bocca. Non c’era alcun sapore, solo una consistenza liberatoria. Le voglie rifluivano in lei e poi scomparivano. Non era appagata, ma al contempo il suo bisogno di appagamento era sparito. Aveva una sensazione radicata che niente, nessun pensiero, potesse più dominarla. Il suo corpo era rigonfio di quiete. Il turbinio di pensieri si separò da lei come una bolla di sapone soffiata lontano dalla sua bacchetta. Per un attimo pensò al Dipartimento della Difesa. Se solo i signori della guerra potessero essere raggiunti da questa sensazione, non ci sarebbero più guerre. Non ci sarebbe più nulla da difendere.

“Capisco perché volevi che io ti accoltellassi. Cioè, anche solo per vedere cosa sarebbe successo.”

“Vuoi che provi a insultarti?”

“Ok.”

Isobel disse a Candice certe cose. Passarono attraverso di lei come brezza tra l’erba, la sfioravano ma non la sradicavano da terra. Disse qualcosa sui suoi fianchi larghi. Sulla sua anoressia. Dei petali caddero.

Poi disse: “Caleb è morto.” Candice spalancò la bocca e un bouquet di crisantemi cadde pesante sul tavolo. Cominciò a ridere. Era vero. Un giorno sarebbe morto, certo. La sua morte esisteva già ora almeno quanto sarebbe esistita in futuro. Altri fiori, grandi, freschissimi.

Guardando—e guardando davvero—dalla finestra, vide, tra i rami, l’individualità. Mastodontiche superstar che spiccavano tra le altre. Alberi antichi, che dovevano aver visto il polveroso abbandono della Grande Depressione, dovevano avere visto Diana Ross che cantava a squarciagola sotto la pioggia, così come l’ombra dell’omicida riccastro che, al chiaro di luna, sotto quei rami, se ne sgattaiola a casa. Quegli alberi dovrebbero avere dei nomi, pensò Candice. E, poi, dovrebbero abbattersi.

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