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A9N3: Il sottobosco ucraino è roba dura

Porta sempre con te l'arma, ovunque tu vada

Armata fino ai denti e fuori controllo, mia zia ha perseguitato la mia famiglia per vent’anni.
30.4.13

PRIMO PIANO: Debra si arruolò nell’esercito degli Stati Uniti nel 1969 come secondo luogotenente. Alla fine del 1971, dopo essere stata promossa capitano, ricevette una lettera che la informò che non sarebbe stata più considerata in servizio attivo. Fotografie per gentile concessione della National Personnel Records Center. SFONDO: Questa lettera di suicidio è stata trovata vicino al corpo di Debra, insieme ad una Bibbia aperta sul Salmo 23. Lettera per gentile concessione di Janna Sorg.

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Era il Natale del 1990, eravamo a casa di mia nonna. Le spesse e pesanti tende del soggiorno erano chiuse. Mia madre e io eravamo sedute sul bordo del letto. Su una poltrona di fronte a noi era seduta la zia Debra, sorella di mia madre, anche lei viveva lì. Su un'altra sedeva mia nonna, che stava attraversando gli stadi intermedi della demenza. Intorno c'erano diversi tavoli e sedie. Su ognuno di essi c'era una pistola.

Non avevamo programmato di scambiarci dei regali per Natale, ma Debra mi stava allungando una calibro .38 con una scatola di proiettili, una fondina e un biglietto.

“Leggilo più tardi,” disse.

A un certo punto del pomeriggio la conversazione deteriorò. Debra si allungò ed estrasse un proiettile da una scatola posta su una libreria lì vicina. Lo tenne fra il pollice e l’indice, guardò mia madre e disse, “Janna, questo ha il tuo nome sopra.”

Io e mia madre corremmo lungo il vialetto verso la nostra macchina, parcheggiata fuori dalla recinzione alta tre metri e ricoperta da filo spinato che circondava la proprietà. Mentre mia madre metteva in moto, mi girai e vidi Debra correre lungo la collina dietro di noi. Indossava un passamontagna nero, una giacca camouflage, dei jeans e stivali neri. La sua figura nera contrastava con la neve bianca, eccetto i momenti in cui spariva dietro i pini. Ero in piedi, con un piede in auto e uno sulla neve. Mentre si avvicinava, vedevo il vapore del suo respiro uscire dal buco per la bocca del suo passamontagna.

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“Ti darò anche questa,” disse allungandomi una 9-mm semiautomatica con una scatola di proiettili. Mi mostrò come caricarla e togliere la sicura.

“Non mandarci tutti all’inferno, Debra,” gridò mia madre dall’auto.

“Buon Natale,” mi disse Debra. “Buon Natale,” risposi. “Grazie di tutto.”

La casa in cui visse Debra con mia nonna. Foto per gentile concessione di Janna Sorg.

Zia Debra era conosciuta da tutti gli abitanti del paese dell’Indiana in cui sono cresciuta. Per la maggior parte della sua vita adulta, ha minacciato e cercato di uccidere delle persone. Provò con mia nonna, gettandole una pentola di grasso bollente in testa e poi drogandola con dei medicinali rubati dai reparti di psichiatria e dalle case di cura in cui lavorava. Poi con mia madre, che Debra vedeva come una contendente all’affetto. Con mio padre, che, sosteneva lei, sarebbe crepato sotto una pioggia di proiettili scaricati sulla sua macchina. Con il suo supervisore, che temeva di licenziarla per paura che sarebbe tornata sul posto di lavoro e gli avrebbe sparato. Con i suoi colleghi, che lei accusò di “lavorare a scopi incrociati” e di complottare contro di lei. Con lo sconosciuto per strada che l’aveva guardata “male”. Coi bambini che giocavano dall’altro lato della strada, a cui un giorno sparò due colpi perché l’avevano infastidita. “Mi innervosisce e spaventa, e ho paura per i pazienti,” disse a mia madre uno dei suoi capi. “Il suo sguardo è il male puro.”

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Ciò nonostante, per tutta la durata della sua vita Debra non uccise nessuno.

Mia nonna aveva quarant’anni quando ebbe Debra—la sua prima figlia dopo ventidue anni di tentativi. Mia madre nacque un anno dopo. Ha sempre sentito che la sorella maggiore non era proprio a posto. “Quando dico le mie preghiere alla sera, chiedo a Dio di prendere un po’ della mia felicità e darla a lei,” mi disse. Da bambina Debra soffriva di allucinazioni. Stava seduta su una sedia ed entrava in trance. “Potevi attaccarti alla sua faccia e urlare,” disse mia madre, “lei non ne sarebbe uscita.”

Nel 1969, Debra si arruolò nell’esercito americano nel bel mezzo della guerra in Vietnam. Là vinse premi di precisione nel tiro e le furono insegnate le fondamentali azioni anti guerra, le operazioni psicologiche, il conflitto non convenzionale, la sopravvivenza, la fuga e l’evasione. Quattro anni dopo, quando raggiunse il grado di capitano, Debra ricevette una lettera dall’esercito che diceva che non sarebbe più stata trattenuta in servizio attivo. Fu buttata fuori insieme a un’amica. Tornò a casa. Dopo la morte di mio nonno, la casa in cui mia nonna e Debra vivevano si tramutò lentamente in una fortezza. Debra installò delle sbarre d’acciaio a finestre e porte, e accumulò della benzina in garage a pochi metri da una pila di carbone nel vialetto. Comprò tante pistole quante l’assegno della pensione di mia nonna poteva permetterle: 9-mm, .45, .38, Glock, fucili, AK e circa 40.000 caricatori di munizioni—proiettili capaci di penetrare carri armati, proiettili resistenti all’acqua, proiettili che sarebbero esplosi appena avessero toccato un corpo.

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Mia madre contattò i servizi sociali, la polizia, l’FBI per avvisarli del crescente arsenale di Debra. Lo sceriffo locale ci minacciò di smettere di rispondere alla chiamate provenienti dalla nostra casa. I suoi ufficiali avevano figli piccoli. “Non vale la pena rischiare per una vecchia signora.”

Mia nonna tuttavia non obiettava alle scorte che stava facendo Debra. In una particolare occasione, i paramedici dell’ambulanza arrivarono in casa dopo che la nonna si era sentita male. “Ero sbalordito da tutta la roba militare che c’era là dentro,” mi disse uno di loro più tardi. “È pronta per un’invasione.” Ho pensato che avremmo avuto bisogno di un’incursione aerea per rimuovere forzatamente Debra e la nonna da quel luogo.

A quel punto la mia famiglia finì le opzioni disponibili. Per tenere d’occhio mia nonna, mia madre permise a Debra di venirci a trovare a casa. Nei giorni in cui veniva a trovarci, quando il cane iniziava ad abbaiare e mio padre notava la sua Ford Fiesta gialla risalire il nostro vialetto, annunciava, “Debra è qui.”

In quel momento smettevamo di fare qualsiasi cosa stessimo facendo—abbandonavamo i libri, i piatti, le parole crociate—e ci preparavamo.

Le cose sono venute a capo durante una visita di Debra nell’estate del 1979. Mia madre e Debra avevano avuto una discussione piuttosto accesa su mia nonna, che, quando avevamo chiamato, sembrava debole e drogata.

Debra attaccò il telefono. Era per strada. Sapevamo che si portava sempre dietro almeno due pistole, anche quando stendeva la biancheria o ritirava la posta.

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Mia madre mi accompagnò nella stanza di sopra, che aveva una veduta del soggiorno. Prese una .38 da un cassetto e me la diede, posizionandomi dietro un mobile da cui potevo vedere il soggiorno. Avevo 14 anni. “Se Debra tira fuori una pistola, spara,” mi disse.

Debra arrivò. Ascoltai il litigio da dietro la ringhiera. C’era un caldo soffocante di sopra. Strinsi la pistola con tutte e due le mani, tenendola vicino al mento. Non avevo mai tenuto in mano una pistola prima. Non ero preoccupata di cosa sarebbe successo se avessi colpito Debra, ero preoccupata di cosa sarebbe successo se l’avessi mancata.

Dopo dieci o 15 minuti, il litigio scemò e Debra se ne andò. Mia madre venne di sopra, prese la pistola e la ripose nel cassetto. Io uscii a giocare a basket.

Non molto dopo questo incidente, iniziai ad avere degli incubi. In un sogno ricorrente ero l'eroina. Debra arrivava a casa mia e sparava a mio padre. Il resto di noi—mia madre, mio fratello, mia sorella e io—indietreggiava nel soggiorno, piangendo e pregandola di non ucciderci. Io mi facevo avanti tendendo le braccia e dicendo, “Debra, dammi la pistola.”

In un altro sogno ero la codarda. Era sempre inverno. Debra aveva ucciso tutta la mia famiglia, tranne me. Scappavo fuori casa, nel bosco. Potevo sentire il suo fiato sul collo, ma continuavo a correre superando gli alberi, arrampicandomi su un recinto di filo spinato e correndo attraverso un campo di fagioli fino alla casa del vicino. Picchiavo i pugni sulla loro porta fino a quando qualcuno non mi apriva e gli dicevo, “Aiutaci.”

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Nel 1990, Debra mi diede questa lettera con un paio di pistole, una fondina e 100 dollari. La lettera era di sei pagine. "Le persone sono cattive," aveva scritto. Per gentile concessione di Lisa Sorg.

Nel 1983 lasciai il mio paese natale e mi trasferii a 160 chilometri di distanza, a Bloomington, in Indiana, per frequentare il college. Vidi raramente Debra dopo che mi trasferii. Avevo venduto le pistole che mi aveva dato a Natale. Lessi—e, nello sforzo di capirla di più, occasionalmente rilessi—il biglietto che mi diede. Erano sei pagine.

Un breve estratto:

N. 1: Anche se stai andando al cesso a pisciare, portati la pistola. Qualcuno potrebbe sorprenderti e farti incazzare. Uccidilo con la pistola mentre pisci. Non puoi ucciderlo spaccandogli il collo.

N. 2: Porta sempre con te l’arma ovunque tu vada, anche se sono solo due minuti per buttare la spazzatura. Non finire a pezzi in una borsa da far raccogliere a uno spazzino.

N. 3: Non estrarre mai l’arma per cercare di salvare altri. Se gli interessasse delle loro vite avrebbero una pistola.

N. 4: Secondo le leggi naturali, dovresti sopravvivere a me. Ti verrà lasciato molto, soprattutto considerando che i prezzi delle pistole saliranno sempre di più. Cerca di essere sicura di essere viva per raccogliere ciò che ti spetta.

Nel 1996 mia nonna morì pacificamente nel sonno in una casa di cura. Debra non partecipò al funerale. Non chiamò mai o diede spiegazioni, ma si fermò alla casa di cura per raccogliere gli averi della nonna.

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Debra entrò a far parte del KKK e iniziò a seguire un campo spiritualista vicino Chesterfield, dove, a suo dire, rimase coinvolta in rituali satanici. La fragile solidità mentale di Debra iniziò a disintegrarsi. Quando cercò di abbandonare il capo una volta per tutte, Debra contattò mia madre e le disse che il diavolo la stava riportando indietro per portare la sua anima all’inferno. Durante questo periodo, veniva regolarmente licenziata dalle case di cura in cui lavorava dopo che molti pazienti sotto la sua tutela si ammalavano misteriosamente e morivano.

Debra al ballo di fine anno delle superiori. Foto per gentile concessione di Janna Sorg.

All’inizio dell’ottobre del 1999, mia madre mi chiamò a casa a Bloomington. Debra era andata da lei e le aveva dato le chiavi e i documenti delle sue automobili, l’atto di proprietà di casa e una borsa di contanti. “Vado in Virginia per un paio di settimane,” disse. Per le successive tre ore rimasero sedute al tavolo da pranzo a bere vino, parlando di perdono e di Dio.

“Mi perdoni per quello che ti ho fatto?” chiese Debra. “Ti ho perdonata molto tempo fa,” replicò mia madre.

"Volevo il potere," confessò Debra. "Il potere di far soffrire e avere vendetta. Non ho mai amato niente nella mia vita."

Si abbracciarono.

"Ti voglio bene, Debra,” disse mia madre. Due settimane dopo mia madre chiamò Debra per sapere se fosse tornata dalla Virginia. Lei non alzò il telefono. La mattina del 23 ottobre i miei genitori andarono a casa sua. La porta d’acciaio era chiusa a chiave, mio padre fece il giro e riuscì a scardinare una piccola finestra che dava sulla camera da letto. Un’ondata di puzza lo travolse.

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Guidarono fino a casa e chiamarono il 118. Lo sceriffo chiuse la strada e portò con sé la squadra artificieri, nel caso Debra avesse disseminato delle bombe.

Un giovane vice sceriffo sbirciò attraverso la finestra. “Abbiamo una visuale,” disse. L’ufficiale diede un colpo con la barra di metallo e ruppe il vetro. Dopo che fu sicuro che non ci fossero delle bombe, gli altri poliziotti entrarono in casa e sbloccarono la porta.

Sembra che la sera del 15 ottobre 1999 Debra sia tornata a casa, abbia acceso il riscaldamento al massimo e si sia spogliata fino a restare in t-shirt e mutande. Scrisse una lettera chiedendo a Gesù di salvare la sua anima. Aprì la Bibbia sul Salmo 23, che cerchiò con l’inchiostro. Prese dei tranquillanti e li buttò giù con un po’ di birra. Poi afferrò una 9-mm, la puntò al petto e sparò.

Quando arrivai a casa di Debra nel pomeriggio del 23 ottobre, il medico aveva già messo il suo corpo nel sacco per cadaveri. Trovai i suoi guanti di lattice insanguinati su una pila di foglie marroni fuori dalla finestra della camera da letto. La polizia fece portar via un fucile a canne mozze dalla casa. La 9-mm fu l’unica altra arma rinvenuta nella proprietà.

“La vuole?” chiese lo sceriffo a mia madre.

“Non voglio averci niente a che fare,” replicò lei. Più tardi, in soggiorno, disse a chiunque stesse ascoltando, “Be’, almeno alla fine non ha portato nessuno via con sé.”

Sentii mio fratello soffocare mentre caricava la televisione della camera da letto nella sua auto.

Mio padre entrò in casa cantando, “Ding-dong! La strega è morta.”

Afferrai una penna e della carta per prendere nota di ciò che mi accadeva intorno: anche se l’elettricità era ancora accesa, le uniche lampadine funzionanti erano le piccole luci del frigorifero. Diverse centinaia di proiettili nelle scatole erano sparsi in tutta la casa. Nella dispensa c’era del cibo per gatti e una bottiglia di vodka mezza vuota. Nel lavello, un cucchiaio e un contenitore vuoto di lassativi. C’era una scatola di piume di gallina. Rum, miele, limoni tagliati e pezzi di corallo giacevano sul tavolino. Un biglietto per gli dei della Santeria. L’equipaggiamento di Angela Lansbury. Abiti con le etichette ancora attaccate. Una scatola di tintura per capelli, castano. Una federa insanguinata con impresse le immagini di Barbie e Ken.

Fuori stava diventando buio e ventoso e dalle nuvole iniziava a cadere una pioggia fredda. Raccogliemmo insieme i soldi che trovammo in diverse nicchie e mensole. Erano 13 dollari.

Chiudemmo delicatamente la porta dietro di noi.

Poi tornammo in città e ci prendemmo una pizza.