Come il Pigneto è diventato il Pigneto

Il mito della mecca creativa e solidale costruito negli anni sul Pigneto è la più classica delle profezie che si autoavverano. Ecco come siamo arrivati al quartiere romano di Pasolini, dei baretti hip e dei cassonetti intasati dalla monnezza.

|
17 giugno 2014, 11:32am

Magari mi sbaglio, ma su queste pagine mi pare di avervi già parlato del Pigneto, il quartiere romano di Pasolini, dei baretti hip e dei cassonetti intasati dalla monnezza. Fatemi controllare... Ah sì, ecco: una volta era una lista di azzardate ipotesi a tema "quale sarà il prossimo quartiere hipster de’ Roma" (da allora mi dicono che le quotazioni di Centocelle siano salite, ma io resto dubbioso); un’altra volta era questa ormai famigerata Guida a Roma Est che, ci crediate o no, mi ha trasformato per 48 ore in una celebrità locale. Celebrità negativa, si intende. Per dire, mi ricordo che all’epoca dell’articolo mi trovai per caso a chiacchierare con la ragazza di un conoscente/collega/vicino di quartiere, e lei mi raccontava dei problemi che incontrava a vendere l’appartamento di via della Marranella che i genitori le avevano acquistato non più di sei o sette anni fa, perché insomma si era stancata di stare su via Casilina e adesso puntava (ohilà) a Roma Nord, solo che era difficile piazzare l’appartamento con tutta la pubblicistica negativa che aveva preso ad abbattersi sulla zona, tipo non so, "hai letto quell’articolo di quello stronzo di VICE?". Ovviamente non le dissi che lo stronzo ero io.

Alla fine comunque il conoscente/collega ecc e relativa compagna l’appartamento sono riusciti a venderlo, e già da settembre si trasferiranno dalle parti della civilissima (qualcuno direbbe milanese) via Nomentana, altezza Villa Torlonia, che poi è dove vado io la domenica quando decido di oltrepassare il barbaro limes di Ponte Casilino e vedere un po’ com’è fatta l’Europa. Buon per loro, perché dai tempi della Guida a Roma Est la pubblicistica negativa su Pigneto e dintorni si è arricchita di nuovi, prestigiosi capitoli. Già lo scorso ottobre, un tizio buffo dall’accento genovese (nome: Ignazio Marino) venne a dare un’occhiata da queste parti perché qualcuno lo aveva avvertito che era sindaco di Roma e si vociferava che all’altezza dell’isola pedonale che sta tra via Casilina e via Prenestina "’a gente nun ne pò più."

Mi immagino lo shock di Marino alla notizia che il territorio comunale si estende anche oltre i confini del primo municipio, ad ogni modo il sindaco arrivò, parlò coi residenti che lo informarono delle condizioni "problematiche" della zona (risse, droga, eccetera) e in uno slancio di impavido decisionismo annunciò che in pochi mesi avrebbe "liberato il quartiere dai criminali." "Passerò a sorpresa con la mia bici per verificare di persona i miglioramenti," promise commosso. Poi deve aver avuto qualche problema con Google Maps (stiamo parlando dello stesso tizio che quando in TV gli hanno chiesto del dissesto dell’Atac ha risposto raccontando di quando ha portato i bambini di una scuola elementare del centro a fare i controllori sull’autobus).


Foto via Flickr/tostoini.

Lo scorso 12 giugno invece, Repubblica pubblica un articolo dall’esplicativo titolo "Pigneto sull’orlo di una crisi di nervi. Spaccio, risse, rifiuti, l’estate sarà un inferno." Il quartiere, si legge nell’articolo, "non si fa mancare proprio nulla: dalle risse all’uscita dei locali dell’isola pedonale ai rifiuti buttati all’angolo delle vie a formare montagne maleodoranti, per arrivare agli atti vandalici, le siringhe per strada e aggressioni quasi giornaliere." Sembra una descrizione di... be’, del Pigneto, o meglio dell’area pedonale che del quartiere è un po’ il centro, anche se l’articolo andrebbe letto all’interno di un più ampio genere letterario che ogni anno, in prossimità dell’estate, rinverdisce i propri fasti sulle pagine della cronaca locale. Il genere letterario in questione, che per comodità chiameremo Degrado nei quartieri della movida, è lo stesso che nelle scorse settimane ha ospitato gli allarmi provenienti da altre zone "calde" del divertimento by night de’ noantri come Trastevere, San Lorenzo, Ponte Milvio, forse addirittura Monti. Il caso-Pigneto però, nessuno lo nasconde, fa scuola a sé. Per tanti motivi.

Il principale tra questi è che si tratta del quartiere-simbolo della gentrification alla romana: il processo che ha portato il Pigneto da modesta enclave popolare dove "non c’era niente" ad assordante passerella ingolfata di ristoranti pseudochic, locali di tendenza, e più prosaiche birrerie sponsored by Baladin, si è verificato in un lasso di tempo talmente breve dall’aver solleticato più di una fantasia sull’innata vitalità della zona e dei suoi nuovi abitanti, sprezzantemente ribattezzati pignetini dai detrattori non tanto del quartiere in sé, quanto della fauna che anno dopo anno ha preso a popolarlo: giovani che si dichiarano tali anche a quarant’anni, creativi la cui unica qualifica è quella di essere... boh, creativi, perdigiorno che passano le serate a sbevazzare all’aperto perché tanto a Roma il tempo è sempre bello, intellettuali o aspiranti tali che discettano senza soluzione di continuità di birre artigianali, gruppi di acquisto, progetti con tre g (sceneggiature, siti internet ma solo del genere long-form journalism, feste, temporary stores, vai a sapere), Lady Gaga e Slavoj Žižek, vabe', avete capito.

Dall’altra parte, la velocità della turbogentrification pignetina si è risolta prevedibilmente in una ridda di contraddizioni come autogenerate dall’apparente spontaneità del fenomeno: affitti che si impennano senza che a tale incremento corrisponda un reale miglioramento degli immobili, autoctoni che a fatica si ritrovano a decifrare le incomprensibili pretese di una nuova generazione di abitanti per loro natura esigenti assai, e soprattutto sacche di degrado che, anziché diluirsi tra i flussi di un mercato tutto giocato al rialzo, vengono di fatto amplificate, estremizzate dalla loro sostanziale irriducibilità a una realtà urbana di cui costituiscono una specie di negativo necessario, o se vogliamo di cupo memento dei tempi che furono.

Le siringhe ai bordi dei marciapiedi, i tossici che paiono piovuti da un tunnel spaziotemporale che riporta direttamente al 1985, gli immigrati corrispettivi attualizzati dei semileggendari accattoni di era neorealista, stanno lì a ribadire una cosa che già mi era capitato di notare a proposito di Trastevere: e cioè che la passata di vernice intervenuta a dare nuovo lustro alla zona non riesce a coprire del tutto quelle che l’avevano preceduta. Al di là e al di sotto di quell’osceno, ottuso monumento alle merci che è la parata di locali sull’isola pedonale, sta una frastornante cacofonia di tinte da cui di volta in volta emergono i profili di Ninetto Davoli, di Ranxerox, dell’hipster, e poi ancora del coatto e di Vladimir Luxuria, del Gobbo e del localaro indie, del bangla e della sòra Rosa, del tizio che ti batte "du’ spicci" perché al SERT il metadone non glielo passano più e del tipo che una volta ti ricordavi che c’aveva i dreadlock e adesso fa il dj in quel locale nuovo che hanno aperto dietro Fanfulla da Lodi e mette solo roba tipo Blackest Ever Black.


Foto di Niccolò Berretta.

Pochi sembrano volerselo ricordare, ma la gentrification pignetina non è stata quello che si dice un fenomeno "naturale". Nessun spontaneo movimento delle più avanzate classi intellettuali in direzione del vecchio e malmesso quartiere popolare: il mito-Pigneto fu al contrario una costruzione retorica vera e propria, verrebbe quasi da dire un’operazione pilotata dall’alto ai tempi delle vecchie giunte di centrosinistra. Alla fine degli anni Novanta atterrarono in zona una serie di iniziative istituzionali tutte all’insegna di uno slogan molto in voga nella Roma rutellian-veltroniana, la cosiddetta "riqualificazione urbana."

Uno degli strumenti attraverso cui redimere quelle che all’epoca erano tra le zone più derelitte della capitale, fu per esempio il cinema: al Pigneto furono girati Accattone di Pasolini, Bellissima di Visconti, e soprattutto Roma città aperta di Rossellini, film-simbolo del neorealismo italiano e quindi dell’identità culturale non solo di Roma, ma della nazione tutta. Quasi da un giorno all’altro, i più smaliziati intenditori di "cose culturali" scoprirono l’esistenza di posti come via Montecuccoli, anonima stradina soverchiata dalla soprelevata dalla Tangenziale Est che però, nel lontano 1945, fu teatro dell’esecuzione (cinematografica) di Anna Magnani da parte dei tedeschi; oppure il malmesso e un po’ ammuffito Bar Necci, che già quando ero adolescente mi descrivevano come "il bar in cui Pasolini girò Accattone" nonostante chiunque abbia visto il film sa benissimo che il bar in questione è un altro (poi il Bar Necci l’hanno ristrutturato e i nuovi proprietari hanno piazzato il ritratto di Pasolini giusto accanto alla cassa—metafora involontaria?).

Che qualcosa fosse già all’opera, era comunque chiaro; al Pigneto, almeno ai tempi, gli affitti costavano poco e la gente era tendenzialmente più amichevole e tollerante che in altre zone della città, abituata com’era da decenni ad avere a che fare con pressoché ogni tipologia di "soggetti ai margini": ex galeotti (li chiamavano ancora così), tossici o meglio ancora "bucatini" (l’eroina da queste parti non è mai passata di moda), immigrati (da ben prima del "multietnico Esquilino"), senza dire della piccola ma appariscente comunità trans (l’oscuro ma torbidamente fascinoso Il Degrado di via Danti fu il primo discoclub transgender in Italia. Venne chiuso nel 2007, adesso al posto suo c’è un solarium).  

Un vecchio articolo ancora di Repubblica datato giugno 2000, sembra annunciare l’imminente salto di qualità di quello che la stampa locale aveva cominciato a chiamare "Pigneto Village." Questo pezzo di Roma "sarà la Trastevere del 2000," sentenziava la giornalista di turno, prima di una lunga serie; ma a dirla tutta, ancora a inizi Duemila bastava passeggiarci un quarto d’ora di sabato sera per capire che in effetti al Pigneto non c’era proprio niente se non un’enoteca gestita da un ex compagno di non ricordo che gruppo extraparlamentare, e di sicuro stavamo a diverse galassie di distanza dall’effervescente nightlife non dico di Trastevere, ma pure della non lontana San Lorenzo. Per la miseria, mia madre viveva a via Grosseto, piena isola pedonale, e quando la mattina usciva di casa non si trovava nemmeno le pisciate sul portone (per sua fortuna adesso abita altrove. Per sua sfortuna la casa non era di proprietà sennò sarebbe ricca): ma quale Pigneto Village? E però furono proprio articoli del genere ad alimentare il mito della mecca creativa, eccentrica e solidale; diciamolo pure, era la più classica delle profezie che si autoavverano.


Via del Pigneto di giorno. Foto di Niccolò Berretta.

Negli anni la fama del Pigneto, o meglio ancora il mondo in cui il Pigneto è stato rappresentato, ha assunto sfumature tali da tracimare nel ridicolo. Uno di testi più interessanti a riguardo è il romanzo Addio Monti di Michele Masneri, uscito per minimum fax appena pochi mesi fa. Il titolo fa riferimento al centralissimo rione Monti, un’oasi radical chic perlomeno dagli anni Novanta della costosissima pizzeria Leonina, dei negozi vintage di via del Boschetto, dei registi e degli psicanalisti di fama, nonché della biblioteca del DAMS, ma non a caso il fantasma del Pigneto fa ciclicamente capolino per tutta la lunghezza del romanzo. Il Pigneto di Masneri è una landa zuccherina popolata da bobo (borghesi-bohemien) abbonati a Internazionale e quarantenni giornalisti del Foglio, vacui e un po’ cinici intellettuali con le Clarks ai piedi che discettano di cibo organic, editoria indie ed editoriali di Repubblica, la stessa fauna che sempre Masneri (che è bresciano) dipinge per Rivista Studio nei suoi reportage dalla "Roma Pasolina". Niente tossici, niente immigrati, niente coatti, niente monnezza dai cassonetti, niente spacci bengalesi sonorizzati da qualche poco plausibile raccolta Sublime Frequencies: scopo è portare a galla le bassezze di un demi-monde che evidentemente conosce bene, più che raccontare il Pigneto così com’è (almeno credo).  

Ora, pretendere di raccontare il Pigneto così com’è è impresa scivolosa, ma per una volta ho deciso di affidarmi ai nudi dati più che alle impressioni personali, e sono andato a scartabellare l’Annuario Statistico del Comune di Roma, le cui cifre sono aggiornate al 31 dicembre 2012. Naturalmente, il documento non prende in esame il solo quartiere Pigneto ma l’intero territorio dell’ex Municipio VI, il che probabilmente è ancora meglio: come raccontato in una precedente occasione, negli anni il Pigneto più che un quartiere (di per sé pure piuttosto piccolo) è diventato un concetto puramente immaginario, tanto che i suoi confini si sono arbitrariamente estesi fino a inglobare toponimi a suo tempo indipendenti come il Prenestino-Labicano, la Marranella, addirittura Certosa e Mandrione; persino la di per sé orgogliosissima Tor Pignattara è stata praticamente declassata a dependence residenziale per i pignetini doc (particolare che ovviamente non è sfuggito a Masneri). Di fatto, il vecchio Municipio VI altro non era che il nome istituzionale di un ipotetico (ahem...) Grande Pigneto, e il fatto che sia stato recentemente accorpato a un pezzo di Municipio VII, quello di Centocelle, quasi quasi rischia di avallare la teoria dell’imminente Centocelle Village, ma non divaghiamo.


Centocelle. Foto di Niccolò Berretta.

Ora, secondo l’Annuario Statistico, il Municipio VI (che, lo ripeto, non esiste più secondo i vecchi confini; ma in questo caso faremo finta che la vecchia ripartizione territoriale sia ancora valida) è uno dei più piccoli di Roma (appena 7,92 kmq): eppure, con una popolazione di oltre 123.000 abitanti, è quello dalla densità abitativa più alta (15.571 abitanti per kmq). A dispetto della fama di zona youth-friendly, non è un municipio particolarmente giovane: anzi, l’età media è di 46 anni, e l’indice di vecchiaia della popolazione (vale a dire i residenti sopra i 65 anni) è di 208,6 punti, ben al di sopra della media cittadina (163,5).

La popolazione straniera è il 14,8 percento del totale: può non sembrare tantissimo, ma è comunque sopra la media complessiva, che è ferma al 13,1 percento. In questo caso, il particolare da tenere a mente è che al 13,1 percento Roma ci arriva proprio grazie ai popolosissimi quartieri del quadrante Est (oltre al Municipio VI, gli ex municipi VII e soprattutto VIII: praticamente tutto ciò che sta tra Centocelle e Tor Bella Monaca); gli altri municipi ad alto tasso di popolazione straniera, sono il primo e il Municipio XX: il primo comprende tanto la Chinatown dell’Esquilino quanto i facoltosi abitanti del centro storico (americani, tedeschi, dipendenti di ambasciate eccetera); il XX invece è un mostro urbanistico che mette assieme borgate tipo Tomba di Nerone e quartieri upper class come il Delle Vittorie, quindi non so bene come interpretare il suo 19,2 percento. Di sicuro, gli stranieri residenti a Pigneto e dintorni sono perlopiù immigrati di fascia bassa (economicamente parlando), in prevalenza rumeni, egiziani, filippini e peruviani. Altro dato significativo, è la percentuale di alunni stranieri nelle scuole: è la più alta di tutta Roma. Non a caso è qui che ha sede la Pisacane, abbondantemente descritta dalla stampa come la scuola più multietnica d’Italia.

Curiosamente, nell’Annuario Statistico non sono riuscito a trovare dati sui redditi. Sono quindi dovuto ricorrere ai dati del 2003, epoca Veltroni: si tratta di più di dieci anni fa e probabilmente qualcosa sarà cambiato (eravamo appena agli inizi della gentrification pignetina), ma sono cifre comunque interessanti: il reddito disponibile pro capite del VI Municipio era all’epoca di circa 15.000 euro, sensibilmente al di sotto della media cittadina (19.000 euro). Il Grande Pigneto arrancava nella parte bassa della classifica assieme ai limitrofi municipi VII e VIII; in parole povere: tutta Roma Est era (è?) il quadrante più povero di Roma. Giusto per curiosità, sono andato a vedere a quanto ammontava il reddito disponibile pro capite di corso Trieste e dintorni, insomma di Roma Nord: 27.000 euro. Poi uno dice l’odio di classe. Se insomma stiamo alle statistiche, il Pigneto—più che da hipster che citano a memoria interi passi di Infinite Jest—pare semmai popolato da un incongruo mix di indigeni in età avanzata e dal portafogli vuoto, e immigrati dal portafogli vuoto pure loro.

C’è un punto in Addio Monti in cui i protagonisti (sempre dipinti con tratti che vanno dal sarcasmo avvelenato a una forma di implicito affetto, non si capisce quanto complice) decretano che il mito-Pigneto è già finito, consunto, irrimediabilmente rovinato dagli stessi che pure avevano contribuito ad alimentarlo; ai radical chic che disquisiscono di Slow Food e catalogo Adelphi, passeggiare per l’isola pedonale "fa sentire tutti in colpa come dei colonialisti inglesi in India": la loro rappresentazione del quartiere è artificiosa, frivola, arrogante, classista... insomma da vere, pure, autentiche teste di cazzo. Io se adesso mi affaccio dalla finestra vedo, nell’ordine:

-      Un materasso abbandonato.
-      Tre cassonetti stracolmi circondati da sacchi della monnezza accatastati alla come viene gli uni sugli altri.
-      Una tenerissima scritta a spray sull’asfalto grandezza circa 6 metri per tre che tale Pati dedica a un anonimo amante che presumo viva nel mio stesso palazzo, con tanto di cuore due metri per due a ribadire il concetto.
-      Un’altra scritta, stavolta sul muro, in cui si accenna con fare sibillino a una "farina" che non è "buona."
-      Una... non so che macchina è, pare una Hyundai, dentro ci sono credo tre ragazzi che ascoltano musica neomelodica napoletana (sono quasi certo che si stiano facendo una canna).
-      L’inconfondibile baluginio di una siringa che sta lì da tre, quattro, forse otto giorni; qualche tempo fa un condomino beccò sul fatto la coppia di tossici (lui+lei) che non so per quale motivo ha eletto la nostra strada a rifugio intimo per il loro passatempo preferito. A un certo punto avevano pure costruito una specie di tenda che dal tettuccio della loro scassatissima Golf anno 1990qualcosa si inerpicava su per il palo della luce in modo da ripararli dal sole nonché dalle spiate altrui, però il condomino li ha beccati lo stesso e insomma j’è partito, e allora dai col "ma perché cazzo nun ve n’annate da ’n’artra parte, qui ce stanno ’e famije, c’abbbitano i regazzini!," poi almeno la siringa l’hanno buttata nel cassonetto (sempre uno dei tre di cui sopra) e la tenda l’hanno smontata.
-      Un’altra macchina, un vecchissimo modello di Mercedes, stavolta vuota ma parcheggiata rigorosamente a cazzo in modo da ostruire il cancello di una rimessa. È dell’indiano che abita al palazzo accanto ma la usa perlopiù il figlio, che—gli abitanti della strada sono concordi—non è che lo fa apposta, è che proprio non sa parcheggiare. Al che una volta un altro condomino l’ha preso e gli ha fatto "ma ’ndo cazzo te penzi de vive, sur Gange?"    

È il quartiere per come l’ho sempre conosciuto. D’accordo, non è un granché da raccontare, perlomeno a confronto dei loft bobo di Addio Monti. Ma a me più che sull’orlo di una crisi di nervi, come suggerito dal titolo di Repubblica, mi è sempre sembrato sull’orlo di... boh, di una discarica. Umorale, più che di rifiuti. Confido che abbiate letto questo pezzo con in sottofondo "No Answers – Lower Floors" dei Wolf Eyes.


Segui Valerio su Twitter: @Thalideide