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Mai una gioia

Come far fruttare la tua musica su internet

Ovviamente essere già famosi è il prerequisito fondamentale. Come per Thom Yorke e Jay Z, ad esempio.

di Francesco Birsa Alessandri
18 luglio 2013, 8:18am


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La notizia che Spotify può potenzialmente trasformarsi in un’inculata per gli artisti non è per niente nuova. Nonostante l’arrivo del servizio in Italia sia cosa piuttosto recente (nonché ancora più controversa grazie alla SIAE), nel resto del mondo musicisti e label hanno già testato da un po’ quanto remunerativo e conveniente questo possa essere. Le major lo adorano: finora nessuna delle grandi matrioske discografiche ha lamentato discrepanze tra il numero degli ascolti e i soldi ricevuti in cambio. D’altro canto, molti artisti più o meno “indipendenti” si sono già lasciati andare a sparate furibonde, e in tanti hanno ritirato la loro musica dallo streaming. Il primo che mi viene in mente è Four Tet, ma hanno preso questa decisione anche distributori come ST Holdings.

Una defezione un tantino più clamorosa è stata quella, molto recente e molto pubblicizzata, degli Atoms For Peace. Dico pubblicizzata perché il produttore dei Radiohead/membro degli AFP Nigel Godrich ha deciso di usare i social network per spiegare nel dettaglio le motivazioni di questa scelta, costringendo l’azienda a una replica abbastanza fiacca e piena di buchi. Gli ha fatto eco il compare Thom Yorke, in maniera molto più secca e concisa, sempre su Twitter.

Ora: c’è sempre un certo sottile fastidio che mi si ficca nella base del cranio quando sento discorsi così “riottosi” uscire dalla bocca di musicisti e produttori che per anni hanno campato nel mondo delle grandi multinazionali della musica, e che sono ingrassati (si fa per dire) grazie a quelle. E c’è da dire che l’atteggiamento di Yorke e dei Radiohead verso queste cose, negli anni, è stato marchiato da un complesso del gesùcristo indie che proprio chi vorrai mai prendere per il culo. Dai che ve lo ricordate: “fate il vostro prezzo, in culo al mercato discografico” dissero i miliardari. Poi è arrivato Trent Reznor e ha deciso di fare una roba molto simile, con la stessa faccia da culo.

In fondo si tratta sempre di operazioni di marketing, legate in parte a una voglia vera di avere il controllo sulla propria musica nonostante le major—che non è tropo strana se viene da chi ha cominciato negli anni Novanta—in parte al cercare di farsi belli in quanto sperimentatori di nuovi metodi di diffusione della musica. Certo, a prescindere dalla loro sincerità, quello sperimentato con In Rainbows era sicuramente un modo nuovo di intendere il “mercato discografico”, per quanto, così com’era strutturato, non avrebbe funzionato con band o musicisti che partono dal nulla. Curioso che oggi Yorke si lamenti che sono proprio gli artisti più piccoli a non guadagnare con Spotify. Ha ragione, per carità: la spartizione degli introiti in percentuale su cui si basa l’applicazione finisce per far entrare soldi solo nelle tasche dei soggetti più grossi. Nel frattempo, però, c’era qualcuno che aveva sperimentato un ennesimo metodo alternativo di diffusione del proprio album. Incredibilmente paraculo e, azzardo, ai limiti del disonesto, però ha funzionato.

Parlo di Jay Z, ovviamente: un autentico genio in materia. Praticamente prima è venuto l’accordo con Samsung, poi l’album. Talmente tanta gente, che gliene fregasse qualcosa o meno, si è trovata a possedere il suo nuovo lavoro, che la RIAA ha praticamente dovuto riscrivere le regole per determinare quante “copie” si può dire di avere “venduto” e, in base a queste nuove disposizioni, a Shawn Corey Carter spetta di diritto l’album di platino. Più di ogni altra cosa, questa controversia dimostra quanto disutile sia qualsiasi valutazione dell’impatto culturale di un prodotto basata sui numeri, se non altro perché a detta di tutti si tratta del disco più trascurabile e mediocre che Jay Z abbia cacato fuori in tutta la sua carriera. Non una merda totale, magari, ma di sicuro un lavoro che non rimarrà impresso per i suoi meriti artistici.

Il marketing dello showbiz conosce questo tipo di trucchi fin dal suo primissimo vagito. Con la differenza che stavolta non si è neanche fatto lo sforzo di imbastire il pubblico e convincerli a comprare un prodotto: glielo si è fatto piovere in mano, letteralmente “tirato dietro” come qualcosa che apparentemente vale poco, mentre invece è stata proprio questa gratuità a farlo fruttare economicamente.


Via NRK P3.

Praticamente la stessa cosa che succede con Spotify, almeno ai grandi soggetti, quelli la cui fama permette appunto di guadagnare. Ma laddove a Thom Yorke dà semplicemente fastidio che siano le piccole band a non guadagnare (cosa che apparentemente non lo riguarda), la critica di Godrich era apparentemente più complessa. Apparentemente, dico, perché in realtà si lamenta solo di una tendenza ovvia e riconosciuta dell’industria musicale tutta. La sintetizza così: “se nel 1973 la gente avesse ascoltato la musica con Spotify, The Dark Side Of The Moon non sarebbe mai uscito.” Tradotto, immagino voglia dire che in un epoca di crisi e in cui solo i più famosi hanno degli introiti economici sicuri, le etichette discografiche saranno sempre meno propense a finanziare dischi complessi e sperimentali.

A parte venire sbugiardato parzialmente da una certa tendenza della musica contemporanea, Nigel pecca di insincerità su due punti: anzitutto poteva pure dire Kid A al posto di Dark Side, che tanto lo sappiamo tutti che stava pensando a quello, in secondo luogo la mena con un’equazione per cui un disco innovativo costa necessariamente tanti soldi, tante macchine e tantissime ore di studio, e ha per forza bisogno del supporto di una grossa azienda. È un ragionamento anzianotto e patetico, da uno che, se fosse sincero, ammetterebbe che ha più paura di non potersi pagare il mutuo di casa che altro. Perché lui è un produttore della scuola dei Re Mida anni Novanta, quando i gruppi rock si accampavano ancora in studio per mesi a provarne di ogni, ma quegli anni sono finiti, e Spotify c’entra marginalmente. Alla fine di quel mondo ci siamo abituati da quando l’internet 2.0 si è affermato definitivamente, ed era una parabola discendente già da una intera decina d’anni. Questo non significa che gli studi di musicisti e produttori non siano ancora dei laboratori, dei territori in cui si fanno “scoperte” sonore (e magari pure tecnologiche). Certo, è probabile che il progresso da qui in poi si faccia più lento ma anche più fluido e condiviso, ora che magari la maggior parte della musica che esce è sempre più nelle mani degli smanettoni, e sempre meno in quelle dei superprofessionisti. Questo perché, grazie a dio, si è un po’ assottigliato il velo tecnocratico che richiudeva i produttori in una “casta”. Poi c’erano pure dei geni, ma sempre una cricca chiusa rimaneva.

Questo non toglie che Spotify sia quello che è, e che la disperata assenza di un disco-messia generazionale abbia generato dei piccoli mostri tipo il Kanye West “industriale” o il Jay Z-virus di cui sopra. Tra tutti, il fatto che mi sembra più importante per commentare la situazione è che, mentre gli album degli Atoms For Peace sono svaniti da Spotify, quelli dei Radiohead sono ancora lì, e non li schioda nessuno.


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