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Le armi chimiche servono davvero in guerra?

Nella storia i casi di impiego di armi chimiche in guerra si possono contare sulle dita di una mano, e un motivo ci deve essere.
12.9.13

Un soldato siriano imbraccia un AK-47 indossando una maschera antigas. (Foto via) Le guerre chimiche sono piuttosto rare. L’attacco del mese scorso su Ghuta è stato il primo grande uso documentato di armi chimiche nel corso dell’ultimo quarto di secolo. La volta precedente erano state impiegate durante il bombardamento di Halabja, in Iraq, nel 1988, da parte del regime di Saddam Hussein. Quella volta di persone ne erano morte circa 5.000. Prima ancora, le armi chimiche erano entrate in scena nella guerra tra Iran e Iraq, nella guerra civile yemenita e nelle due guerre mondiali. Nonostante questo, per quanto poco siano state utilizzate in passato, l’impiego di armi chimiche in Siria non ha sorpreso nessuno. Il paese, dilaniato dalla guerra civile, è infatti una delle sette nazioni al mondo a non aver firmato la Convenzione sulle armi chimiche (CAC), un trattato che ne vieta la produzione, lo stoccaggio e l’impiego. E mentre tutti gli altri paesi non hanno perso tempo e si sono sbarazzati di quelle riserve che li posizionavano dal lato sbagliato di una “linea rossa” che divide cattivi e non, Assad e il suo regime si sono muniti dei precursori delle armi chimiche attuali e hanno messo in piedi uno dei più grandi arsenali di armi chimiche al mondo. Uno dei principali problemi con le armi chimiche è che in termini relativi sono incredibilmente facili da realizzare. Iprite e cloro potrebbero essere tranquillamente reperiti dagli studenti più svegli di Walter White, e anche gli ingredienti per il Sarin non sono così difficili da trovare. Certo, riuscire a ottenere il composto giusto non è proprio facilissimo, ma praticamente ogni paese dotato di un laboratorio e di un chimico competente potrebbe entrare in possesso di tutti i gas tossici e agenti nervini che ci vogliono. Quindi, considerando la quantità di persone immorali e nemiche del sistema, e il male nel mondo, perché l’impiego di armi chimiche è così basso? La risposta è che, oggigiorno, le armi chimiche non rappresentano un modo particolarmente efficace per uccidere le persone. La guerra chimica fece la sua figura migliore nella Prima Guerra Mondiale, poiché quello, per diversi motivi, fu il suo ambiente ideale—i soldati stavano perlopiù in ginocchio, ammassati nelle trincee, rappresentando una sorta di bersaglio statico per settimane o mesi. La tecnologia della morte era migliorata troppo rapidamente; il gas cloro era stato superato dal cloruro di carbonile, o fosgene, e poi dall’iprite, ciascuno terribile a modo suo. Il cloro reagiva con l'acqua contenuta nei polmoni formando acido cloridrico, mentre il gas iprite danneggiava le membrane infliggendo atroci ustioni chimiche su tutta la pelle. I progressi chimici furono accompagnati dai traguardi balistici e dalle migliorie nel campo delle traiettorie missilistiche, permettendo che le munizioni fossero lanciate con precisione. Le armi chimiche avevano il potenziale per ridisegnare il campo di battaglia, e per questo si cominciò a utilizzarle. Questa era quantomeno la teoria, poi, nella battaglia di Loos, nel settembre del 1915, gli inglesi provarono a metterla in pratica. Sotto il comando del generale Sir Douglas Haig, 5.500 cilindri con 150 tonnellate di cloro furono schierati davanti alla linea del fronte. Si formarono nubi di gas tossico… spinte prontamente indietro al primo cambio del vento verso il fianco sinistro inglese. Nonostante questo intoppo, l'attacco ebbe un impatto ampiamente positivo per gli inglesi. Dal loro punto di vista, i tedeschi non dimostrarono alcuna esperienza nel difendersi contro gli attacchi di gas , che li colsero completamente alla sprovvista. Se gli inglesi avessero avuto abbastanza uomini di riserva, i soldati involontariamente gassati avrebbero avuto dei sostituti, e l'esercito avrebbe  potuto guadagnare terreno. In ogni caso, la nuova arma fu considerata un successo, o quantomeno una sorta di successo. La battaglia di Loos evidenziò una serie di problemi che persistono ancora oggi, come mi ha spiegato Omar Lamrani della Stratfor. "Le armi chimiche sono molto difficili da usare in modo efficace. Perché riescano a infliggere i danni di cui sono capaci devono godere di condizioni ideali e di una perfetta maneggevolezza." Anche la minima variazione di vento, umidità o luce solare può influenzare nettamente la loro potenza. Alcune forme di iprite congelano fino a 58 gradi sotto zero, e non sono sicuro che trasformare i propri nemici in ghiaccioli possa condurre molto lontano in guerra, e installare 5.500 contenitori di gas nei paraggi di una linea nemica non è esattamente una passeggiata. "Un lancio perfetto è molto difficile" mi ha detto Lamrani. "I più comuni mezzi di lancio—come l'artiglieria, i missili, o le bombe—spesso finiscono per causare la perdita di una percentuale significativa di agenti chimici." E se le tue truppe si trovano nel medesimo campo di battaglia, il rischio di colpire anche loro è parecchio alto. Quando Saddam Hussein lanciò le armi chimiche su Halabja, nel 1988, aveva il vantaggio di una forza aerea, eppure anche allora dovette aspettare ore di bombardamento per creare una concentrazione di gas sufficiente a colpire il territorio sottostante. Una strategia simile potrebbe funzionare se si vuole colpire la propria popolazione, ma potrebbe non essere una buona strategia contro chiunque possa usare una contraerea anche solo decente. Poi, naturalmente, ci sono le contromisure. Le maschere antigas per i civili sono abbastanza inutili, ma gli eserciti moderni sono relativamente ben attrezzati per affrontare attacchi chimici, e lo sono dalla Prima Guerra Mondiale. Il problema principale è l’ingombro della protezione necessaria, sia per chi deve sopravvivere all'attacco sia per chi l'attacco deve lanciarlo. Queste protezioni possono gravemente limitare la mobilità del singolo, inficiando anche la sua conoscenza della situaizone. Parlando di Prima Guerra Mondiale, le pagine di storia dicono che "il gas ha ottenuto successi solo a livello locale, niente di decisivo, quel che è certo è che ha reso la guerra molto più scomoda, senza una valida ragione." Perché allora i regimi se ne preoccupano tanto? "Gli arsenali chimici, come in Siria, servono principalmente come deterrente contro una forza esterna," mi ha detto Lamrani. "Spesso rappresentano l‘arma nucleare dei poveri. Dato il loro potenziale in termini di danni collaterali, i regimi ne fanno uso in situazioni disperate, o nei casi in cui il proprio territorio sia già stato occupato da forze nemiche." In altre parole, le armi chimiche sono strumenti di paura. Quando Hussein ha bombardato Halabja, la sua intenzione non era di occupare la città, ma di farla a pezzi. Morti o fuggiti gli abitanti, il territorio fu devastato e suolo e acque sotterranee finirono per restare contaminate per anni. Allo stesso modo, l'attacco di Assad—il maggiore indiziato—a Ghuta non è stato un attacco decisivo contro le forze ribelli, ma un atto di terrore indiscriminato inflitto a un sobborgo in mano ai ribelli da parte di un dittatore disperato e vigliacco che ha intuito la propria mortalità. "Le armi chimiche sono soprattutto un'arma psicologica," mi ha spiegato Lamrani. "Alcuni agenti nervini non sono visibili e non hanno odore. Come puoi immaginare, ci si sente abbastanza indifesi contro un'arma del genere." Eppure, gli atti di terrore saranno sempre utilizzati come uno strumento di controllo sulle persone. "Nessuna popolazione civile, in generale, è mai stata completamente pacificata con il solo uso di armi chimiche." La città di Halabja è stata completamente distrutta dalle forze di Saddam, ma l'anno successivo è comparso un agglomerato di baracche—il New York Times le definì "capannoni con tetti in tela cerata." Di lì a poco, le capanne furono sostituite con strutture via via sempre più stabili, e ora, nella zona Halabja Taza, o come si chiama adesso Halabja Nuova, sono presenti molte migliaia di case. La città è viva, mentre Saddam è morto e sepolto. È probabile allora che anche Ghuta sopravviverà ad Assad, e rappresenterà l'ennesimo esempio della capacità dell'uomo di rialzarsi, e della futilità delle guerre chimiche.

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