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Gabriele Stabile fotografa i nuovi americani

Gabriele Stabile si è trasferito a New York nel 2006, a 29 anni, senza precedenti esperienze come fotografo. In breve è arrivato a scattare per molte delle principali testate americane e a fare reportage in giro per il Paese. L'ho chiamato per parlare...

di Lorenzo Mapelli
23 gennaio 2014, 11:33am

Rifugiati da Myanmar arrivano a Los Angeles nel cuore della notte, 2008. Da Refugee Hotel.

Gabriele Stabile è un fotografo nato a Palermo, cresciuto a Roma e formatosi professionalmente a New York. È in America infatti che ha cominciato a scattare seriamente, e proprio l'America e gli americani sembrano essere i suoi soggetti più ricorrenti. Ma soprattutto è il suo approccio alla fotografia ad essere "americano", nel senso che passa in maniera apparentemente molto naturale tra tematiche diametralmente opposte, riuscendo a fare foto molto belle sia di situazioni catastrofiche che dei piatti di Momofuku

Gabriele si è trasferito a New York nel 2006 a 29 anni, senza precedenti esperienze come fotografo professionista, e nel corso di pochi anni si è ritrovato a scattare per molte delle principali testate d'America e a fare reportage in giro per il Paese (e non solo lì). Poco tempo fa si è conclusa una mostra sulla sua ultima fatica, Refugee Hotel, un libro di foto e testimonianze orali raccolte nel corso di sei anni che documentano le prime ore dei rifugiati al loro arrivo negli Stati Uniti. Ora che è tornato a vivere a Roma l'ho chiamato per parlare dei suoi ultimi lavori e capire come fare a svoltare in America. 

VICE: Ciao Gabriele. Parlami di Refugee Hotel, come è nata l'idea per il lavoro e come si è sviluppata? 

Gabriele Stabile: È nato da una notizia letta sul Times, un articolo in cui veniva descritta una giornata in uno degli hotel dove sono mandati i rifugiati a rischio appena arrivati negli Stati Uniti. Questi alberghi sono il primo assaggio d'America per molti di loro. Li tengono in questi hotel fatiscenti per uno o due giorni, prima di mandarli "in giro" per l'America, a cominciare la loro nuova vita. Mi è sembrata una storia pazzesca, non solo per i racconti assurdi che questi immigrati portavano e portano con sé, ma anche per il fatto che passavano le loro prime ore in questi alberghi di bassa lega, che mi hanno sempre affascinato in quanto quintessenzialmente americani. 


Fatima Barisu nel giorno del suo arrivo a Minneapolis, 2007. Da Refugee Hotel.

Quindi è stato il contesto ad affascinarti in primo luogo? 

In un certo senso sì. Il grande fascino per me era questo, vedere queste persone che vengono da lontanissimo, sfuggiti a chissà quali cataclismi, che finiscono in un hotel per ventiquattro lunghissime ore e cambiano tutta la loro vita, e sono in questo limbo. E l’idea di incontrare queste persone in quel posto mi sembrava incredibile. Se fossero arrivati in un dormitorio per rifugiati non sarebbe stata la stessa cosa, perché quella è una situazione che, per quanto drammatica, rappresenta la norma. Vederli arrivare e stazionare in un hotel col McDonald's dentro non è proprio la stessa cosa. Parliamo di persone che arrivano da Paesi come Burundi, Iraq, Burma, Somalia e Bhutan.

Come hai fatto ad entrare in contatto con loro?

All’inizio l’ho fatto per conto mio e mi hanno cacciato subito, poi mi hanno consigliato di riferirmi a un'organizzazione intergovernativa, l'OIM [Organizzazione Internazionale per le Migrazioni], che gestisce il viaggio dei rifugiati. Ho preso questo accordo secondo il quale gli avrei dato foto gratis in cambio di accesso alle stanze e all’ultima parte di questo viaggio, e loro hanno detto che andava bene, a meno che non fotografassi cose che riguardavano documenti e interrogatori dell’FBI. Alla fine le foto non le hanno mai usate, perché dicevano che erano troppo deprimenti. 


Sunzu Noel sulla porta della sua stanza nel "Refugee Hotel" di Miami, 2007. Da Refugee Hotel.

A me risultano forti, non necessariamente deprimenti. Ad ogni modo, tu hai continuato a seguire i rifugiati anche dopo la fase dell'hotel? 

In realtà non volevo seguirli, la mia fissa era l’hotel. Poi con alcuni di loro siamo diventati amici su Facebook, anche se ci sono delle barriere linguistiche enormi perché loro parlano pochissimo inglese, e comunicare è molto difficile. La cosa bella è che vanno in posti assurdi. L’hotel è la prima parte, e poi ci sono queste piccole città dove vanno a parare. Ed è importante che siano piccole perché nelle grandi città americane si perdono. 

In alcuni casi mi è capitato di seguirli in questi paesini, nelle piccole cittadine dell’hinterland, dove è particolare trovare persone che vengono da così lontano. Ed è proprio in queste situazioni che ti rendi conto di quanto in America la lotta tra le due posizioni, politiche e di pensiero, conservatrice e democratica, sia ancora così forte. 

Tu hai lavorato per le principali testate newyorchesi e in generale molti dei tuoi lavori più "leggeri" si concentrano sugli americani. Che rapporto hai con loro?

Diciamo che mi considero quasi un fotografo americano, perché sono nato e cresciuto come fotografo là. 


Rifugiati egiziani fuggono dalla Libia cercando di passare il confine tunisino a Ras Agedir, 2011. Da Mare Nostrvm.

E qual è la differenza con un fotografo che si forma in Italia?

C’è molta più ideologia, in Italia. E soprattutto in America c’è quasi assenza di ideologia, non solo per la fotografia ma per molto altro. In America ci sono opportunità, e tu le puoi cogliere o no. Qualcuno ti dice “Vuoi fare le foto di cibo?” e tu magari sei più portato a fare foto ai rifugiati e valuti e dici “posso dire la mia?" Mentre in Italia, e in generale in Europa, le persone ci tengono molto ad un certo tipo di identità ideologica. Il fatto che un lavoro "non impegnato" sia definito "marchetta" o "marchettone" in gergo ti fa capire un paio di cose. 

Secondo te questo, oltre a indirizzarti verso certi lavori a discapito di altri, che impatto ha nel modo in cui si fotografa? 

Ha un impatto determinante. Molti fotografi italiani, anche molto bravi, fanno un punto d’onore nell’avere un'opinione militante su quello che fanno, rispetto alla storia in particolare. Io invece questa opinione non la valuto, in questo forse sono più americano. E con questo non voglio dire che un approccio sia migliore dell'altro. Ma è comunque molto diverso. 


Da Young America In The Making, collaborazione con Fader sugli americani di prima generazione, 2009. 

Quali sono i pro e i contro, se così si possono chiamare, di seguire un approccio meno ideologico, più "americano"? 

Ti dà più libertà, anche di farti un'opinione successivamente, di lasciarti più aperto mentalmente mentre lavori. D’altra parte avendo meno supporto critico da subito, ti serve più tempo per capire le cose. Se tu però giudichi tutto prima di aver visto poi che fai? A quel punto non è più giornalismo, è propaganda.


Khaled nel compound dei Samouni dopo la guerra nella Striscia di Gaza, 2009/2010. Da West Bank to Gaza

Come hai fatto ad affermarti in un contesto che non era il tuo? Ormai decidere di mettersi a fare il fotografo a 29 anni sembra una follia. 

Anche quella credo sia una cosa che in America, a New York in particolare, viene considerata normale, il fatto di reinventarsi di punto in bianco. Io facevo un corso di fotografia all'ICP. A metà corso è venuta una editor del New York Times, una cazzutissima, che ci ha fatto fare un giro al Times e per me fu uno shock. Ha lasciato un po’ di biglietti da visita e io in totale incoscienza ho chiamato il giorno dopo e le ho detto “Senti, penso di poterlo fare, ti mando le mie foto." Lei forse ha avuto un momento di simpatia riconoscendo il mio salto nel vuoto.

E com'è andato l'incontro? 

Sono andato all’incontro con una camicia bianca per fare bella impressione, e lei mi disse “non ti vedo a fare news serie, sei troppo fighetto.” A parte questo, non credo che le mie foto fossero particolarmente belle in quell'occasione, ma abbiamo stabilito un primo contatto, che poi si è sviluppato nel tempo. 


Una macelleria halal, 2007, per Gourmet Magazine.

Immagino che le foto non fossero così male, allora.

Magari non erano proprio brutte, no. Ma il punto per me è un altro. Come dice John Baldessari “talent is cheap”, e questo a maggior ragione al giorno d'oggi. È un luogo comune ma è vero, ci sono talmente tanti strumenti per fare della buona fotografia che è l’approccio a fare sempre di più la differenza. Devi avere culo, devi essere al posto giusto nel momento giusto, e devi essere molto determinato. Perché comunque prendere il telefono e chiamare gente che è al top della carriera è una cosa un po’ incosciente. Rischi che ti dicano “torna tra 75 anni.” Ma se vuoi fare una cosa, la fai. Quello che ti aiuta a trovarti un posto tuo è che nel corso del tempo tu metti alla prova la tua dedizione.

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