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“Licenziati dopo lo sciopero”: Le proteste nelle fabbriche turche controllate da Fiat

L'azienda italo-turca che produce diversi modelli per Fiat ha licenziato 81 operai in seguito a uno sciopero avvenuto in primavera: secondo i sindacati, si sarebbero verificate delle violazioni dei diritti dei lavoratori.
26.10.15
La protesta alla Tofas (Foto di Ibrahim Gurkan)

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Per otto anni, il 26enne Bayram Onder ha lavorato alla catena di montaggio della Tofas Türk Otomobil di Bursa, non lontano da Istanbul.

La compagnia, una joint venture tra Fiat (ora Fiat Chrysler Automobiles) e la turca Koç Holding, dal 1971 produce su licenza alcuni modelli della casa automobilistica italiana. Sia per il mercato turco, sia per quello internazionale.

La mattina del 23 giugno scorso, Tofas ha licenziato Onder, senza liquidazione, insieme ad altri 80 colleghi. Il motivo? Avere partecipato a uno sciopero durante la protesta nazionale indetta a maggio dai metalmeccanici, nella quale 40.000 persone hanno manifestato il proprio malcontento contro i salari bassi e chiesto il diritto alla rappresentanza sindacale.

Quel giorno, i supervisori della Tofas hanno telefonato alla moglie incinta del ragazzo, spiegandole che in fabbrica non c'era più bisogno di lui.

Nella lettera di licenziamento, che VICE News ha potuto visionare, i dirigenti di Tofas sostengono che l'uomo abbia intonato slogan e creato disturbo nella fabbrica.

Onder, tuttavia, è sordomuto.

"Non riesco nemmeno a dire il mio nome," ha spiegato a VICE News, attraverso un'intervista scritta. "Come posso intonare cori?" Il suo caso, ha spiegato, non è l'unico. "In totale sono stati licenziati sei operai sordi," ha detto.

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Ibrahim Gurkan, un altro dipendente della Tofas, ha raccontato di aver ricevuto una telefonata di licenziamento da un rappresentante della compagnia: "Il tuo contratto di lavoro è stato terminato a causa della tua partecipazione alle proteste. Non venire in fabbrica oggi."

Dopo essere stato licenziato, Gurkan è stato convocato formalmente dalla Procura di Bursa. Insieme a lui altri 16 ex-operai della Tofas: secondo quanto detto da Gurkan, la società avrebbe tentato di denunciarli per avere "ostacolato il lavoro della fabbrica" e "aver forzato il datore di lavoro ad aumentare i salari usando la coercizione e le minacce."

L'azienda ha affermato di non avere violato i diritti dei lavoratori, definendo l'ipotesi "senza fondamento."

Un crimine simile, in Turchia, è punito con una sentenza tra i tre mesi e i sei anni di reclusione. Il pubblico ministero, però, ha deciso di non proseguire le indagini per mancanza di prove.

Rispondendo a una nostra richiesta di commento, la Tofas ha negato questo scenario, spiegando che "nessuna indagine penale è stata iniziata da Tofas contro i lavoratori licenziati, anche se avremmo avuto il diritto di farlo."

Tuttavia, VICE News ha ottenuto una copia del documento dall'ufficio del procuratore di Bursa - in cui Tofas e il direttore delle risorse umane Burhan Cakir sono identificati come "querelanti" - che smentisce questa affermazione.

Tofas ha anche voluto precisare di "avere sempre rispettato le norme che regolano il mercato del lavoro" oltre che "tutte le regole sui diritti umani previste dalla costituzione, dalle legislazioni correlate e dagli standard internazionali."

L'azienda ha negato ogni violazione dei diritti dei lavoratori, definendo questa ipotesi "senza fondamento."

Lavoratori e diritti: un malcontento endemico in Turchia

Secondo i sindacati e alcune ONG turche, negli ultimi anni il governo di Erdogan avrebbe aumentato la repressione delle attività sindacali e approvato delle leggi che intaccano le regole di sicurezza e i diritti dei lavoratori.

Il numero di incidenti sul lavoro nel paese è il più alto d'Europa, e attualmente la Turchia è sulla lista nera dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) per le sue posizioni contro la contrattazione collettiva.

Dopo le storiche proteste della scorsa primavera, ha detto a VICE News Selcuk Goktas, segretario generale del sindacato Birlesik Metal, gli operai che lavorano ancora nelle fabbriche non si sentono più al sicuro. "Hanno paura di esercitare il loro diritto di associazione, temono che ci saranno delle rappresaglie."

La situazione di Tofas è comune ad altre aziende. Un operaio di Türk Traktör, il più grande produttore di trattori della Turchia, ha detto a VICE News che nonostante gli scioperi siano finiti mesi fa, la compagnia è rimasta ostile nei confronti degli operai.

"Ora la fabbrica è come una prigione," ha spiegato l'uomo, che ha chiesto di rimanere anonimo. "C'è così tanto controllo, così tanta pressione. Per mesi, dopo [gli scioperi], i dirigenti hanno aspettato ai cancelli all'inizio e alla fine di ogni turno. Ci guardavano entrare e uscire dalla fabbrica."

Türk Traktör è di proprietà di Koç Holding e di CNH Industrial—il cui azionista principale è Exor, il fondo di investimenti della famiglia Agnelli. Il presidente di CNH Industrial è Sergio Marchionne, l'amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles (FCA).

"Ora la fabbrica è come una prigione," spiega un operaio. "Ci minacciano con le lettere di avvertimento disciplinare."

"Se tre operai si mettono a parlare o a fumare insieme, arriva la sicurezza e dice 'Non lo sapete che è vietato radunarsi così?' Ci minacciano con delle lettere di avvertimento disciplinare. Ci dicono 'Alla terza lettera inviata verrete licenziati."

"Ora entrano nella stanza in cui gli operai possono andare a pregare, e si appuntano i nomi degli uomini che pregano insieme," ha detto. "Abbiamo smesso di pregare lì perché quello che stavano facendo era spregevole."

Il ruolo della Banca Europea: finanziamento o sorveglianza?

A vigilare sulla condizioni di lavoro negli stabilimenti di Fiat in Turchia insieme al governo, spiegano i sindacati locali, dovrebbe essere la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS).

Fondata del 1991 per "creare una nuova era post-guerra fredda nei paesi dell'Europa centrale e orientale," aiutando i paesi dell'ex blocco orientale nella transizione verso un'economia di libero mercato, la BERS oggi è gestita e finanziata da 64 paesi, dall'Unione Europea e dalla Banca Europea degli Investimenti, e investe anche in compagnie dell'Europa centrale, del nord Africa e dell'Asia centrale.

Nei prossimi mesi, la BERS aiuterà la Tofas con un generoso sostegno economico. La Banca, in estate, ha annunciato infatti un prestito di 200 milioni di euro alla società turca. Di questi 200 milioni, 100 saranno prelevati dalle casse della banca.

La BERS, finanziata con soldi pubblici, ha la missione di "aiutare i paesi beneficiari nella messa in opera delle riforme economiche e strutturali." Tra i suoi obiettivi c'è quello di garantire il rispetto dei diritti dei lavoratori e il mandato esplicito di promuovere uno sviluppo sostenibile e "socialmente accorto."

Sulla carta, quindi, la BERS richiede che coloro che ricevono finanziamenti rispettino i diritti dei lavoratori. Ricevendo i finanziamenti, le aziende si impegnano a rispettare i cosiddetti "performance requirements": non possono impedire ai lavoratori di auto-organizzarsi, ad esempio, o di procedere alla contrattazione collettiva.

Per questa ragione a settembre Birlesik Metal, un sindacato indipendente dei metalmeccanici turchi, ha presentato un reclamo ufficiale contro la Banca Europea.

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Finanziando la Türk Traktör, è l'accusa del sindacato, la BERS avrebbe di fatto violato l'obbligo di rispettare i diritti dei lavoratori.

Türk Traktör avrebbe infatti "negato sistematicamente il diritto dei lavoratori di coordinarsi" e violato le leggi nazionali sugli straordinari, dice il sindacato.

Nel mirino ci sono anche i salari compresi tra i 430 e 460 euro mensili, con cui gli operai "non riescono a sopravvivere." Gli stessi operai, spiega ancora Birlesik Metal, sarebbero afflitti da gravi problemi di salute, come disordini muscolo-scheletrici e ernie del disco.

"La banca deve garantire che i suoi partner in Turchia rispettino i diritti basilari dei lavoratori."

In una lettera pubblica inviata al presidente della BERS, Birlesik Metal ha descritto simili violazioni dei diritti dei lavoratori anche nelle fabbriche di Tofas e Ford, chiedendo alla banca pubblica di intervenire.

"La BERS deve garantire che i suoi partner in Turchia rispettino i diritti basilari dei lavoratori," ha spiegato a VICE News Goktas, facendo riferimento a diversi casi tra cui Tofas e Türk Traktör.

"In caso contrario, starebbero guadagnando sulle violazioni dei diritti umani e dovrebbero essere ritenuti colpevoli."

La banca, con sede a Londra, ha dichiarato che il suo investimento milionario nella compagnia turca servirà a "finanziare lo sviluppo e il lancio di veicoli passeggeri a due volumi e station wagon" nell'impianto Tofas di Bursa, quello dove lavorava Onder.

Non è la prima volta che la banca, finanziata con fondi pubblici, investe grandi somme di denaro in case automobilistiche in Turchia. In passato la BERS ha già prestato 75 milioni di euro a Türk Traktör; il canale di finanziamento è aperto anche con un'altra joint venture tra la famiglia Koç e Ford, cui l'istituto ha concesso un prestito da 60 milioni di euro nel 2010 e un altro da 70 milioni di euro nel 2014.

A oggi, molti dei principali fruitori dei finanziamenti della BERS sono grandi multinazionali. Secondo i dati della banca, dagli anni Novanta ha fornito a società partecipate della Fiat più di 300 milioni di euro per finanziare operazioni in Polonia, Ucraina e Turchia.

L'espansione globale della Fiat ha anche ricevuto il sostegno da un ramo della Banca Mondiale, la Società Finanziaria Internazionale (o International Finance Corporation, IFC) - che dovrebbe investire in società private per aiutare la Banca Mondiale a porre fine alla povertà - tra cui un investimento multi-milionario ricevuto da una sussidiaria Fiat in Messico nel 1995.

Con il reclamo della Birlesik Metal, inviato alla BERS come segnalazione ufficiale, la Banca dovrà andare a verificare che questi obblighi vengano effettivamente rispettati.

"La BERS dice di garantire il rispetto dei diritti sulla libertà di associazione e di contrattazione collettiva assicurati dalle convenzioni dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro," ha spiegato Kristen Genovese, del Centre for Research on Multinational Corporations (SOMO). "[Ma questa] è la prima possibilità che abbiamo per vedere se i requisiti della BERS siano stati verificati in maniera adeguata."

La banca ha ricevuto il reclamo del sindacato l'11 settembre. La decisione sull'apertura di un'indagine formale è attesa per fine novembre.

Contattata da VICE News, la BERS ha declinato la nostra richiesta di commento.

Le proteste contro Fiat, in Italia e nel mondo

Anche in Italia, nel corso degli anni, i rapporti tra Fiat e i sindacati hanno vissuto momenti di altissima tensione. Recentemente, il nuovo sistema retributivo - che prevede la partecipazione dei dipendenti agli utili dell'azienda - ha creato una spaccatura tra i sindacati italiani di settore.

Negli USA, l'inizio di ottobre ha segnato una battuta di arresto nelle trattative tra FCA e i dipendenti iscritti al sindacato Uaw, che hanno bocciato un primo accordo preliminare sul nuovo contratto di lavoro. L'8 ottobre l'Uaw e FCA hanno raggiunto un accordo sul nuovo contratto, che è stato ratificato la scorsa settimana dai membri del sindacato con una maggioranza del 77 per cento.

Tra il 2007 e il 2012, Fiat ha ridotto di più di 15.000 persone la sua forza lavoro in Italia (da 77.679 a 61.858, secondo uno studio della Cgia di Mestre), incrementando allo stesso tempo le assunzioni all'estero, negli Stati Uniti e nei paesi del Sud America, ma anche in Serbia.

Proprio in Serbia, nel 2013, un operaio dello stabilimento di Kragujevac aveva inciso scritte come "Italiani andatevene" e "Alzate i salari" sulle carrozzerie delle automobili in produzione, causando un danno da circa 50mila euro. Il salario nello stabilimento si aggirava al tempo attorno ai 306 euro al mese, al di sotto della media nazionale (414 euro).

Secondo un rapporto pubblicato nel 2014 dalla Federazione Impiegati Operai Metallurgici (FIOM), metà degli operai Fiat in Italia sono sottoposti agli ammortizzatori sociali pubblici, come la cassa integrazione.

"L'obiettivo aziendale è di ridurre il salario e i diritti ovunque è possibile," è l'opinione rilasciata da Michele De Palma, rappresentante sindacale della FIOM, a VICE News. "Salari esclusivamente variabili e completo utilizzo flessibile degli impianti, attraverso un comando unilaterale della prestazione lavorativa. Questo è il modello globale che il management FCA sta perseguendo."

"In Italia abbiamo dovuto condurre una dura battaglia legale per reintegrare tre lavoratori nello stabilimento di Melfi [in Basilicata], perché ingiustamente licenziati" in seguito a uno sciopero, ha spiegato De Palma. Nel 2010, i tre uomini furono accusati di avere compiuto atti di sabotaggio alla produzione aziendale.

"Purtroppo conosciamo benissimo la situazione. Auguriamo al sindacato e ai lavoratori in Turchia di vincere e vedere i lavoratori reintegrati nel proprio posto di lavoro," ha aggiunto il sindacalista Fiom.

Nel frattempo, Onder è ancora disoccupato. Senza stipendio da quattro mesi, né liquidazione, sta cercando di mantenere la moglie e il figlio neonato lavorando temporaneamente in un albergo.

"Ho imparato a lavorare il metallo a scuola, ma molti altri datori di lavoro non vogliono assumermi perché ho una disabilità," ha spiegato. "Amavo il mio lavoro. Ho lavorato alla Tofas per otto anni. Mia moglie era incinta di sette mesi quando mi hanno licenziato… ora sono padre, e ho delle responsabilità verso mio figlio. Ma la mia vita è in frantumi."

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Ha contribuito Simone Lai.
Le fotografie di Tofas sono state gentilmente concesse da Ibrahim Gurkan
Le fotografie della protesta presso Türk Traktör sono di Emre Cevizoglu


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