Bolsonaro, il brasiliano che fa sembrare Trump un pivello

E dice cose come “preferisco che mio figlio muoia in un incidente d’auto piuttosto che scoprirlo gay” e “Sono a favore della tortura.”

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ott 9 2018, 5:00am

Jair Bolsonaro. Foto via Wikimedia Commons.

Aggiornamento del 29 ottobre: al ballottaggio di ieri, Jair Bolsonaro si è aggiudicato la presidenza del Brasile con il 55,2 percento delle preferenze. Per l'occasione, riproponiamo questa analisi pubblicata dopo il primo turno delle elezioni.

Come da pronostico, il 7 ottobre 2018 il candidato di estrema destra Jair Bolsonaro ha stravinto il primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane, prendendo il 46 percento dei voti. Il suo principale rivale Fernando Haddad—candidato del Partito dei Lavoratori, appoggiato dall’ex presidente Lula—si è fermato al 29 percento. Nonostante sia un risultato importante, Bolsonaro non ha superato il 50 percento dei voti che gli avrebbe consentito di vincere al primo turno e dovrà andare al ballottaggio proprio con Haddad il prossimo 28 ottobre.

Membro del Partito Social-Liberale (conservatore, nazionalista e populista di destra), Bolsonaro è un ex ufficiale dell’esercito di fede cristiana evangelica. Dopo una breve carriera militare senza particolare gloria, Bolsonaro è diventato consigliere a Rio de Janeiro nel 1988 e deputato al congresso nel 1990. Anche nella sua carriera politica non ha concluso molto—a parte scioccare l’assemblea, nel 1993, con un discorso in cui proclamava il suo amore per la dittatura militare che ha governato il Brasile dal 1964 al 1985 e affermava che non si sarebbero mai risolti i problemi del paese con la democrazia.

Da allora le sue idee non sono cambiate, come sembrano confermare alcune delle frasi più famose che ha pronunciato negli ultimi due anni: “Preferisco che mio figlio muoia in un incidente d’auto [piuttosto che scoprirlo gay]”; “Sono a favore della tortura, e anche la gente lo è”; “Non la stupro solo perché è troppo brutta” (quest’ultima rivolgendosi a una parlamentare donna). Durante la sua campagna elettorale Bolsonaro ha promesso che se sarà presidente “ogni cittadino avrà un’arma in casa” e “nemmeno un centimetro di terra verrà lasciato alle riserve indigene.”

Il politico brasiliano ha anche detto che “l’unico modo per cambiare le cose [in Brasile] è una guerra civile per fare il lavoro che la dittatura militare non ha fatto” e che non avrebbe accettato il risultato delle elezioni in caso di sconfitta. Su quest’ultimo punto ha poi ritrattato, ma sono comunque affermazioni parecchio inquietanti.

Soprattutto se si pensa che molti dei sostenitori di Bolsonaro, compresi i suoi figli, durante la campagna elettorale hanno indossato magliette con scritto “Ustra vive!”—in riferimento a Carlos Alberto Brilhante Ustra, un ex colonnello dell’esercito noto per essere stato, durante il periodo della dittatura militare, il principale responsabile degli arresti illegali e delle torture ai danni di centinaia di oppositori di sinistra.

A guardare il modo in cui è stata condotta la campagna elettorale per le presidenziali brasiliane, il successo di Bolsonaro è tutt’altro che stupefacente: molti dei suoi temi sono cavalli di battaglia delle destre populiste di tutto il mondo. Uno di quelli principali ha riguardato la sicurezza e la criminalità: in un paese dove nel 2017 si sono registrati quasi 64mila omicidi, Bolsonaro ha promesso di rendere più facile l’acquisto di armi e ha sostenuto che i cittadini debbano avere il diritto alla legittima difesa, perché “non possiamo trattare i criminali come persone normali che devono essere rispettate.”

Questa narrativa è stata enormemente rafforzata dall’attentato subito da Bolsonaro lo scorso 7 settembre, quando è stato accoltellato all’addome durante una tappa della sua campagna a Juiz de Fora, una località a 200 km da Rio de Janeiro, finendo in ospedale in gravi condizioni. L’attentato ha rafforzato la percezione di un’emergenza sicurezza e della necessità di un uomo forte al comando, facendo salire ulteriormente Bolsonaro nei sondaggi.

L’altro grande tema di questa campagna elettorale è stato quello della corruzione—un problema endemico degli ultimi governi brasiliani e la causa della caduta nell’agosto 2016 del governo di Dilma Rousseff, erede politica dell’ex presidente Lula rimossa dalla presidenza mediante un controverso procedimento di impeachment.

Lo stesso Lula è stato condannato per corruzione e sta scontando 12 anni di carcere: nonostante questo, sfruttando il fatto che la sua condanna non fosse ancora definitiva, inizialmente era lui il candidato ufficiale del PT ed era persino dato vincente dai sondaggi. Lo scorso settembre la corte suprema brasiliana—ignorando un parere contrario della commissione ONU per i diritti umanil’ha ufficialmente escluso dalle elezioni costringendo il PT a rimpiazzarlo con Haddad, che era stato il suo ministro dell’Istruzione.

Anche in questo caso Bolsonaro ha utilizzato gli argomenti delle destre populiste, presentandosi come un outsider in grado di “cambiare il destino del Brasile” evitando il ritorno al potere del PT e determinato a purificare una volta per tutte la politica brasiliana.

Complice il suo uso di Twitter e lo stile caotico dei suoi discorsi, Bolsonaro è stato spesso dipinto dalla stampa come “il Trump dei Tropici” ed è sempre stato ben lieto di questo paragone. Lui stesso ha detto di essere un grande ammiratore del presidente americano e suo figlio Eduardo ha spiegato che il padre può essere inserito “in un movimento globale” che include, oltre a Trump, Geert Wilders e Marine Le Pen. Ma secondo altri analisti, i termini di paragone più corretti sarebbero il dittatore egiziano al-Sisi o il presidente filippino Rodrigo Duterte.

Intervistato dal Guardian pochi giorni fa, il direttore della Brazil Initiative della Brown University James Green ha detto che “Bolsonaro è molto più una scheggia impazzita rispetto a Trump.” Se quest'ultimo "ha costruito un impero sulla ciarlataneria, sulla finzione e sull’ingannare la gente," l'unico motivo per cui Bolsonaro ha successo "è la sua capacità di dire cose orribili alle persone, di insultarle e provocarle."

Dalle prime analisi del voto di ieri, emerge un quadro diverso rispetto a quello del classico voto populista. Bolsonaro va forte tra chi ha un’istruzione superiore, tra i brasiliani più ricchi, tra i bianchi, i maschi e gli evangelici. A sorpresa, è anche molto popolare tra i giovani.

A ogni modo, la vittoria di Bolsonaro al secondo turno non è affatto scontata. Green ha spiegato al Guardian che ora la cosa più probabile è la formazione di un “fronte anti-fascista” contro Bolsonaro, che vedrebbe gli altri candidati—il centrista Ciro Gomes e la verde Marina Silva—schierarsi apertamente in supporto di Haddad. Per Bolsonaro sarà difficile migliorare ancora il risultato del primo turno, ma non è detto che il “fronte unico” contro di lui sia abbastanza per evitare che venga eletto.

Intanto, in Italia, c’è chi fa il tifo per lui. Indovinate di chi si tratta?

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