Tutte le foto di Sonia Bergamo.

Ho passato più di un anno al 'Boschetto della droga' di Rogoredo

Tra consumatori giovani e vecchi, prostituzione, spaccio, squatting e politiche inefficaci.

di Sonia Bergamo; come raccontato a Antonella Di Biase
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19 febbraio 2019, 7:32am

Tutte le foto di Sonia Bergamo.

Sono al terzo anno del dottorato in Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale Applicata all’università di Milano Bicocca e mi occupo di servizi legati al consumo e alle dipendenze praticamente da sempre. Da settembre 2017 sto facendo ricerca sul quartiere Rogoredo, a Milano, dove c’è la più grande piazza di spaccio del nord Italia, nota alle cronache come “il boschetto della droga”. Attorno al boschetto, infatti, gravita una comunità di spacciatori, consumatori saltuari e non, sex worker e relativi clienti che ho studiato a fondo.

Negli ultimi tre anni il boschetto di Rogoredo ha avuto una grossa risonanza mediatica, ma sempre con la stessa retorica raggelante rimasta immutata dagli anni Ottanta. Come dimostra anche la recente campagna “anti-droga” del Comune di Milano—che ha uno stile comunicativo superato da almeno vent’anni—il dibattito politico e i media spesso non sembrano avere gli strumenti necessari per proporre un quadro lineare della situazione.

Durante il periodo di ricerca ho collezionato circa 300 articoli di cronaca, e da ricercatrice sono molto colpita dall’estrema semplificazione che si tende a fare di una situazione così problematica. Si parla molto di microcriminalità e degrado, e poco dei morti per overdose. Ci si riferisce ai consumatori alternativamente come criminali o “poveri tossici” da salvare. Ma l’equazione tra consumatori e tossicodipendenti è molto rischiosa: da un lato suscita un inutile pietismo, dall’altro l’aggressività di chi lo ritiene intollerabile.

Ovviamente l’assalto mediatico a Rogoredo ha fatto sì che nelle zone di spaccio chiunque non sia riconosciuto come consumatore venga visto come una minaccia. Questo ha influito anche sul mio lavoro. La prima volta che sono entrata nel boschetto, infatti, ero con un operatore della Croce Rossa—gli spacciatori si fidano solo di loro, perché hanno tutto l’interesse a far sì che nessuno muoia. Prima di guadagnarmi la fiducia dei consumatori ho dovuto trascorrere 35 giorni in affiancamento con gli operatori sociali della cooperativa Lotta contro l’emarginazione—che fornisce l’unico servizio di riduzione del danno presente. Ho sempre rivelato il motivo della mia presenza, quindi non sono mai riuscita a parlare con gli spacciatori, al massimo con le vedette che fanno parte del complesso sistema di protezione intorno allo spaccio.

Contrariamente a quanto sostiene la stampa, di numeri non si può parlare con precisione. Nemmeno le forze dell’ordine, che sono lì quotidianamente, hanno dati certi. Posso dire che 500 persone al giorno è una stima ragionevole. Ma potrebbero essere molte di più, perché c’è un consistente pendolarismo del consumo da tutta la Lombardia e dalle regioni limitrofe. Per quanto possa sembrare strano intraprendere un viaggio in treno per comprare una dose, il motivo è molto semplice: non ci sono prezzi così bassi in tutto il nord Italia. Una punta, ovvero 0,1 grammi di eroina, costa anche meno di cinque euro, un grammo si aggira intorno ai 20-30 euro. La cocaina, a sua volta, ha dei prezzi che vanno dai 60 agli 80 euro al grammo.

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Molti consumatori sono vecchio stampo, gente nota ai servizi e al SerT fin dagli anni Ottanta. Questi hanno una cultura dell’uso di sostanze nettamente più sviluppata rispetto ai giovani, e spesso cercano di proteggerli. “È venuto quel ragazzo che hai visto prima e mi ha detto, 'Mi sono fatto,' e io gli ho detto, 'Bravo deficiente, non farti qui perché se ti vedo io ti prendo a calci nel culo.' A me quando viene la gente che non si è mai fatta a dirmi, 'Mi sono fatto' mi viene un... cioè piuttosto fumala, tirala, ma lascia stare bucarti," mi ha detto un 55enne che ho intervistato. Accanto ai consumatori di mezza età, ci sono molti ragazzi di più o meno 25-35 anni che hanno già iniziato a fare uso di eroina per via iniettiva e spesso conoscono il SerT.

Poi ci sono i giovanissimi, molti dei quali iniziano fumando, sia eroina che cocaina. Per loro Rogoredo è una specie di mito, anche sui social: esiste un profilo Instagram dedicato che si chiama drogoredo. Alcuni tra i più giovani vengono a Milano attirati dai prezzi bassi e poi si fermano qui cercando posti in cui squattare. Tra di loro circolano anche false credenze sulle sostanze, che andrebbero smentite con un servizio di drug checking. Due 18enni di Bergamo mi hanno raccontato di aver comprato dell’eroina bagnata nel metadone. Sostengono che venga bagnata per creare una dipendenza che ti porta a cercare sempre quella particolare sostanza dallo stesso pusher. Mi hanno raccontato che alcuni dei loro amici che fanno uso per via endovenosa si sarebbero sentiti male proprio per via del metadone. Ho parlato anche con ragazzine che vengono da altre periferie milanesi. Arrivano per gioco, per sperimentare con le amiche. Infine ci sono i migranti. Sicuramente il loro consumo non inizia a Rogoredo: da come si comportano è probabile che abbiano già dimestichezza.

Le ragazze e i ragazzi che si prostituiscono sono per lo più consumatori, anche minorenni. Si vendono a prezzi bassissimi, corrispondenti al mercato della droga: un rapporto orale costa cinque euro e un rapporto completo oscilla tra i 20 e i 30, come un grammo di eroina.

Tra i clienti ci sono molti consumatori, ma anche degli insospettabili che cercano prostitute a basso costo per soddisfare qualche perversione o per approfittare del disagio. Le forze dell’ordine hanno atteggiamenti diversi con i consumatori e con chi cerca prestazioni sessuali: è molto meno stigmatizzante cercare prostitute, anche minorenni, che non farsi di eroina. Se vengono colti in flagrante, mi è stato raccontato dai clienti stessi, vengono semplicemente allontanati.

Qualche volta mi è capitato di essere avvicinata perché pensavano che fossi lì a prostituirmi. Mi agganciavano con frasi tipo, "Che ci fai qui? Posso offrirti un caffè?" Quando dicevo che in realtà mi trovavo lì per un lavoro di ricerca, era facilissimo farli parlare della loro esperienza. Contrariamente ai consumatori, che sono molto diffidenti, i clienti della prostituzione pensano di non avere niente da nascondere. Raccontano con naturalezza il motivo per cui sono lì, spesso si lamentano anche per la “qualità dell’offerta”, disprezzando le ragazze dal punto di vista estetico.

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A Rogoredo la maggior parte dello spaccio e del consumo avviene in due zone: in un’area alberata all’interno del Parco Cassinis, “il boschetto” appunto, e nei pressi della vicina stazione dell’alta velocità. Sono due situazioni malsane, oltre ogni dignità. Ci sono siringhe dappertutto, e il Municipio 4 ha chiuso le fontanelle dei parchetti adiacenti per evitare che i consumatori se ne servano. Il problema è che alcuni lì ci vivono: si accampano tra gli alberi ed escono soltanto per andare a mendicare in stazione o a comprare qualcosa da mangiare. "Là dentro è un mondo a parte, quando esco devo riabituarmi alla vita civile," mi ha detto una volta un consumatore che ho incrociato al supermercato di zona con la faccia sporca di sangue. Si era ferito alla testa ma non si era accorto del sangue, e non aveva avuto modo di lavarsi né di farsi medicare.

La situazione a Rogoredo è diventata problematica a partire dal 2015, in corrispondenza con Expo. Molto probabilmente i consumatori che sono stati mandati via dal centro per la “pulizia pre-expo” sono confluiti in questo punto della città perché è un luogo strategico, anche se periferico.

Nel frattempo, la parte vecchia di Rogoredo è un posto accogliente e abitato da una comunità molto viva, quasi un paesino ai margini di Milano. Nonostante ciò, i residenti manifestano una grande percezione di insicurezza. Molti non vanno in stazione di sera, o se devono si fanno accompagnare. Sono tutti ovviamente arrabbiati, sia per questa continua sensazione di paura che per l’etichetta che è stata affibbiata al quartiere.

Le forze dell’ordine hanno un presidio fisso e conoscono molti consumatori per nome, ma fanno un lavoro più contenitivo che risolutivo. Periodicamente fermano le persone e le portano in questura. In molti casi però non ci sono gli estremi per una pena, nemmeno per gli spacciatori. Sono in tanti e ognuno tiene con sé piccole quantità di sostanza, il resto viene nascosto nel boschetto. Le vedette mi hanno raccontato la strategia che adottano: non appena si accorgono dell’arrivo delle forze dell’ordine, avvisano gli spacciatori che disseminano a terra tutta la sostanza che hanno addosso, di modo da non essere più imputabili. Le retate periodiche fanno ormai parte della routine, e nel giro di due ore torna tutto come prima. Anche per questo motivo il boschetto è la location ideale: gli spacciatori hanno le spalle coperte.

Non credo ci sia un modo per risolvere questa situazione così critica nel senso che molti vorrebbero. Un eventuale sgombero del boschetto servirebbe soltanto a frammentare i consumatori. La "redenzione" in comunità che alcuni propongono, invece, è più un mito obsoleto che una soluzione. Chi è senza casa, senza lavoro e ha una quotidianità legata all’acquisto della sua dose non può smettere da un momento all’altro. Il modo più sensato per migliorare le cose è entrare in contatto con i consumatori, e farlo senza giudizio su di loro e sul motivo per cui si trovano lì, cioè sul consumo.

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Un'auto della polizia nella stazione ferroviaria di Rogoredo.

Questo è ciò che fanno i servizi di riduzione del danno come la cooperativa Lotta contro l’emarginazione, ma è una realtà del terzo settore soggetta a finanziamenti discontinui e precari. Qui in Lombardia più che in altre regioni del nord Italia la riduzione del danno viene ancora considerata d’importanza secondaria: servizi che esistono da più di 20 anni vengono ancora pagati con fondi europei e considerati come sperimentazioni. E i SerT pubblici, che sono gli unici ad avere una legittimità istituzionale vera e propria, non hanno operatori che si occupano di lavoro di strada.

La situazione del boschetto di Rogoredo non è certo inedita, ma nessuno si è ancora preso la responsabilità di schierarsi. A livello politico il tema della droga è molto problematico, e spesso genera ipocrisie. In molte altre città europee ci sono e ci sono state situazioni del genere, gestite con più consapevolezza. In Svizzera, ad esempio, la morte per overdose è statisticamente irrilevante, e il cosiddetto ritorno dell’eroina non c’è mai stato. Fin dagli anni Ottanta si investe in luoghi protetti in cui il consumo avviene in una situazione igienicamente adeguata e con l’assistenza di un operatore formato.

In Italia l’unico posto in cui viene portata avanti una sperimentazione del genere è a Collegno, alle porte di Torino—dove ho avuto la fortuna di lavorare per quasi otto anni. C’è un drop-in con molti servizi per chi fa uso di sostanze: cibo, assistenza medica, accompagnamento per le visite in carcere. E c’è anche una stanzetta autogestita in cui i consumatori possono entrare e consumare. Gli operatori controllano da fuori e intervengono solo in caso di malore. La sperimentazione va avanti da più di dieci anni senza particolari problemi con la cittadinanza. Tutti riconoscono silenziosamente l’importanza di quel luogo, che ha ridotto le siringhe abbandonate nel parco, il numero di morti per overdose e ha aumentato il controllo sociale.

Rogoredo sarebbe la situazione ideale per una sperimentazione come quella di Collegno. Anche se i numeri sono molto più elevati, un servizio di riduzione del danno ben progettato potrebbe salvare delle vite e ridurre l’impatto dei consumatori sul quartiere. Purtroppo se ne parla molto poco. Volendo essere cinici, servizi del genere diminuirebbero anche i costi relativi alle ospedalizzazioni e limiterebbero la trasmissione di malattie. Un posto come Rogoredo, per esempio, è un luogo ad alto rischio di trasmissione di virus causa di epatite. Bisognerebbe fare uno screening, sarebbe un’attività importantissima, per tutti. Chi si occupa di questi temi a livello istituzionale, insomma, dovrebbe portare avanti un pensiero più maturo e complesso. Ora sono stati creati dei tavoli di confronto per implementare altri servizi, si stanno muovendo delle cose in senso positivo. Ma sono passati quattro anni.

La speranza è che si possa arrivare attrezzati per la prossima Rogoredo. Nelle scene aperte del consumo come questa i più marginalizzati sono continuamente sottoposti a una forma di violenza che impedisce loro di cambiare le proprie traiettorie di vita. Per violenza non intendo solo quella fisica, ma quella “invisibile” dettata dai rapporti di potere e che coinvolge media, cittadini, forze dell’ordine e istituzioni. È necessario che le politiche sulle droghe diano forza a interventi di tipo ambientale, incluse le stanze del consumo, per minimizzare questa violenza e i rischi potenziali che corrono i consumatori, soprattutto quelli ad alta vulnerabilità.

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