Pubblicità
Salute

Cosa può insegnarci sulla sofferenza il suicidio di una pornostar

August Ames aveva 23 anni e una carriera da attrice porno di successo quando si è suicidata; un podcast racconta la sua storia.

di Graham Isador; traduzione di Giacomo Stefanini
22 novembre 2019, 11:37am

Photo via Facebook

Nel dicembre del 2017 August Ames si è suicidata a 23 anni, 48 ore dopo che era stata attaccata pubblicamente su Internet a causa di un tweet discutibile. Nei mesi seguenti, alcune persone a lei vicine hanno attribuito al cyberbullismo subìto dall'attrice la colpa della morte. La valanga di commenti negativi verso di lei era stata davvero troppo violenta e la gogna pubblica aveva messo a dura prova la sua salute mentale. Questa storia ha attirato l'attenzione del giornalista Jon Ronson, che ha indagato sul caso per il suo ultimo podcast The Last Days of August.

Ames—nome d'arte di Mercedes Grabowski—nacque ad Antigonish, in Canada, da una famiglia di estrazione militare. La sua infanzia fu traumatica a causa del divorzio dei genitori. L'attrice confessò a suo padre di essere stata molestata varie volte da un membro della famiglia, ma lui l'accusò di mentire. Fu mandata in affido temporaneo e più avanti le fu diagnosticato il disturbo bipolare, cosa che la espose a svariati episodi di depressione.

A 19 anni, Ames cercò di sfuggire ai suoi traumi infantili e alla sua piccola cittadina per inseguire una vita avventurosa. Compilò un modulo candidandosi come modella per l’industria dell’intrattenimento per adulti. Dopo poche settimane volò in California e iniziò la carriera di attrice porno.

Nel corso dei quattro anni seguenti, August Ames è apparsa in oltre 270 film pornografici, lavorando per alcune delle maggiori case di produzione e ricevendo nomination per diversi premi tra cui attrice dell’anno. Soltanto su Pornhub, i suoi video hanno superato 460 milioni di visualizzazioni.

Ma nell’inverno del 2017 la sua carriera si scontra con un ostacolo imprevisto. Ames si rifiuta di girare con un attore perché quest'ultimo ha girato film gay, e ne parla pubblicamente su Twitter. Il suo tweet scatena una raffica di critiche. Alcuni utenti la chiamano omofoba e mentalmente chiusa. Un tweet le dice “perché non prendi una pillola di cianuro?”. Il modo in cui Ames sceglie di difendere il tweet—dicendo che non è obbligata a fare sesso con nessuno se non vuole—non fa altro che peggiorare la situazione.

Due giorni dopo il post, Ames si suicida. Il suo ultimo tweet recita semplicemente: “andate affanculo.”

Nel libro So You’ve Been Publicly Shamed, Jon Ronson ha esaminato l’effetto che il cyberbullismo e la mentalità da branco possono avere sulla vita della gente. Il libro si occupava di persone come Justine Sacco, che nel 2013 si trovò al primo posto delle tendenze mondiali di Twitter dopo aver postato una battuta razzista. Ai tempi aveva soltanto 170 follower. A causa di quel tweet, Sacco perse il lavoro e i suoi social furono bombardati da migliaia di commenti terrificanti, tra i quali si trovavano anche minacce di violenza e di stupro. Ronson andò a trovare Sacco a mesi di distanza da questi fatti, ricordando la sua battuta di pessimo gusto ma anche ponendo domande difficili: lo shaming online di branco è giusto se risponde a un post generalmente sbagliato? Che conseguenze ha un attacco del genere sulla saluta mentale della vittima?

Ronson si è messo in contatto con il marito di Ames, Kevin Moore—un produttore di 20 anni più grande che lei aveva sposato poco dopo aver iniziato la carriera di attrice—per parlare del cyberbullismo che aveva colpito sua moglie prima della morte. Moore dava la colpa di tutto proprio a quello. Inizialmente a Ronson credeva che sarebbe stata un’altra storia sul tragico impatto della gogna online, ma dopo aver indagato più a fondo si è reso conto che gli eventi che avevano portato alla morte della pornostar erano ben più complicati. Molte persone dentro l’industria porno non si fidavano di Moore. Alcuni sospettavano che fosse stato lui a uccidere sua moglie. Circa sei settimane prima della morte, Ames aveva girato una scena con un attore russo che era stato particolarmente violento e aveva fatto riemergere ricordi spiacevoli del suo passato.

Il podcast Serial è riuscito a far riaprire il caso su cui aveva indagato, ma l’intenzione di Ronson era diversa. L’ha spiegata in un’intervista con VICE. The Last Days of August non è un giallo. Il podcast racconta le battaglie che chi lavora nell’industria del sesso deve affrontare quotidianamente e mostra la dimensione umana di una categoria di persone spesso ignorata.

“In The Butterfly Effect [il podcast di Ronson che esaminava le conseguenze dell’ascesa del porno gratuito in streaming] chiedevo a una donna se ricordasse i nomi degli attori e delle attrici porno che guardava. Lei rispondeva che non li aveva mai saputi. Lo paragonava a uccidere un cervo. Se ammazzi un cervo, non gli dai un nome, perché altrimenti non riesci a mangiarlo,” ha risposto Ronson. “Quella frase mi tornò in mente pensando a August. Perché la gente si sente a proprio agio con gli attori porno soltanto dietro uno schermo? E che conseguenze ha questo per gli attori stessi?”

Nel corso di The Last Days of August Ronson fa notare che ci sono persone nel porno che vivono una vita sana e amano il proprio lavoro. Apprezzano la fama e i soldi che guadagnano. Ma nel 2018 nell’industria si è registrato uno schema di overdose e suicidi che sembra indicare un problema più grande. La stigmatizzazione del lavoro sessuale contribuisce all’alienazione degli attori e rende problematico trovare professionisti che offrano assistenza psicologica adatta a questi casi. Nonostante il pubblico sia ben disposto a usare il porno regolarmente, non vuole assolutamente pensare alle vite di chi lo produce.

Ronson crede che questa ipocrisia possa essere fatale e spera che il suo lavoro possa aiutare a cambiare rotta. “La gente non vuole pensare troppo a fondo alle proprie stesse abitudini e giudica con facilità chi lavora nell’industria del porno”, ha detto. “Ma il porno gioca un ruolo più grande di quanto pensiamo nella vita di tante persone. Il fatto che il pubblico non sia a proprio agio con questo rende ancora più importante raccontare queste storie.”

The Last Days of August non offre agli ascoltatori una risposta definitiva per il suicidio di Ames. Nel corso dei sette episodi parla di tutti i modi diversi in cui l’attrice è stata maltrattata dai suoi colleghi, dalle persone che amava e dall’industria in generale. La tragedia del podcast non è soltanto che Ames si sia tolta la vita, ma quanto cercasse disperatamente di compiacere le stesse persone che hanno in un modo o nell’altro contribuito al suo disagio. La circostanza estrema è usata come sfondo per raccontare la storia squisitamente umana di una persona che tenta di costruirsi una vita migliore e fallisce. Ogni giorno nascono come funghi nuovi podcast che fanno sensazionalismo su tragedie reali; questo, con il suo tono equo, intelligente e umano, fa tirare un sospiro di sollievo.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata da VICE Canada.

Tagged:
Porno
Podcast
suicidio
Jon Ronson
public shaming
cyberbullismo
August Ames