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Allora, com'è 'Scatola Nera' di MadMan & Gemitaiz?

Non aveva senso aspettarsi un nuovo 'Kepler', MadMan e Gemitaiz hanno deciso di affrontare i drammi e le insicurezze dei trent'anni: "Tra il palco e la vita come fai il confronto? / Sotto in cinquemila, poi dormo da solo."

di Elia Alovisi
23 settembre 2019, 1:07pm

Fotografia di Sha Ribeiro

Una delle cose che, in musica, indicano “innovazione” è l’imperfezione. In realtà è un ragionamento che funziona un po’ per tutte le arti: un tempo le statue si facevano tutte perfette, così che mimassero la realtà. Poi si è cominciato a spaccarla, suggerirla, esploderla. Nel rap questo concetto si è concretizzato in diversi modi, ma qua mi interessa approfondirne uno un po’ difficile da mettere in parole.

Potrei definirlo “imperfezione vocale”, quel momento in cui un artista smette di dire le cose in modo chiaro e comprensibile e sfocia apposta nell'imperfetto, o addirittura nel fastidioso. È Future che gracida in “King’s Dead”, è 21 Savage che sussurra su “Don't Come Out The House” di Metro Boomin. Ed è anche quello che succede in “Fuori e dentro”, il pezzo che apre Scatola Nera di Gemitaiz e MadMan, collaborazione con tha Supreme—che di questa cosa qua dell’imperfezione è un fuoriclasse, in Italia.

Supreme non rappa parole e basta. Le modella con la voce e ce le fa entrare nelle orecchie come se fossero ammaccate, stirate: “Ay, sei già fatto e comunque aspiri / L’ansia mi mangiava ora no”, esordisce nel ritornello, e “aspiri” e “no” diventano qualcosa di più del loro significato e cioè un suono, un segno. È questa la grande intuizione di Supreme, chissà quanto cosciente: le sue strofe, come anche un po’ i suoi beat, giocano con le aspettative dell’ascoltatore, che quando sente una parola cominciare non sa mai come andrà a finire—il tutto unito a un senso diagonale del ritmo e della melodia.

madman gemitaiz scatola nera
La copertina di Scatola Nera di MadMan e Gemitaiz, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

“Fuori e Dentro” segue le regole del gioco di Supreme: il beat è come arrugginito, pachidermico nel suo incedere incostante; e gli stessi aggettivi possono funzionare per il flow e il tono di voce di Mad e Gem, molto meno “precisi” rispetto ai loro standard, e a quelli di un certo tipo di rap—tecnico, dritto, impetuoso. Ed è questa, credo, la chiave di lettura di Scatola Nera, il loro nuovo album: è un progetto che prende le loro voci e le usa come materiale plastico per creare tante forme diverse.

Ovvio, la materia in sé resta quella che è sempre stata la loro: rime e rime e rime, affermazioni di gloria personale, parole scelte solo perché suonano e prendono bene, stoccate al male del mondo, pillole emotive offuscate—dall’erba, dalla notte, dal dolore, o da tutti e tre. Ma se Kepler, il loro esordio del 2014, era un distillato di questi elementi, Scatola Nera lo usa come base di una serie di cocktail. Il risultato è un disco difficile da inquadrare, sospeso tra certezze e incertezze, tra gioventù e maturità.

“Penso che sono vivo solo per fare il rap / E mi sento solo perché non c’è niente / Che mi fa sentire come questa merda”

Le forme incerte sono quelle nuove, diverse, mature. Prendiamo “Karate”, con Mahmood: il beat, sorretto da semplici linee di chitarra, innesta sul tronco del rap di Gem e Mad quelle qualità cullanti che hanno fatto la fortuna di brani come “Soldi”, “Calipso” e “Barrio”—compreso il drop post-ritornello che ormai è un marchio di fabbrica del cantante di Gratosoglio. Oppure la titletrack, con Giorgia: un pezzo che prende il suo pop italiano, quello più tradizionale, e lo usa come acquarello (e non come tempera, che tutto copre e impasta) sul dipinto del rap di Gem e Mad, ma anche del beat di Ombra e PK.

Lo stesso vale per “Che ore sono”, con Venerus—un artista che con il rap ci flirta ma non ci va a letto, i cui pezzi sono più simili ai pastiche di Frank Ocean che all’R&B da algoritmo. E quindi compare in un pezzo che ha un suono unico all'interno del disco, sorretto da un impalcatura sonora retrò, tirata su da un Ombra in versione producer ottantiano. Venerus prende per mano i due padroni di casa e li fa uscire dalla loro zona di comfort: “Sì avevo immaginato tu non mi credessi”, dice la voce di Gem—e si sdoppia, si rifrange; lo stesso fa quella di Mad al “Quando sto con te non tocco terra” che segna il punto di mezzo della sua strofa.

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Fotografia di Sha Ribeiro

Insomma, gli interpreti di Scatola Nera non hanno avuto paura di cimentarsi con ruoli diversi da quelli che hanno sempre recitato. Ma ci sono anche episodi classicamente Gem-e-Mad, che però in quanto tali hanno meno livelli da approfondire. Che dire di “Fiori” con Marracash e Gué Pequeno, di “Veleno 7”, di “Esagono” con Salmo, di “¥€$”, se non che sono pezzi nati per spaccare? Ed è un termine volutamente di pancia, perché dalle viscere e dall’impeto vengono i pezzi per cui lo tiro in mezzo. Sono le forme certe, classiche, quella della loro gioventù. Sono brani che svicolano dalle grinfie dell’approfondimento perché sono fatti per fare il rap, e farlo bene, e basta.

Perché in fondo è questo quello che Mad e Gem vogliono continuare a fare: il rap, senza troppe sovrastrutture, anche se su entrambi sta calando la notte della fine della gioventù e dell’inizio dei trent’anni. Scatola Nera è un progetto pucciato nell'afflizione, un disco che cerca di mettere ordine tra pensieri confusi. Un disco sospeso tra la furia espressiva della gioventù e il bisogno di profondità della maturità. I Gem e Mad di Kepler erano più spostati verso la prima; ora sono in un momento di transizione verso la seconda. E quindi sono sospesi tra sicurezza nei propri mezzi e dubbi corrosivi, tra rap duro e puro e nuove esperienze.

Il pezzo migliore da cui partire per esplorare questa ambivalenza è “Tutto ok”, nel cui testo sia Gem che Mad si chiamano per nome: Davide e Pierfrancesco. Si raccontano tristi, insonni, fuoriluogo ovunque—Gem da così tanto in tour che “casa” è una stanza d’hotel, Mad mezzo romano e mezzo pugliese ma fisso a Milano. Entrambi sono convinti che il successo gli faccia tanto male quanto bene: "Tra il palco e la vita come fai il confronto? / Sotto in cinquemila, poi dormo da solo”, rappa Gem; “Voglio una pausa da tutto questo / Non sto mai più di un tot di tempo in mezzo alla gente normale / Zitto o sorridendo / Dopo un po' 'sto disagio, sento i corvi dentro”, gli fa eco Mad.

"Tra il palco e la vita come fai il confronto? / Sotto in cinquemila, poi dormo da solo”

Quando non si occupano di spaccare, le parole di Gem e Mad sono fatte di stasi, di stacchi, di rapporti incostanti: “E a non darti ragione non ci riesco / Mi do la colpa, mi do la colpa / Perché sono diventato freddo come un iceberg”, rappa Gem. "Forse in fondo non ti merito e basta / Forse in fondo la mia vita è una farsa / Campione mondiale nel mettermi in dubbio ogni volta", dice Mad. Parlano in modo semplice, diretto, senza troppe metafore o sovrastrutture—e ha senso, perché seguendo queste coordinate hanno sviluppato il loro linguaggio. Ma sentono anche il bisogno di farlo evolvere, e quindi lo usano per farci entrare nel loro intimo.

Mad, soprattutto, è molto esplicito: "Non mi attira la moda, non mi attira la droga / Perché sinceramente ho già dato / Prendila così”. Il paradosso, però, è che l'unica via d'uscita dalle paranoie sembra essere proprio la loro causa: la musica e la carriera. “Penso che sono vivo solo per fare il rap / E mi sento solo perché non c’è niente / Che mi fa sentire come questa merda”, dice Gem. Non c’è una soluzione, a quelli che Gem chiama “i suoi drammi”: c’è solo la continua voglia di metterli in musica, e condividerla con i “cinquemila che ha di fronte” quando sale sul palco, anche se poi quando il concerto finisce a letto ci va da solo.

Non c’è una morale nella storia di Gem e Mad, sospesi in un racconto in cui vittorie e sconfitte hanno la stessa importanza. Resta la nobile scelta di lasciare la loro zona di comfort, la presa di coscienza della propria crescita. E resta soprattutto l’orgoglio di avercela fatta e di aver creato qualcosa di enorme, capace di accendere gli animi, generare discussioni. Le ultime parole del disco, quelle che chiudono l’ultima strofa di “Veleno 7” sono come una scossa: “Con Gem lo sai che siamo frecce / Da quando volevamo solo emergere / Ad ora che dettiamo legge”.

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