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Attualità

La 'crisi di governo', o come fuggire dalle proprie responsabilità dopo aver fatto schifo

In tutto ciò, il M5S è stato il taxi che ha portato Salvini dritto al governo—senza nemmeno farsi pagare la corsa.

di Leonardo Bianchi
09 agosto 2019, 10:11am

Giuseppe Conte mentre festeggia il suo 55esimo compleanno, l'8 agosto 2019. Grab via Facebook.

Sin dall’inizio del cosiddetto “governo del cambiamento,” i leader di Lega e M5S hanno sempre assicurato che tra loro andava tutto alla grande, che i litigi erano solo un’invenzione dei “giornaloni,” e che loro “lavoravano benissimo insieme”—un mantra che si accompagnava a formule ripetute ossessivamente sulla “musica” che è cambiata, sull’Italia che ha “rialzato la testa,” e quant’altro.

La realtà però è sempre stata un’altra: quella di una scazzottata lunga 14 mesi, con il partito di minoranza (Lega) che progressivamente ha fatto incetta di provvedimenti e consensi elettorali, e il partito di maggioranza (i Cinque Stelle) che cadeva in una sindrome di Stoccolma sempre più irreversibile.

Negli ultimi mesi lo stallo è apparso davvero totale; e difficilmente si poteva andare avanti in questo modo. Serviva un pretesto forte per finire questa scadente telenovela, e il voto parlamentare sul Tav è stato quello perfetto: con una mano il M5S ha spianato la strada all’opera, con l’altra si è fatto bocciare una ridicola mozione contraria in aula.

E così ieri, dopo giornate di convulsi retroscena, Matteo Salvini ha certificato il suo stop al governo Conte con una nota diramata intorno alle otto di sera. “Inutile andare avanti a colpi di NO e di litigi,” si legge, “gli Italiani hanno bisogno di certezze e di un governo che faccia, non di ‘Signor No’.” L’idea è quella di “andare subito in Parlamento per prendere atto che non c’è” e “restituire la parola agli elettori.”

Qualche ora dopo, parlando a Pescara—una delle tappe del tour balneare—il ministro dell’interno ha annunciato la sua candidatura a premier, chiesto agli italiani di dargli “pieni poteri” (un’espressione che qualcun altro aveva usato un po' di tempo fa) “per fare quello che abbiamo promesso di fare fino in fondo,” e intimato a deputati e senatori di “alzare il culo” e tornare in Parlamento per ufficializzare la crisi.

Poco prima delle undici di sera, il presidente del consiglio Giuseppe Conte è apparso in una conferenza stampa a Palazzo Chigi: ha confermato che Salvini gli ha comunicato l’intenzione di andare ad elezioni anticipate per capitalizzare l’alto consenso nei sondaggi, ha tirato una frecciata sul caso “Moscopoli,” e fatto sapere che i tempi della crisi non li detterà certo il ministro dell’interno.

Quest’ultimo è un punto davvero cruciale. Il vicepremier leghista ha detto che “prima si fa e meglio è “; eppure, la strada per arrivare al 13 ottobre (la data più gettonata sui giornali per le elezioni) è molto accidentata e apre a diversi scenari.

Prima che il presidente della repubblica possa avviare le consultazioni e sciogliere le camere, infatti, devono succedere due cose: o le dimissioni di Conte (chieste da Salvini ma respinte), oppure la cosiddetta “parlamentarizzazione” della crisi, con un voto di sfiducia in Parlamento. La seconda scelta allunga però i tempi: bisogna convocare i capigruppo delle camere; calendarizzare il voto in aula; richiamare i parlamentari dalle ferie; discutere la mozione di sfiducia e votarla; fare un giro di consultazioni. Difficile che il tutto si chiuda entro il 20 agosto, ultima data utile per votare ad ottobre.

Secondo il Sole24Ore è più probabile che si vada a novembre, cioè in piena sessione di bilancio—un’eventualità che il Quirinale non vede di buon occhio, visto che ciò significherebbe (come minimo) andare in esercizio provvisorio con il conseguente aumento dell’Iva per via del mancato congelamento delle clausole di salvaguardia.

Al momento si vocifera di un possibile governo di transizione, anche di minoranza, per gestire le elezioni, fare una manovra per disinnescare le clausole di salvaguardia, e anche per non lasciare Salvini al Viminale a occuparsi di tutte le procedure di voto. Ma queste, per l’appunto, sono solo ipotesi; la situazione è decisamente fluida.

Nonostante l’incertezza generalizzata, da questa crisi di governo emergono tre punti fermi. Il primo è il completo delirio d’onnipotenza di Salvini: come ha sottolineato Alessandro De Angelis sull’Huffington Post, mai si era vista “una manovra così spericolata, irregolare, ad alto rischio, col paese che precipita al voto in piena sessione di bilancio”; e mai si era vista una simile tracotanza da parte di un ministro dell’interno.

Il secondo è strettamente collegato a quanto sopra: in questi 14 mesi abbiamo visto solo slogan e propaganda perenne; e a parte provvedimenti disumani e razzisti come i due decreti sicurezza, di cose concrete non c’è stata nemmeno l’ombra. Sul versante economico, il quadro è a dir poco dissestato: crescita zero, debito alle stelle e spread che ha continuamente oscillato tra 200 e 300. Lo scoppio di questa crisi è anche, e soprattutto, un modo per non assumersi la responsabilità del disastro.

Infine, non si può evitare una riflessione sulla spettacolare parabola discendente del Movimento 5 Stelle. Già ieri sera, su social e trasmissioni televisive, il partito ha tracciato la linea della prossima campagna elettorale: Salvini ha tradito noi e gli italiani, è un “politicante di professione” che vuole salvare le poltrone dei suoi colleghi, ed è un “servo del sistema.” Di più: la crisi è “pilotata” dal “sistema” e dai soliti “poteri forti,” per azzoppare l’unica vera “forza sociale” di questo paese.

Sarebbe una narrazione accattivante, se non fosse che in questi 14 mesi il M5S ha assecondato il partner di minoranza su ogni cosa; ha salvato il ministro dell’interno da un processo; si è rimangiato tutte le battaglie storiche, una dopo l’altra, pur di aggrapparsi al feticcio del “contratto di governo.”

Il M5S, insomma, ha lavorato alacremente per il “sistema.” È stato il taxi che ha portato l’estrema destra al governo—senza nemmeno farsi pagare la corsa. Ed è per questo, solo per questo, che sarà ricordato negli anni a venire.

Ora, non possiamo sapere come si evolverà questa crisi; tuttavia, se c’è una cosa che abbiamo imparato dalle ultime elezioni è l’assoluta imprevedibilità di queste forze politiche. E se l’incubo del governo gialloverde sembra morto e sepolto, adesso potrebbe aprirsene uno ancora peggiore.

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