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Ho guardato nel nulla e ho visto Marina Abramovic

E sono sicura che Marina mi abbia preso il braccio.
30.10.14

Illustrazioni di Sara Rabin

“Io non credo nelle performance artistiche”, è un mantra che ripeto a me stessa mentre tocco la benda morbida che ho davanti agli occhi e metto posto le cuffie che cancellano i rumori. Con una mano nella mia e l'altra attorno alle mie spalle, una guida mi conduce nel mezzo di un luogo indeterminato. Mi sono dimenticata la sua faccia ma ricordo bene quello che mi ha detto: “entrerai in un luogo che è contemporaneamente rallentato e tranquillo.” Le sue mani si sollevano dalle mie spalle, e poi scompare: e io mi ritrovo da sola, nel buio completo e nel silenzio di Generator di Marina Abramovic con altre 67 persone.

Per la sua prima esposizione personale a New York dal 2010, Abramovic ha utilizzato il vuoto come medium della sua arte, che sopravvive con l'energia delle pure esperienze individuali senza l'aiuto di altri elementi. “Ci ho messo 25 anni a trovare il coraggio, la concentrazione e il sapere per realizzare questa idea che ci fosse arte anche senza alcun oggetto, nel semplice scambio tra l'artista e il suo pubblico,” afferma Abramovic in una citazione che si trova su un pannello attaccato al muro vicino a dove le persone lasciano borse, giacche e dispositivi digitali per indossare le cuffie e le bende necessarie per entrare in questa galleria di nulla.

“Gran parte dell'esperienza risiede nell'attesa,” dice ai suoi amici una ragazza in coda di fronte a me. “Ho saputo che Marina non fa saltare la coda a nessuno.” È la serata dell'inaugurazione e la coda di fronte all'entrata della galleria arriva fino all'isolato successivo. Le persone intorno a me sono immerse nei propri smartphone e la luce bluette conferisce ai loro visi un'aura quasi aliena. L'ironia è evidente: la nostra tecnologia scinde il tempo in modo che non ci troviamo né in un luogo né in un altro. Quando è stata l'ultima volta che qualcuno di noi si è immerso completamente nel momento presente? Da parte mia non riesco a ricordarlo.

Mi immergo ancora di più nell'oscurità, e le mie labbra sfiorano un golf, il contatto provoca nel mio corpo un effetto simile a una scossa elettrica. Intontita, faccio qualche passo indietro e cerco un posto libero in questo vuoto in cui mi trovo con altre persone. Sento una scia di profumo floreale misto a burro, mi sposto verso sinistra e mi imbatto in un'entità calda vestita in denim e, di nuovo, provo una scarica di adrenalina. Le cuffie non cancellano completamente il parlottare delle persone che stanno aspettando nella galleria, e questo sottofondo di borbottii incomprensibili mi consuma.

Immagino di camminare su un'asse di equilibrio al centro dell'universo, un passo falso e mi scontrerò con altre esistenze. Mi tremano le gambe. Mi viene in mente la conversazione tra due uomini nella strada fuori dalla galleria: “cosa accadrebbe se qualcuno ti toccasse e realizzassi che è Marina?” ha chiesto uno all'altro. “Probabilmente morirei,” gli ha risposto l'amico. Facevano riferimento a una frase criptica della conferenza stampa: L'artista sarà presente. Mi rendo conto che potrebbe essere davanti a me: allungo le mie braccia e me la immagino di fronte a me, senza benda sugli occhi e senza cuffie, che fissa direttamente i miei pensieri.

L'ultima volta che ha portato una sua performance a New York si trovava al MoMA per The Artist Is Present. Da marzo a maggio è rimasta seduta a un tavolo nell'atrio del museo, e il pubblico man mano si sedeva di fronte a lei. Non era permesso parlarle né toccarla durante il “dialogo di energie” che avrebbe preso vita. Chiunque stesse guardando percepiva l'entità del momento, la connessione, l'incontro di due anime. Abramovic ha ammesso di aver avuto bisogno di almeno tre anni per riprendersi dallo stress emotivo e fisico della performance.

Mi impongo di trovarla all'interno di Generator. Sento accanto a me un odore di cicca alla menta e di sigaretta bagnata. Sento il fantasma di una risata femminile che proviene dalla strada. Striscio sul pavimento con un piede e sento che c'è una grata di metallo. Sollevo le braccia e inizio a girare, percependo il vuoto intorno a me: quando le mie mani toccano qualcosa che immagino fosse una spalla o la mano di un'altra persona sento di nuovo delle scosse. Man mano mi dimentico che ci sono altri esseri umani che vagano per la stanza vuota. Ci sono altre persone qui con me. Ci sono altre persone qui con me.

Mentre mi preparo psicologicamente per andare via, dall'oscurità emerge una mano che afferra il mio gomito. È una stretta lunga e affettuosa, come quella di una madre che consola il figlio, che poi scompare. Mentre il ricordo di quelle mani inizia ad allontanarsi, mi rendo conto che il tocco era strano e diverso dagli sfioramenti con le altre persone, che sembravano privi di significato. Non era una stretta innocente: era intrisa di intenzioni. La mano, e il corpo ad essa attaccato sapeva dove mi trovavo e sapeva come trovare il mio braccio. Era una persona che poteva vedere. Sono sicura che fosse Marina.

Alzo la mano per uscire da Generator e aspetto. Qualcuno mi tocca la spalla e mi prende il braccio, portandomi fuori da questo labirinto di oscurità. Come ho fatto ad andare così lontano rispetto a dove ero partita? Quando mi tolgo la benda dagli occhi, le immagini della galleria, delle persone e i frammenti di conversazione mi confondono. Ora è notte fuori. La guida non è la stessa che mi ha condotto nella galleria. “Puoi scrivere qualcosa sulla tua esperienza,” mi dice indicandomi una postazione con penne e fogli. Una donna anziata accanto a me scrive una parola sul foglio, “In” e la cancella. Io non scrivo niente. L'allarme di una macchina invade le strade di Chelsea mentre cammino verso casa e stringo a me il ricordo dell'incontro con Marina nell'oscurità di Generator.

Generator di Marina Abramovic sarà alla Sean Kelly Gallery di New York fino al 6 dicembre.