La donna che ha catturato Snowden
Laura Poitras. Immagine: Olaf Blecker

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La donna che ha catturato Snowden

Laura Poitras è la regista di "Citizenfour", il documentario sui giorni cruciali dello scandalo.
10.11.14

Mi scattano una fotografia che viene stampata su un documento identificativo temporaneo che devo inserire in una fessura, poi prendo un ascensore e mi ritrovo nel corridoio di un piano interrato. Su una scrivania intravedo una busta con il timbro del vice presidente. Vengo poi condotto in una stanza senza finestre, dove mi aspetta Laura Poitras. Su un tavolino è poggiato un MacBook Pro con sopra un adesivo con scritto "National Security Agency-Dispositivo Controllato". Dietro di lei c'è una foto incorniciata di Ricky Gervais. Siamo negli uffici dell'HBO, che sta discutendo gli accordi per comprare i diritti televisivi del nuovo film di Poitras, "Citizenfour". Ci stringiamo la mano e le mostro il mio registratore: "posso registrare?", le chiedo.

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Sorride e mi risponde che va bene. "Sei stato gentile a chiederlo, visto il contesto," mi dice.

Il contesto mi pare piuttosto serio. È stato il video di 12 minuti realizzato da Poitras nel giugno del 2013 che ha dato un nome e un viso alle rivelazioni di documenti segreti che descrivevano il sistema di sorveglianza globale dalla dubbia legalità operato dai governi. Un anno prima, Poitras era stata la prima giornalista a comunicare con l'ex tecnico della CIA Edward J. Snowden, allora ancora anonimo. Mentre lei condivideva le informazioni che aveva con giornali come il Guardian, Times e Der Spiegel, dei report sulla carta stampata si sono occupati Gleen Greenwald e altri, più recentemente The Intercept, pubblicazione online di cui Poitras è uno degli editor principali. È rimasta quasi sempre dietro le quinte, per lavorare al suo attesissimo documentario su vari computer in uno studio di editing stile bunker a Berlino. Si è trasferita nella capitale tedesca da New York nel 2012, dopo anni in cui veniva fermata all'aeroporto praticamente ogni volta che tentava di prendere un aereo; dal 2006 i suoi biglietti aerei sono stati segnati con l'acronimo "SSSS", Secondary Security Screening Selection, rendendola bersaglio di controlli speciali alle frontiere.

Non viene più fermata negli aeroporti, ma può metterci la mano sul fuoco di essere ancora controllata dal governo. Usa poco il cellulare ed è diventata un'esperta di comunicazione criptata. "Credo che là fuori ci siano delle persone potenti molto arrabbiate per il documentario che stiamo realizzando," mi ha detto. "Devo sempre tenere in conto che controllano le comunicazioni che faccio e le persone che frequento."

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Nella scena finale del film vengono fatte delle rivelazioni sulla lista di terroristi redatta dal governo statunitense. Le ho chiesto se pensasse che parlando con lei sarei finito anche io su quella lista.

Poitras accenna un sorriso: "quando Snowden comunicava con me ho avvisato i miei amici. Ho detto loro: se tutto quello che dice è vero ci saranno delle enormi indagini su queste rivelazioni. E tutte le persone che conosco e con cui sono in contatto potrebbero essere tirate dentro questa inchiesta. Magari non lo sapranno mai, né verranno mai contattate da qualcuno." Ma mi rassicura: "non credo che tu verrai incluso in questa categoria."

Nonostante l'importanza dei contenuti, alcune delle scene più potenti di Citizenfour, uscito nei cinema il 24 ottobre, sono i momenti di intimità che Poitras riesce a catturare nel bel mezzo dell'emergenza, una combinazione tra la tensione tangibile della situazione e momenti banali, noiosi e anche divertenti.

"Un consiglio," dice Snowden a un certo punto, seduto su un letto matrimoniale sfatto, mentre si accorge che Greenwald ha lasciato una scheda di memoria contenente dei documenti nel suo laptop.

"Ricordiamoci di cambiare questa roba ogni tanto." La parte "divertente" qui è una risata nervosa, che in realtà non è affatto divertente. È una situazione in cui un bersaglio del governo ammonisce un giornalista nel fare attenzione alla sicurezza dei suoi dati. Ma la posta in gioco è enormemente più grande, assurdamente e comicamente più grande.

Greenwald e Snowden nella stanza d'albergo. Immagine: TwC/Radius

L'ESPRESSIONE DI GREENWALD è TRA LO SBIGOTTITO E L'ANGOSCIATO, PER IL SOVRACCARICO DI INFORMAZIONI, PER L'ENORME IMPORTANZA DELLA STORIA, PER LA CONFUSIONE LEGATA ALLA STORIA DI UN GIOVANE UOMO CHE HA DECISO CONDANNARE SE STESSO A UNA VITA DI SOFFERENZE

Poi Snowden copre sé e il suo computer con una coperta rossa, per evitare la sorveglianza visiva, e inizia a scrivere. È un momento di paranoia stile 1984 che lascia increduli e allo stesso tempo è una parodia di se stesso. La videocamera si sofferma sull'espressione disorientata e ansiosa di Greenwald, che esprime perfettamente la situazione, tanto critica quanto surreale. ("Non è fantascienza," dice Snowden a Greenwald a un certo punto. "Sta succedendo davvero.") In questa stanza si sta facendo la storia e queste persone si ritrovano nel bel mezzo di un evento epocale, e anche noi. Greenwald rappresenta tutti noi, sospeso tra lo sbigottimento e l'angoscia, per il sovraccarico di informazioni, per l'enorme importanza della storia, per la confusione provocata da un giovane uomo che sembra aver deciso di condannare se stesso a una vita di sofferenze.

Snowden è entrato in contatto con Poitras, in parte perché aveva visto The Program, un corto che la regista aveva realizzato su Bill Binney, esperto di matematica dell'NSA che aveva tentato di fermare il sistema di sorveglianza domestica portato avanti dall'agenzia dopo l'11 settembre, lavorando "dall'interno del sistema." Nel 2007, alcuni agenti dell'FBI avevano fatto un blitz nella sua abitazione nel contesto di un'indagine pubblicata nel 2005 dal New York Times sul programma di intercettazioni selvagge dell'agenzia. The Program non era come gli altri film diretti da Poitras: non c'era azione, solo un uomo seduto che rispondeva a delle domande e alcune riprese di un cantiere nello Utah. Tuttavia, è avvincente e ricco di tensione drammatica.

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"Quando ho iniziato a ricevere queste mail, mi sono detta: okay, vuole usarmi per entrare a fare parte di un film o di qualche altro progetto artistico, ma ben presto ho capito che stavo per essere coinvolta in un'esperienza drammatica, visti i contenuti di quello che mi comunicava e i rischi che chiaramente si stava assumendo." Nonostante la regista abbia fatto lunghi viaggi nell'Iraq e nello Yemen sconvolti dalla Guerra al Terrore per realizzare i due film sul post 11 settembre, My Country My Country e The Oath, Poitras ha affermato che alla fine Citizenfour è stato "il film più pericoloso che abbia mai fatto. E pensa che ho girato film nell'Iraq dei bombardamenti e delle decapitazioni. Era chiaro fin dall'inizio che avremmo fatto arrabbiare gente molto in alto."

Con Snowden come protagonista,  Citizenfour porta alla luce il paradosso fondamentale di tutta la storia. Per dimostrare la veridicità delle informazioni in suo possesso, Snowden ha dovuto farsi avanti e "uscire dall'ombra," ha affermato. Ma svelando la sua identità ha rischiato di gettare delle ombre sulle prove di cui era in possesso. Sapeva che avrebbe avuto tutti i riflettori puntati addosso. Il paradosso vissuto da Snowden risuona nell'esperienza di Poitras: riuscire a raccontare una storia di cui fai parte, senza attirare tutta l'attenzione su di te e senza distrarre dalla storia stessa.

"Mi hai chiesto perché ho scelto te," ha scritto Snowden alla regista in una lettera che sembra quasi poetica quando lei la legge con voce sommessa. "Non sono stato io, ma tu. La sorveglianza a cui sei stata sottoposta è indice del fatto che sei stata scelta. Ogni frontiera che tenterai di superare, ogni acquisto che fai, ogni telefonata, ogni antenna per cellulari sotto cui passi, ogni amico con cui sei in contatto, gli articoli che scrivi, i luoghi che visiti, le cose che scrivi e ogni pacco che invii è nelle mani di un sistema i cui poteri sono illimitati." Ha concluso: "questa è una storia che solo tu e pochi altri potreste raccontare."

Una scena tratta da "O'Say Can You See" del 2011 di Poitras

Citizenfour è, come i suoi film precedenti, uno studio su una situazione di crisi. Il suo primo lavoro riguardava la situazione dopo l'11 settembre, raccontata in un'installazione video dal titolo O'Say Can You See, che mostra volti anonimi che guardano qualcosa. Il video e la musica di sottofondo sono rallentati in modo da provocare una sensazione di angoscia che fa accapponare la pelle. Le riprese mostrano dei turisti che guardano Ground Zero nell'ottobre del 2011 e la colonna sonora è il suono distorto dell'inno nazionale americano. Lo sguardo attento di Poitras spesso assomiglia a quello di questi visi anonimi, come se stesse fissando qualcosa che le suscita allo stesso tempo malinconia e orrore.

Dal 2001, ha realizzato altri tre documentari: Flag Wars, che parla delle tensioni tra la comunità gay e nera nel contesto di una Columbus, Ohio, sempre più anziana, e i primi due dei suoi film sul post 11 settembre. Poitras sembra aver passato così tanto tempo con i suoi soggetti, che loro si dimenticano della sua presenza e a noi succede lo stesso. In "Citizenfour" Poitras appare solo di sfuggita sullo schermo. Ma il film è ben più personale degli altri, fin dalla prima scena, che mostra la regista che legge dei messaggi sulla sua esperienza di essere bloccata alle frontiere. Potrà anche essere una discreta spettatrice, ma in un mondo sorvegliato lei è già un personaggio all'interno della storia drammatica raccontata da Snowden.

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Dal momento che Snowden comunicava con lei soltanto, ha affermato "era necessario che fosse un film in qualche modo personale. Ma in un certo senso tutti i miei film lo sono: seguo le persone e imparo qualcosa delle scelte che fanno in situazioni di crisi, e dal loro modo di reagire. È di questo che parlo nei miei film."

Piuttosto che parlare dei documenti rivelati—che sono per la maggior parte assenti dal film—la videocamera paziente di Poitras si concentra sui momenti umani che raccontano un tumulto interiore irrisolto. Le scene nella stanza d'albergo—il punto centrale dello svolgersi del film—sono un esempio perfetto del suo approccio metodico e graduale a un determinato soggetto. E sono anche i momenti più tesi che abbia mai visto in un documentario. Poitras riprende le scene senza interromperle né turbarle, una cosa piuttosto difficile dal momento che lei stessa ne era totalmente coinvolta.

Il suo focus principale è nel "citizen" del titolo, il nome in codice usato da Snowden nelle comunicazioni con la regista per indicare la serie di delatori interni dell'NSA venuti prima di lui (Binney, J.Kirk Wiebe e d Thomas Drake.) Snowden è eloquente, riflessivo, perspicace, risoluto e tranquillo, mostra solo un barlume di tristezza per la compagna che ha lasciato a casa e preoccupazione per il suo destino. Snowden che manda messaggi senza farsi vedere alla sua ragazza dalla stanza d'albergo; Snowden che guarda la CNN man mano che le rivelazioni vengono diffuse; Snowden che si fa la barba, cercando di capire come fare per non farsi riconoscere. La videocamera di Poitras lo riprende anche a un workshop sulla sorveglianza del movimento Occupy Wall Street con Jacob Appelbaum, in un'aula di tribunale per una causa intentata dall'NSA, e all' all'aeroporto, con la ressa di giornalisti attorno, dopo che il compagno di Glenn Greenwald, David, era stato fermato per sospetti di terrorismo.

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"Mi interessava di più essere con Glenn all'aeroporto nel momento in cui andava a prendere David che sedermi lì di fronte a lui in un altro momento, puntandogli una luce dritta in faccia e chiedendogli come si sentiva." Ha detto. "Se leggi qualsiasi copione o guardi un film hollywoodiano, di solito la trama si svolge nel bel mezzo dell'azione. Azione deve essere la parola chiave. Quali scelte vengono operate nelle situazioni che stai tentando di raccontare. Le persone che ti raccontando della loro vita hanno la tendenza a guardare al passato con un senso di finalità e conclusione che nella dimensione reale solitamente non esiste."

Ricordati di portare una stampante

La mattina del 3 giugno Poitras e Greenwald hanno incontrato Snowden in un ristorante di Hong Kong, e lo hanno seguito silenziosamente nella sua camera d'albergo. Le riprese sono iniziate poco dopo la chiusura della porta. Il cubo di Rubik che Snowden usava per segnalare la sua identità si trova sul comodino.

"Ho tirato fuori la videocamera molto velocemente," ha detto la regista. "Sapevo che Glenn non lo avrebbe fatto. Non volevo arrivare fino a quel punto e poi perdermi qualcosa perché non volevo essere maleducata: quello che stava accadendo doveva essere documentato. Volevo registrare questo incontro a tutti i costi,sapevo che sarebbe stata un'occasione rara, di cui essere testimoni. Era un momento da cogliere, di quelli che spesso nel giornalismo vengono raccontati solo dopo che sono accaduti."

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La tabella di marcia era caotica e fitta. "Tra i voli, i meeting, le revisioni dei documenti e la pubblicazione da parte di Glenn degli stessi, le visite della ragazza di Snowden, l'impatto dei media, la riprese dell'intervista l'editing e la pubblicazione, non c'era molto tempo per pensarci su. Abbiamo agito d'istinto."

SNOWDEN INIZIALMENTE ERA SCETTICO. QUINDI GLI HO SPIEGATO PERCHÉ SAREBBE STATO COSì IMPORTANTE AVERE UNA REGISTRAZIONE. NON SUCCEDE SPESSO CHE UNA PERSONA SI ASSUMA COSì TANTI RISCHI.

Quel momento ha richiesto una pianificazione e accese discussioni. Visti i recenti controlli governativi sulle azioni di reporter come James Rosen e James Risen, Poitras si è consultata con alcuni avvocati di New York prima di recarsi a Hong Kong. Ad aprile, la sua fonte anonima l'ha colta di sorpresa dicendole che non era importante che rimanesse anonima: dopo le rivelazioni, sarebbe comunque stato smascherato dal governo. "Il mio desiderio personale è che tu disegni il mirino direttamente sulla mia schiena," ha detto Snowden a Poitras in una delle prima mail che vengono mostrate nel film. Invece di lasciare che fosse il governo a scoprire la sua identità, o alimentare le speculazioni sull'illegalità delle sue azioni, Snowden ha insistito sul "crocefiggermi immediatamente invece di proteggermi come informatore." Riguardo l'idea di diffondere i documenti anonimamente, a un certo punto Snowden ha detto semplicemente "vaffanculo."

Dopo che aveva preso la sua decisione, Poitras gli ha proposto di essere ripreso da una videocamera. Snowden inizialmente si è mostrato scettico.

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"I motivi erano due," ha affermato la regista. "Uno è che non voleva diventare lui stesso il fulcro della storia. Ma era anche preoccupato che io potessi ritrovarmi nello stesso luogo in cui si trovava lui. Se loro (gli agenti governativi) fossero entrati e ci avessero interrotto, come si sarebbe assicurato che i rischi che si era preso per rivelare le informazioni sarebbero finiti in quel momento?"

Poitras, che si era dedicata a lungo alla questione della sorveglianza, ha insistito: "gli ho detto che era molto importante che lui le spiegasse le sue motivazioni e che io le capissi. È importante perché le persone inizieranno a fare speculazioni." Snowden, ha aggiunto "si è assunto ogni rischio possibile." Una videocamera "lo avrebbe esposto ad ulteriori rischi, ma quali? Aveva già rischiato tutto. Quindi gli ho spiegato perché sarebbe stato importante avere una registrazione degli incontri. Accade raramente che una persona si assuma tali rischi e di tale entità."

Sia Greenwald che Snowden hanno dovuto adattarsi alle riprese. "Come si può immaginare, normalmente le spie evitano qualsiasi contatto con i giornalisti, quindi per me è stata una novità," ha detto l'anno scorso al Times Snowden. "Ma tutti noi sapevano che era un grande rischio. L'entità della situazione ha fatto sì che fosse più semplice concentrarsi su ciò che interessava al pubblico pittosto che a noi. Credo sapessimo tutti che non avremmo più potuto tornare indietro, una volta che la videocamera è stata accesa."

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Poitras ha inoltre promesso delle eccellenti misure di sicurezza per il materiale. A Hong Kong, afferma "avevo un contatto locale. Mi sono procurata degli hard drive crittografati e ho distrutto le registrazioni originali perché non possono essere crittate mentre vengono effettuate. Avevo poi il back up di ogni cosa, in caso fosse arrivato qualcuno." Si era munita anche di strumenti per la crittazione, vari computer e una videocamera, la Sony FS-100, e un leggerissimo tripode. "Quando ci siamo incontrati non volevo che sembrasse che stavo portando l'attrezzatura, quindi avevo solo una borsa contenente tutti i miei strumenti," ha affermato indicandomi una borsa di pelle sul pavimento.

Si è anche portata dietro una piccola stampante. "Volevo poter fare delle domande e stamparle senza dover andare in qualche altro posto, lasciando tracce delle domande che gli avrei rivolto."

La tensione di quei giorni traspare dallo sguardo inquieto di Greenwald. L'esperienza di Hong Kong è stata "una sorta di caduta libera," ha affermato. "Non sapevamo cosa sarebbe successo o come sarebbe finita, e speravamo solo che la mie capacità di regista e le abilità da reporter di Glenn ci sarebbero servite per affrontare in modo adeguato l'esperienza."

Penso che il discorso fatto dalla regista a Snowden sul perché dovesse apparire nelle riprese faccia da eco alla sfida del giornalismo, in un'epoca in cui i giornalisti stessi sono sotto attacco: qual è il massimo rischio che si corre raccontando una storia? E anche: le difficoltà legate alla rivelazione di informazioni riservate… A conti fatti, vale la pena avventurarsi in una cosa del genere? E chi lo decide?

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Poitras non è completamente contraria alla segretezza della sorveglianza o al riserbo mantenuto dal governo su certe questioni, ma crede che si tenda a esagerare. "Le critiche di Snowden e di Glenn con cui sono d'accordo riguardano questo approccio massivo, globale," ha affermato. "I pericoli a esso legati, i diritti che viola, e, secondo me, anche il fatto che rende anche le operazioni di intelligence più difficoltose nella ricerca di persone davvero pericolose."

Laura Poitras e alcuni dei personaggi che appaiono in "Citizenfour", accanto alla famiglia di Snowden al Film Festival di New York. Immagine: Alex Pasternack

La storia intorno alla storia

Citizenfour non è soltanto un'inchiesta che parla di un enorme sistema di sorveglianza e dell'uomo che lo ha rivelato, quello che il vice direttore della CIA Micheal Morell ha descritto come "la più grave compromissione di informazioni riservate nella storia dell'intelligence statunitense." È anche una fonte primaria, una prospettiva personale di un evento epocale. E nel raccontare la storia, parla anche del giornalismo e dei nuovi e sconcertati modi in cui viene affrontato al giorno d'oggi.

"Parte del forte impatto che queste storie hanno non riguarda solo il contenuto delle informazioni, ma anche il modo in cui vengono rivelate," afferma Poitras. "Tutti si scervellano per capire come abbiamo affrontato la situazione, ma per noi è stato istintivo. Non avevamo alcun piano preciso, per esempio su quale documento pubblicare. Abbiamo agito senza seguire alcuna regola."

A Poitras e Greenwald, che hanno studiato alcuni dei documenti sul volo di ritorno da Hong Kong, Snowden sembrava una fonte affidabile. Ma era molto più giovane—e molto più tranquillo—di quanto si fossero immaginati. "È stato incredibile," ha detto, "siamo arrivati nervosi, disorientati ed eravamo molto sorpresi dalla sua giovane età. Ma soprattutto era tranquillissimo. Sembrava completamente in pace con se stesso. Si fidava di noi."

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Un accenno di scetticismo è apparso solo nel veterano del Guardian Ewen MacAskill, che si è palesato il giorno dopo per fare da "babysitter" e assicurarsi che Snowden fosse veramente chi diceva di essere. E la sua espressione inquisitoria, mentre guarda fisso l'informatore parla da sola. Dopo la descrizione di una parte del meccanismo di sorveglianza del governo britannico da parte di Snowden, MacAskill gli dice: "io non so niente di te." Il suo è un tono vagamente accusatorio. "Non so neanche il tuo nome."

"Ho passato due ore a cercare di capire chi fosse," mi ha detto MacAskill. Il giornalista ha iniziato a credergli solo quando Snowden gli ha mostrato la carta d'identità. Dopo un po', mentre Snowden parlava di come si era rotto una gamba durante l'addestramento per le Forze Speciali, MacAskill dice di aver pensato, "questa storia è assurda e questo tizio è un matto." La sua fiducia nei confronti dell'informatore "non era costante", almeno finché al giornale dove lavorava non hanno ricevuto la conferma da parte dell'NSA e dalla Casa Bianca del fatto che i documenti fossero reali.

La tensione è accresciuta dall'aspetto tranquillo di Snowden di fronte alla videocamera. "Sono più disposto a rischiare il carcere piuttosto che la mia libertà intellettuale," ha affermato Snowden. "Mi ricordo com'era Internet prima che fosse messo sotto controllo. Non c'è mai stato niente del genere nel mondo."

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Anche se il film non esplora tutti gli aspetti della storia—il periodo passato da Snowden in Russia, le preoccupazioni riguardo l'entità delle rivelazioni, e cosa meriti o meno di essere tenuto segreto—riprendere Snowden in tempo reale ha permesso a Poitras di esplorare il suo carattere e le sue motivazioni. La regista riesce ad umanizzarlo in modo da ridimensionare i toni eccessivamente esaltati o svilenti che hanno caratterizzato la descrizione di questo personaggio da parte dei media.

"È riuscita a renderlo una persona gradevole, con dei principi importanti," ha affermato MacAskill. "Ha il senso dell'umorismo ed è un rappresentante di quella generazione che vive nell'era digitale."

Lonnie Snowden, il padre di Edward, ha partecipato alla première del documentario al New York Film Festival. Gli ho chiesto che pensava che il documentario desse una nuova prospettiva alla comprensione della personalità di suo figlio.

"Lo dirà solo il tempo," ha affermato. Ma ha aggiunto "non c'è alcuna nuova prospettiva, Edward Snowden è una persona coerente e salda sulle sue convinzioni. Molti di noi sapevano dal primo minuto che si sarebbe esposto a un rischio morale con cui sapeva che non sarebbe riuscito a convivere. Non c'erano dubbi. Tutte le chiacchiere sulla sua ricerca di celebrità, tutti quelli che lo conoscono riderebbero soltanto al pensiero di definirlo un narcisista."

"Quello sul fatto che sia un eroe, o piuttosto un traditore o un patriota è un falso dibattito. Ci piace usare termini come 'talpa', mentre è solo una persona che ha detto la verità. Lo stanno perseguitando perché ha detto la verità."

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"I documentari sono un canale di distribuzione molto potente per diffondere la verità, e quando nella società ci sono persone potenti che temono la verità, vuol dire che c'è un grosso problema."

Poitras è nata a Boston, Massachusetts, e dopo il liceo si è trasferita a San Francisco per lavorare come chef in un ristorante francese. Dopo la sindacalizzazione dei lavoratori del ristorante, le giornate di Poitras si sono ridotte a otto ore di lavoro, lasciandole così il tempo di seguire delle lezioni presso il San Francisco Art Institute: ha avuto così la possibilità di lavorare con registi all'avanguardia come Ernie Gehr e George Kuchar. Nel 1992 si è trasferita a New York per studiare scienze politiche e regia alla New School for Social Research. L'11 settembre si trovava a Manhattan. Interessata alle conseguenze di quella giornata, ha iniziato a fare viaggi in Iraq nel 2004 per realizzare My Country My Country. Nel 2006 è stata fermata e perquisita al confine per la prima volta.

"Quando sono stata fermata la prima volta ero piuttosto ingenua," ha affermato. "Quando ho iniziato a lavorare a questi film ero ingenua e pensavo "non sarà sempre così, abbiamo preso sbagliato qualcosa ma le cose cambieranno. Ma man mano che il tempo passava, venivo fermata ogni volta e sottoposta alle stesse domande: allora ho capito che ero diventata parte di un sistema e che non era razionale."

Si dice che il governo abbia iniziato a sospettare di Poitras in seguito alle riprese della regista di uno scontro a fuoco tra i ribelli e i soldati americani, che avrebbe dato adito a supposizioni da parte dei militari di una sua cattiva fede. Lei non condivide questa idea, semplicemente non sa perché sia finita su una lista nera e questa oscurità acuisce le sue preoccupazioni.

"Non credo di essere stata necessariamente messa sotto controllo per le cose che ho filmato. Non credo che ci sia mai stato un pensiero della polizia del tipo 'oh, sta facendo un film sulla guerra in Iraq e quindi iniziamo a controllarla e fermarla al confine.' Credo sia più responsabilità delle agenzie di intelligence. È una situazione kafkiana. Una volta che ci sei dentro sembra totalmente irrazionale."

C'è la possibilità che Poitras e Greenwald vengano coinvolti in un processo intentato dal governo contro Snowden, che è stato accusato di aver violato l'Espionage Act, ma Poitras è ottimista: "sono sicura che il governo abbia preso in considerazione tutte le possibilità, e sa ci sarebbero delle reazioni violente da parte dei nostri colleghi giornalisti. C'è un consenso generale sul fatto che questa sia una storia importante, e molti sarebbero pronti a difenderci." La regista ha detto di aver intenzione di passare più tempo a New York e spera di riuscire a diffondere altre riprese dalla stanza di albergo, inclusa una serie di domande a Snowden sugli aspetti tecnici della vicenda. Ma, ha affermato, le riprese dovrebbero rimanere fuori dal paese per essere protette dal braccio della legge statunitense.

"Mi interessa molto parlare di come si senta un soggetto che diventa un bersaglio del governo," ha affermato. "Le conseguenze sul piano umano. Possiamo per esempio sapere che le persone sono state a Guantanamo per, diciamo, dieci anni, senza sapere cosa voglia materialmente dire. Vedere cosa accade quando le persone ne vedono le immagini, come cambia il modo in cui il pubblico la pensa sulla questione. La stessa cosa vale per la tortura. Vediamo i video delle torture: non ne siamo più soltanto consapevoli, ma vediamo quali sono le conseguenze umane."

Essere lei stessa sulla lista nera del governo l'ha chiaramente aiutata, sia tecnologicamente che psicologicamente, a lavorare senza sentirsi intimidita. Prima dell'affare Snowden le perquisizioni ai confini le davano la sensazione viscerale di essere parte di un sistema di sorveglianza difettoso. Le ho detto che sembrava che la sua esperienza l'avesse portata in intimità con il potere di una macchina segreta di cui sapevamo già l'esistenza da molto tempo, ma a cui ci spaventava pensare. "O di cui ci faceva paura interessarci," ha aggiunto.

Edward Snowden e la sua compagna Lindsey Mills in Russia. Immagine: "Citizenfour"

Per gran parte del film il viso di Snowden appare inespressivo, come quello degli altri, l'espressione di calma nel mezzo di una crisi. Le riprese finali, girate in Russia quest'anno, ci mostrano Snowden tranquillo, che cucina con la sua fidanzata, che vive con lui per vari mesi all'anno. Nella scena finale un rilassato Greenwald siede con Snowden in quella che sembra un'altra stanza d'albergo, mentre l'ex tecnico dell'NSA parla di una nuova rivelazione ricevuta da una nuova fonte governativa. Greenwald si mostra entusiasta dello spirito "coraggioso e strafottente" dell'informatore. Per evitare intercettazioni, scrive poi qualcosa su un foglio di carta e glielo passa. Capiamo che è il numero delle persone che si trovano sulla lista nera dei terroristi del governo, una cifra che arriva all'1,2 milioni, e altre informazioni che aiutano a identificare la fonte dell'informazione.

L'espressione sul viso di Snowden trasmette qualcosa a metà tra l'esaltazione e lo shock.

Esaltazione mista a shock è anche la sensazione provata dal pubblico, non soltanto per l'apparente rivelazione della scena finale del film. È scioccante anche solo vedere  Snowden, per una volta, sorpreso. Ma non possiamo vedere quello che vede lui. Il pezzo di carta viene stracciato. Ciò che ci rimane sono le informazioni mediate dall'uomo, sul viso di Snowden. Come nel resto del film, molte cose restano non dette, ci sono soltanto indizi. Fissando l'espressione di Snowden, la videocamera di Poitras ci costringe a confrontarci con il vuoto e il caos causato da un segreto scomodo che viene rivelato, la sensazione di dover fare i conti con quello che sai, con il sapere quante cose non sai, con il non sapere cosa succederà poi. Nella sua faccia, contratta da un'espressione che non abbiamo mai visto, riconosciamo la traccia umana di uno shock, con cui chiunque si può identificare.