Come degenera un cervello schizofrenico

Una nuova ricerca potrebbe aprire a nuove terapie e forse, prima o poi, anche a una cura.
31 maggio 2016, 10:06am

Dire che si parla poco delle cure che riguardano le malattie mentali è un eufemismo. La realtà è molto più vicina al mai, e questa ineffabilità è proporzionale alla gravità della malattia in questione. Gran parte dei sintomi più comuni della schizofrenia, conosciuti come sintomi negativi, non sono neanche trattabili—è un'impresa ardua anche solo cercare di capire come colpire con successo quell'idra che è la schizofrenia. Non sappiamo neanche da cosa sia causata (per quanto ci sia qualche idea valida).

Un gruppo di ricercatori guidato da Lena Papaniyappan del Lawson Health Research Institute ha pubblicato questa settimana uno studio su Psychology Medicine, secondo cui il cervello sarebbe in grado di riorganizzarsi in modo tale da invertire gli effetti della schizofrenia: permette di fare ipotesi per una cura, insomma.

Il lavoro del gruppo del Lawson si basa sullo studio tramite risonanza magnetica di 98 soggetti affetti da schizofrenia e di 83 soggetti di paragone. È particolarmente interessante notare come lo spessore degli strati corticali del cervello variasse tra i due gruppi di individui, ma anche tra i soggetti schizofrenici affetti dal disturbo da più o meno tempo. È stato ipotizzato che la degenerazione neurale in questa regione sia alla base della schizofrenia e, per quanto si tratti di un dibattito ancora aperto, è su questo presupposto che si è basato lo studio.

"Dalla risonanza magnetica si possono notare cambiamenti significativi nella materia grigia nei pazienti affetti da schizofrenia sia prima che dopo l'inizio della psicosi e questi cambiamenti sono legati agli aspetti clinici della malattia," scrivono Palaniyappan e il suo team di ricerca. "I cambiamenti neuroanatomici sono sempre stati considerati di natura progressiva, l'indice di un processo patofisiologico di deterioramento."

Immagine: Palaniyappan et al

L'ipotesi secondo cui la schizofrenia comporterebbe una perdita progressiva del tessuto è comprensibilmente controversa. Come spiega l'articolo di Palaniyappan, gli studi basati sulla risonanza magnetica a sostegno di questa ipotesi hanno scoperto che la neuro degenerazione si verifica a ritmi talmente estremi che, se dovesse riguardare l'intero corso della malattia, non ci sarebbe letteralmente più materia cerebrale nel giro di un paio di decenni. Invece, anche a ritmi tanto estremi di perdita di tessuto, questo deterioramento non sembra essere direttamente legato alla gravità della degenerazione clinica nei pazienti. Inoltre, alcuni studi hanno registrato un aumento nelle dimensioni della corteccia con il progredire della malattia.

"Alla luce di queste prove, il progredire neurologico della malattia, se presente, è probabilmente limitato non solo nel tempo ma anche nella distribuzione spaziale, ed è accompagnato da cambiamenti compensatori nella direzione opposta," scrive Palaniyappan. Il cervello guarisce, in altre parole, o almeno ha la capacità per farlo. Infatti, i ricercatori hanno osservato già in precedenza dei miglioramenti a livello clinico che coincidono con un aumento nella materia grigia.

La difficoltà nel trovare il senso di questi cambiamenti neurologici sta nel collegare quelli che riguardano un certo punto del cervello a quelli che avvengono in altre parti. Per ora, i ricercatori si sono per lo più concentrati sulla degenerazione/rigenerazione che riguarda parti del cervello dove questi processi si verificano con frequenza tra i pazienti. L'approccio scelto da Palaniyappan e dal suo gruppo di ricerca è stato quello di sfruttare l'analisi dei fenomeni ricorrenti per indagare la covarianza nel cervello in generale—un confronto tra regioni diverse seguito da un'analisi dei cambiamenti in ogni regione in relazione con le altre.

Il risultato più importante è che, in termini di volume generale di materia grigia, i cervelli schizofrenici diventano più "normali" quando sono schizofrenici da tanto tempo. In altre parole, le deviazioni più significative si verificano alle prime fasi della malattia. Inoltre, i pazienti che presentano le deviazioni più drammatiche all'inizio della malattia non stanno necessariamente meglio o peggio nelle fasi più tarde rispetto ai pazienti con minori deviazioni.

"Prese nell'insieme, queste osservazioni sembrano suggerire che ci sia un processo compensatorio/di rimodellamento che contribuisce alle variazioni dello spessore della corteccia nei soggetti schizofrenici," conclude lo studio.

Questi risultati sono importanti non solo per la natura innovativa e rigorosa dello studio, ma anche perché indicano una strada per sviluppare trattamenti mirati che possano agire sulla patologia fondamentale della schizofrenia," dice Jeffrey Reiss del Lawson Institute. "La plasticità del cervello e lo sviluppo di terapie relative offrono una nuova speranza per una malattia che un secolo fa è stata descritta come demenza precoce per via degli effetti di deterioramento apparentemente progressivi che mostrava."

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