tecnosessualità

Che cos'è la tecnosessualità?

Suona strano, ma non riguarda solo i feticisti di robot.

di Giulia Trincardi
14 marzo 2017, 12:22pm

Definire l'attrazione sessuale umana — dal suo funzionamento alla sua origine — è tutt'altro che un'impresa semplice; non solo proviamo attrazione per persone estremamente diverse tra loro, ma anche per cose che non sono persone: dai personaggi dei cartoni animati, agli animali, fino ai ferri da stiro (sì, davvero), l'elenco è pittoresco e senza fine.

Questo è uno dei motivi per cui, quando leggo titoli come questo, non posso fare a meno di sorridere: nulla togliere ai topi da laboratorio, ma ho l'impressione che l'uomo si sia ormai evoluto fino a un punto in cui, qualsiasi componente ormonale e biologica possa esserci alla base dell'attrazione sessuale, sarebbe ingenuo incoronarla a motivo principe e definitivo della stessa. La nostra stessa ossessione per una definizione rigorosa della sessualità umana ha avuto inizio solo un paio di secoli fa, mossa plausibilmente — scrive il filosofo francese Michel Foucault in L'Histoire de la sexualité — da ragioni politiche. Nella società occidentale e moralista, definire la sessualità significa stabilire giusto e sbagliato, e, di conseguenza, cittadini migliori e cittadini peggiori.

Ma l'essere umano si è evoluto al punto da avere ormai poco in comune con la biologia semplice di un topino da laboratorio, soprattutto da un punto di vista sessuale, considerato quanto la nostra cultura abbia inciso e incida tutt'ora su questo aspetto della nostra vita.

Non a caso, un termine che negli ultimi anni — gli stessi che hanno visto complicarsi e ampliarsi nettamente il nostro rapporto con la tecnologia — è tecnosessualità.

Joaquin Phoenix in una scena del film 'Her' (2013), diretto da Spike Jonze.

Il suo significato è meno univoco di quanto si possa pensare: può infatti descrivere l'attrazione sessuale che proviamo ed esprimiamo nei confronti delle manifestazioni più antropomorfizzate della tecnologia (i bot del sesso, o i personaggi virtuali dei videogiochi, per esempio), ma anche, in senso più lato, il modo in cui la tecnologia ha modificato la nostra fruizione del sesso stesso.

Per persona tecnosessuale, dunque, non si intende necessariamente un patito di sexdoll in silicone e resina, ma chiunque di noi abbia fatto almeno un giro su PornHub o inviato la foto dei propri genitali via Facebook a qualcun'altro. La tecnologia ha amplificato i nostri sensi e la nostra capacità d'azione sul mondo, modellando la percezione che abbiamo di noi stessi, la nostra stessa identità: perché non anche la nostra sessualità?

A questo proposito nel suo libro TechnoSex: technologies of the body, mediated corporealities, and the quest for the sexual self, Meenakshi Gigi Durham, professoressa di studi di genere al CLAS dell'Università dell'Iowa, spiega come la corporeità dei mezzi di comunicazione tecnologici abbia un impatto effettivo sulla nostra sessualità.

Così come il significato del nostro corpo, spiega Durham, è determinato da un continuo dialogo tra la sua data materialità e le costruzioni simboliche fornite dalla cultura in cui esiste, allo stesso tempo, "anche il sesso è tanto rappresentazionale quando materiale," scrive. "Immaginari e narrative sessuali parlano alla nostra corporeità, stimolandoci ed eccitandoci; danno forma ai modi in cui comprendiamo e ci rapportiamo con l'altro e noi stessi, in quanto oggetti e agenti di desiderio."

In altre parole, la cultura in cui siamo immersi ci condiziona sessualmente tanto da un punto di vista concettuale che fisico e, poiché la nostra cultura è una cultura fortemente basata sulla tecnologia mediatica, il nostro desiderio sessuale non può fare a meno di spostarsi su livelli molto più astratti di quello biologico.

La tecnologia ha amplificato i nostri sensi e la nostra capacità d'azione sul mondo, modellando la percezione che abbiamo di noi stessi, la nostra stessa identità: perché non anche la nostra sessualità?

Allo stesso tempo, il modo in cui il ruolo della tecnologia varia da antagonista a parte integrante dell'essere umano è indice di una sua normalizzazione culturale, basti pensare alla rappresentazione del cyborg: da nemico assoluto del genere umano in film come Terminator, a evoluzione "naturale" della nostra specie, in prodotti come Ghost In The Shell. Introiettare il cyborg nella nostra psicologia significa includere la tecnologia nella nostra identità più intima e dunque anche sessuale.

In altre parole, stiamo forse imparando a trovare la tecnologia sessualmente attraente, perché la riconosciamo come parte della nostra natura. O, forse, è la tecnologia stessa che condiziona a tal punto il nostro reale, da incidere anche sulla nostra idea di sessuale.

Può sembrare un giro di parole contorto, ma è proprio questa ambiguità che merita la nostra riflessione; un buon esempio di come sia mutato il significato che diamo alla tecnosessualità può essere trovato, ancora una volta, dalla cultura pop, confrontando una celeberrima puntata della serie animata di Matt Groening Futurama, e il film di fantascienza del 2013 diretto da Spike Jonze Her.

Nel primo caso, il rapporto tra la tecnologia e l'uomo è rappresentato come un grottesco accoppiamento, un incontro "innaturale" e sterile, che può solo portare alla pazzia. Fry, protagonista svampito di Futurama, si innamora di un bot con le sembianze dell'attrice Lucy Liu. L'intera puntata si prende gioco dell'ansia puritana nei confronti di qualsiasi cosa non sia un matrimonio di carne "tradizionale," ma anche della nostra ossessione per ciò che sembra reale, ma non lo è del tutto. Fry non è "libero" di vivere la propria tecnosessualità, perché, ci dice la serie, non è un connubio legittimo. Un robot e un umano non saranno mai abbastanza simili, abbastanza adatti l'uno all'altro. L'uncanny valley resta incolmabile.

Futurama è una serie ormai — fa strano dirlo — datata: nel suo riassumere per stereotipi la sessualità robotica e umana, riflette molto bene sull'ingenuità dei suoi stessi personaggi, ma ignora le sfumature effettive del rapporto dell'uomo con la tecnologia su cui ci troviamo a riflettere oggi.

Nel film Her, invece, la situazione è diversa: il protagonista Theodore (Joaquin Phoenix) sviluppa un sentimento emotivo e un'attrazione sessuale nei confronti di un'intelligenza artificiale, nella fattispecie il sistema operativo Samantha (Scarlett Johansson), con cui interagisce solo via voce. Her è un'opera di fantascienza in cui il presente e futuro prossimo della sessualità umana vengono esplorati in modo decisamente meno caricaturale e pretestuoso rispetto alla puntata di Futurama: anche se in entrambi i casi il personaggio protagonista alla fine è costretto fare i conti con la propria solitudine e incapacità relazionale, la relazione tra Theodore e Samantha ai nostri occhi è legittima.

In un certo senso, ci riconosciamo nella difficoltà di Theodore a gestire le proprie relazioni umane e giustifichiamo i suoi sentimenti per Samantha perché la sua identità sessuale — per quanto priva di qualsiasi corporeità — è folgorante e ammaliante. Samantha non sembra reale, lo è. Her riesce a confondere meravigliosamente il confine tra umano e tecnologico, escludendo volontariamente l'aspetto più scontato ed esplicito della tecnosessualità — quello estetico e fisico di una bambola — e amplificando quello più intimo e ambiguo: l'intelligenza e l'empatia (artificiali) di Samantha, l'intimità della sua voce.

Non a caso, il senso dell'udito, secondo teorici della comunicazione come Walter J. Ong, è legato all'interiorità umana, al nostro intimo: l'attrazione sessuale che Theodore prova per l'artificiale Samantha sposta la nostra visione della tecnologia sessuale da feticcio esterno e distinto da noi — su cui esercitare con prepotenza un desiderio carnale —, a elemento intangibile che permea la nostra identità fino a farci sentire incredibilmente vuoti quando scompare. Proprio come una relazione fallita.

Nel suo libro, Durham parla di come la tecnologia faccia parte del nostro "sexscape" o "panorama sessuale," nel modo in cui veniamo esposti 24 ore su 24 a contenuti mediatici sessuali; forse, però, se quello che ci aspetta è un futuro di cyborg e intelligenze artificiali, la contaminazione della nostra sessualità da parte della tecnologia non sta avvenendo solo esternamente.

In qualche modo, si potrebbe dire che sessualizzare la tecnologia — tanto da un punto di vista materiale, quanto da uno più astratto — sia un modo per appropriarsene come specie. Se il primo passaggio di questa assimilazione/rivendicazione è brutale e feticista (una simulazione del processo di accoppiamento umano tramite l'utilizzo di sexdoll e programmi in realtà virtuale sempre più raffinati), il secondo è molto più ambiguo e radicale, per cui la tecnologia non è solo destinata a diventare filtro e appendice imprescindibile della nostra sessualità, ma anche fautrice intelligente di un mutamento nel significato di sessualmente attraente, di intimità e di identità sessuale.

Forse non saremo mai tutti attratti sessualmente dai robot, ma siamo già, almeno un po', tecnosessuali.

Giovedì 16 marzo noi di Motherboard saremo al Cinema Lux di Torino per presentare e commentare il film 'Her' di Spike Jonze nell'ambito di un ciclo di eventi organizzati da Kadmonia. Se vi trovate nelle vicinanze, non mancate.