Addio, preistoria degli idiomi
Artwork di Fabulo, foto di Iacopo Pasqui.

Addio, preistoria degli idiomi

"Ho detto che guardo il tuo culo parlante, dico richiudendo la tasca, vuoi una Vigorsol alla menta edizione deluxe?"
12.1.17

Questo brano è tratto dal nostro numero annuale dedicato alla narrativa.

Al mare con gli Obsoleti si fanno molte passeggiate.

Estraggo la Vigorsol e il culo parlante mi rifila un minchia guardi.

Il tuo culo parlante, rispondo sbocciando la gomma fra pollice e medio.

Cos'hai detto?, chiede abbassando gli occhiali da sole.

Ho detto che guardo il tuo culo parlante, dico richiudendo la tasca, vuoi una Vigorsol alla menta edizione deluxe?

Riaggiusta gli occhiali, sorride inclassificabile.

Non è, dico, una sineddoche.

Incrocia le braccia impedendo lo studio del bikini a frange.

Richiedo, esalando un respiro che potrebbe essere il terzultimo, se gradisce una Vigorsol.

Ora siamo in tre. Lui sputa.

Il ciottolo lo colpisce molto più tardi, dopo che si è chinato verso il mare per sciacquarsi le mani. Un bioccolo di sangue incrina la fronte fra l'attaccatura Neanderthal e le sopracciglia depilate. Sento lo schiaffo della schiena contro il bagnasciuga e corro.

Quando cominciano a gridare sto già guadando il rigagnolo, taglio il campeggio volando, il respiro un trapezio sfondato. Vado verso gli scogli.

E lorsignorino ha visto un secchiello arancione, non è vero? Su, siamo fra amichetti, non faccia il timidino!

Fingerò di non aver sentito. Mancavano le sue intromissioni in queste giornate, potremmo dire, fibrillanti per la mia carriera. Piuttosto dovrebbe unirsi nel celebrare la fine del linguaggio come l'abbiamo sempre inteso.

Addio, preistoria degli idiomi. Va bene così?

Grazie. Ora mi lasci limare le ultime bozze mentali. Già, ha sentito bene. Il primo fascicolo del Dizionario Semiologico Abissale sarà presto disponibile.

Il bagno si chiama Verdone, credo, per il colore degli ombrelloni. Tutti ci conoscono anche se stiamo poco simpatici perché non parliamo con nessuno, nuotiamo ognuno per conto suo e a fine mese non siamo neppure abbronzati (negli ultimi anni, a causa delle passeggiate, io sì). Per i proprietari invece siamo clienti perfetti, paghiamo in anticipo, pranziamo sempre al ristorante, non sindachiamo per un lettino in più o se la domenica non si spicciano a portare i calamari. Una volta avevo vari conoscenti con cui fare la posta alle lucertole, organizzare tornei di ping-pong oppure giocare a calcetto sotto il tendone. Da una decina d'anni è entrata in voga l'idea secondo la quale i miei coetanei sarebbero svaniti. Alcuni hanno effettivamente disertato per mete più scoperecce quali Riccione e Formentera, altri sono stati travolti dagli scandali che hanno affondato le imprese dei loro padri, eppure un gruppo di tardoadolescenti e giovani adulti continua a incistare la cosiddetta zona giochi con sguardi fra il rabbioso e l'annoiato alle sedicenni in conciliabolo. Con gli appartenenti a questo zoccolo duro ho smesso di scambiare il saluto. Le sedicenni le lascio stare perché sono inacidite, sbattono il fante sul tavolo con grugni da vecchie serve, spiano dietro orrendi occhiali con la montatura colorata e succhiano ogni novità fra stridori provinciali. L'unico culo parlante del gruppo si chiama Elena e due anni fa per via delle meduse si è rifiutata di accompagnarmi alla boa. A tirare le fila di questo branco di vergini, capaci di raggelare per pomeriggi interi l'impudicizia dei bambocci brancicanti intorno al calciobalilla, è un cicisbeo prodigiosamente ottuso nel suo metro e novanta tutto cartilagini, già mio compagno di scorribande zoicide e ora ras dello zoccolo duro.

A volte, mentre per stornare l'infarto gioco a ping-pong con qualche dodicenne cercando di non far caso all'indecenza con cui mastica lo stecco di un ghiacciolo, i miei occhi indugiano, ma soltanto per un istante, sul triangolo di stoffa che fasciando rende ancora più magniloquenti le semisfere della Elena e tutto in me si allunga rettile, barracuda, proiettile scagliato nella torta buia delle viscere.

Giochiamo, dice lo scemo ogni giorno alla stessa ora. L'handicap gli rende il volto indistinto, ha riflessi lenti ma solidi, giudizio infirmato dall'autocommiserazione. Nonostante i miei sforzi di ammaestrarlo non sa scrivere in corsivo. Ho provato a quisquigliargli nell'orecchio. Non ha capito. La fluidità lo atterrisce. Qualsiasi continuum, dall'ortografia al top-spin, incrinerebbe la conchiglia in cui chioccia il suo ectoplasma. Ho sempre dimostrato una propensione per scherzi della natura e affini. Uno degli archetipi da me impersonati, alle elementari, era il donatore di socialità: passavo settimane a integrare bambini marginali nell'affresco della partita interclasse. Ricordo incontri di lotta orchestrati all'insaputa dei contendenti, una parolina qui e una bugia là, in un minuto la rissa zampillava. Mi piacevano gli scontri impari, in cui un gracile cocco di mamma se la vedeva con un bulletto da riformatorio e magari riusciva a non avere la peggio; termine, quest'ultimo, relativo dato che intervenivo ogniqualvolta si rasentassero tragedie, non per salvaguardare l'incolumità delle pedine o scongiurare interventi disciplinari – ero il primo della classe – quanto per il gusto di mollare anch'io due pedate. Tale vocazione di aizzatore non mi esimeva da saltuarie ricadute nel rimorso e allora per giorni mi accompagnavo a questo o a quel seviziato esibendo sentimentalismi tanto più ferventi quanto effimeri.

Giocare a ping-pong con l'idiota è tedioso come una cena in famiglia, tic toc tic toc, il suo cervello da bradipo, tic toc tic toc, scambi lunghi trenta colpi, tic toc tic toc, schiacciare offenderebbe un sole assurgente alla densità astratta di uovo sopravvissuto alla cremazione dell'orizzonte, tic toc tic toc, lasciarlo vincere implicherebbe sbagliare apposta ogni colpo, tic toc tic toc, non resta che palleggiare lente espirazioni. Se mi accascio a contare i battiti sulla plastica sudaticcia lui fa su e giù carezzando i muri, sfilaccia ortensie dai vasi, riflette ad alta voce sul calciomercato di due anni prima, fissa stralunato la Elena che raccoglie un due di quadri. Ho osservato sul suo volto la battaglia del sorriso e della smorfia: anche lui consta di due tronconi paralleli, gemelli imprigionati in un acquario i quali non si incontrano se non di rado, casualmente.

Su, dica qualcosa di interessante! Non ha visto forse il mostriciattolo chinarsi sul secchiello, e tenere il granchietto fra le dita, e….

L'acqua è fredda quest'anno. Tanto io ho i tentacoli e il mare seda comunque. Spesso a sera casco assopito nello stesso movimento con cui mi sdraio, pietra gettata in un pozzo, riemergo quando il primo raggio rade la valle e nessuno sa perché abbiano inventato altro dopo le campane. Inspiro il mattino ed espiro presentendo una buona giornata.

Infatti mentre ciondolo nel bar semideserto la Elena chiede come va e io Tutto bene, tu che classe faresti?

Vado in quarta.

La quarta è l'anno più bello.

Lo spero.

Durante il dialogo devo tenere a bada la coazione ad affondare nel culo parlante subdolamente messo in mostra nell'atto di prendere il cellulare. Incredibile la sfrontatezza delle parlanti, una volta in classe ne avevo una che sedeva sempre in terza fila, pare fosse fidanzata con un poeta trentino ma lui non compiva il proprio dovere fino in fondo o almeno questa era l'impressione quando tic toc tic toc la parlante entrava ancheggiando dentro quei suoi tubini dall'apparenza costosa contro cui deflagrava l'apoteosi di un culo salmodiato dagli stivaletti con il tacco. A vederli, lei e l'imbrattacarte rotaliano lingueggianti nelle foto, li si sarebbe detti una coppia normalmente infelice ma io sapevo di non potermi sbagliare, il modo in cui mordicchiava la stanghetta tartarugata alludeva a una condizione di patente squilibrio dei flussi. Del resto per un poetucolo trentino doveva essere stato un exploit da capogiro soltanto giungere a strusciare la lenza su una simile cornucopia di linguaggio lombare.

Alzo gli occhi e la Elena non c'è più. La mia morte prende a palettate un cuginetto.

Ciao, ben arrivata.

Ciao imbecille, risponde facendo boccacce, ciao cretino.

Le sto insegnando a giocare a ping-pong. Sta con me perché si annoia, del resto anch'io senza di lei mi annoio, sebbene abbia sempre ignorato gli umani in miniatura. Dopo tre o quattro scambi alzo una palombella per darle il gusto di schiacciare. È proprio la mia morte, penso soddisfatto, bravissimo sono stato a trovarne una con gli occhi bucaneve. Vedendomi immerso nella puericultura i proprietari della piccola riveriscono il filantropo. Mantengo un contegno lustro: da filantropo a pedofilo il passo è breve. Purtroppo a me piacciono i culi parlanti, non le bambine, mi piacciono le gole dei culi parlanti quando le afferri e tutto diventa gola, indietreggiare e sporgere, schiudersi in giugulare, i capelli dei culi parlanti quando le prendi da dietro in uno specchio e le guardi guardarsi guardarti che guardi guardandoti guardato e poi non guardi più ma cadi mozzato, seme in cornice, culla attorniata dai Senzavolto.

Bei tempi quelli, eh?

Ora di pranzo!, tuonano le madri in pareo.

Uno dei riti, con gli Obsoleti, è mangiare muscoli ripieni. Al tavolo accanto si assetta la famiglia della mia morte. Il padre indossa una maglietta di Bastardi Dentro e questo mi piace molto, che il fattore carnale della mia dipartita annunci davanti TVB e dietro Ti Voglio Bastardo.

Toh, dice il Putapadre scorrendo l'Atesino (per farselo arrivare ogni estate corrompe il giornalaio), un altro imbecille convinto di vedere gli alieni.

Le madri sospirano. Mastico guardando il cielo. Nel vertice formato da due scie vedo un puntino metallico.

Viene da chiedersi perché pubblichino questa roba…

Mah…

Faccio scarpetta, guardo la mia morte infilare una cannuccia nel naso della sorellina e come sono contento! Dopo il caffè, andando verso gli scogli, l'estasi essuda in responsabilità. Sono finiti i tempi dell'autoconversazione. Avrò qualcun altro di cui prendermi cura.

Non elida proprio tutto però! Siamo mica in un filmetto per signorine!

Mi lasci spiegare! Ogni volta la stessa storia!

Ma prego, smerletti pure!

Sette mesi prima mangiavo una piadina in un bar di quint'ordine in viale Monza, a Milano. Era una zona liquida. Nel frigo a muro le lattine sfrigolavano, il dialogo del barista con un operaio insanguinava il pavimento, i motorini parcheggiati sul marciapiede pulsavano come cimbali contro la mascella e i passanti oltre il vetro ronzavano. Cordelia chiamava e io non rispondevo. Qualcuno bussava dal doppiofondo del mio sguardo. Tentai di abbottonare un polsino prima di fuggire.

Da allora non ci sono più cascato, nella trappola ammobiliata dei che ore sono e dell'alba-prima-del-tramonto. Perché quella sera, mentre l'oste mentiva la propria gioventù al vecchio operaio guardando controluce il bicchiere impolverato, nello spiazzo inesistente di quell'attimo in bilico sulla capocchia del tempo ho visto il vuoto dietro lo straccio delle cose, lo stendardo in cinque sensi e cieli e tavoli e rosso e spigoli e tre meno un quarto e madri e abortire e terra, sissignore, dietro il sudario filamentoso ho sbirciato, fissavo il vino nel bicchiere e tutto era colmo del nulla che lascia sussistere i mondi solo per prendersene gioco nel batticarne delle reincarnazioni, vuoto non dietro ma di sghimbescio rispetto alla faccia assennata dell'essere, finestre e figli e Ferrarelle sul tavolo e culi parlanti e espirazioni e galassie.

Questo brano è estratto dal libro  Medusa, edito da Tunué.

Puoi guardare altre illustrazioni di Fabulo qui e altre foto di Iacopo Pasqui qui.