Perché amiamo torturarci con gli effetti del peperoncino?

A quanto pare siamo fisiologicamente e psicologicamente predisposti a tendenze culinarie sadomasochistiche.

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12 gennaio 2018, 8:00am

"È come una scarica d’adrenalina.”
"Adoro il pizzicorio."
"Mi sembra di star perdendo qualcosa, se non lo mangio.”
"Mi piace superarei i limiti per giungere alla perfezione."
"Rende tutto più gustoso.”
"Non ne ho idea, è solo che mi ha creato dipendenza.”

Queste che avete appena letto sono solo alcune delle giustificazioni di chi, nonostante l’animo sensibile e le tendenze abbastanza sobrie, ama farsi del male attraverso abitudini culinarie autolesioniste.

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I peperoncini, il wasabi, così come il mentolo, le bibite frizzanti e quelle bollenti o ghiacciate, contengono composti molecolari che stimolano i recettori del dolore presente nelle cellule nervose, evocando lo stesso tipo di sensazione che sperimenteremmo se qualcuno accendesse una fiamma nella nostra bocca.

Nel caso dei peperoncini, per esempio, a ricreare la sensazione di bruciatura ci pensa la capsaicina, un composto chimico che eleva le temperature di ogni bocca a quelle dell’inferno. L’isotiocianato presente nel wasabi, nella senape e nel mentolo ricrea, invece, le classiche ustioni da freddo che ci fanno credere la nostra testa stia per scoppiare o che, come descritto benissimo da un utente su Reddit, “qualcuno ci stia facendo lo scalpo mentre l’interno del naso viene riempito di bacchette.”

Alcune piante hanno sviluppato questi composti chimici come precisa tattica per scoraggiare gli animali (esseri umani compresi), dal mangiarle, non prevedendo quanto caparbiamente noi, proprio in qualità di esseri umani, ci saremmo poi allenati per riuscire a ingerire con gusto molte delle cose che Madre Natura ha cercato di tenere alla nostra larga. Dopotutto, non è che possiamo stare lì in cima alla catena alimentare a girarci i pollici!

Stando a Paul Bloom, psicologo di Yale e autore del libro How Pleasure Works: The New Science of Why We Like What We Like, i filosofi hanno cercato a lungo di definire la natura umana, partendo dal linguaggio per arrivare alla razionalità, alla cultura e così via. A me però basta sapere che agli uomini piaccia il Tabasco.

Questo tipo di pratiche non sono un’eccezione. Per centinaia di anni (o migliaia, nel caso delle Americhe), un sacco di persone si è sottoposto, volontariamente, a simili torture, spalmando il wasabi sul sushi, mescolando peperoncini Scotch Bonnet a condimenti jerk, riempiendo le zuppe tom yum con il Thai Pepper, unendo kimchi a bibimbap e il sambal olek al gado gado, condendo lo Shrimp Creole con il peperoncino di Cayenna e spolverando scaglie di peperoncino sugli spaghetti all’arrabbiata, senza aver timore, infine, di cospargere persino la macedonia con polveri e salse piccanti.

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Sorge quindi spontanea una domanda. Perché amiamo infliggerci tutte queste pene? Tendiamo ad amare intensamente qualsiasi avventura trasformi la nostra cavità orale in una fornace, lingua e gola comprese, le labbra in dei lembi palpitanti, il cuore in un insieme di battiti velocissimi e gli occhi e il naso in delle fontane. Il tutto, mentre il cervello cerca di estinguere il fuoco scatenato.

E se a tutto questo potessimo aggiungere un qualche tipo di vantaggio evolutivo (cosa che non possiamo fare), avrebbe decisamente tutti più senso. Una delle affermazioni che sentiamo più spesso da questi ricercatori del brivido è che l’aggiunta di piccantezza “aumenta il sapore” del piatto assaporato, che ha anche senso. Il sapore comprende certamente i gusti (dolce, salato, amaro, aspro e umami), ma include anche altre percezioni come la consistenza, l’odore, l’estetica e i ricordi.

Elevando il grado di percezione, c’illudiamo il gusto stesso aumenti. È per questo che un sacco di aziende passano molto del loro tempo intente a scovare la perfetta friabilità di una patatina o il giusto livello di bollicine di una bibita.

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Persino gli scienziati hanno incontrato difficoltà nel definire con precisione il motivo per cui abbiamo deciso di sottrarci ad alcune regole dell’evoluzione e del buon senso per lanciarci a braccia aperte in questi effimeri momenti di puro edonismo, anche se, a quanto pare, la ragione dietro a queste tendenze sadomasochistiche è fisiologica e psicologica.

Il piccante ad esempio crea dipendenza

Funziona così: quando il cervello registra messaggi di dolore, risponde rilasciando le endorfine, i nostri antidolorifici naturali.

Le endorfine stimolano gli stessi recettori toccati dagli oppiacei. Agiscono come analgesici e sedativi, diminuendo la percezione del dolore e facendoci sentire, in cambio, euforici.

“Le endorfine entrano in azione bloccando la sensazione di calore. Il corpo le produce in risposta, appunto, al calore, che percepisce come fonte di dolore,” spiega Paul Bosland, co-fondatore e direttore del Chile Pepper Institute della New Mexico State University.

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Ci sono sfumature di grigio fra il piacere e il dolore


Abbiamo dato per scontato a lungo che dolore e piacere fossero agli antipodi in tutto, anche nel cervello (e che fossero originari quindi di due parti diverse del sistema nervoso). Tuttavia, secondo recenti studi, dolore e piacere hanno in realtà molto in comune, e potrebbero essere visti come una sorta di continuum di sensazioni.

“I neuroni che rispondono al dolore e al piacere, in diverse strutture cerebrali, sono vicini, e formano gradienti da positivo a negativo,” rivela John McQuaid, autore di T asty: The Art and Science of What We Eat. Le sensazioni intrise di dolore che i peperoncini o il wasabi ci regalano, quindi, fanno sì che il nostro cervello rilasci dosi extra di dopamina, e che il sistema di ricompensa del cervello risulti ampiamente stimolato. In pratica, in veste di “punto G del cervello,” queste zone determinano tutte quelle sensazioni di piacere, motivazione e desiderio che giocano un grosso ruolo nelle dipendenze.

E se prima nella lista delle stimolazioni di queste zone erano incluse solo attività come mangiare cioccolato, baciare, drogarsi, oziare su Facebook (soprattutto questa), giocare d’azzardo, ascoltare musica, ammirare l’arte e compiere gesti d’altruismo, ora anche il provare dolore è riuscito a ottenere (scientificamente), il proprio posto. Il modo in cui opera esattamente nel nostro corpo, tuttavia, è ancora avvolto dal mistero.
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Ci piace essere masochisti

Noi esseri umani siamo dei maestri nell’arte dell’alchimia. Abbiamo faticato molto per riuscire a trasformare un’esperienza spiacevole in una divertente ed eccitante, e non parliamo solo di addentare peperoncini.

Secondo il Dr Rozin, psicologo culturale, attorno alla sofferenza e allo stress si annidano fremiti d’eccitazione. A tal proposito, nel Journal of Motivation and Emotion, sostiene che “le persone imparano ad apprezzare il senso di paura misto a eccitazione scaturito, ad esempio, da un giro sulle montagne russe, da un lancio col paracadute o dai film horror. Amano piangere al cinema e provano piacere da un bagno bollente, nonostante all’inizio l’acqua bruci, così come da un getto d’acqua ghiacciata, sebbene all’inizio crei uno choc.”

Ecco, lui definisce tutto questo come “masochismo benigno,” perché non rappresenta una reale e pericolosa minaccia.
Se tutto questo ti suona bene ma, comunque sia, fatichi ancora a mangiare ingredienti particolarmente piccanti, sappi che puoi allenarti fino ad apprezzarli.

Gli effetti chimici nati dall’assunzione del wasabi o dei peperoncini sono gli stessi per tutte le persone, l’unica differenza è il risultato, che a sua volta è dato da fattori esterni. Inizia dal basso, dal primo gradino della scala di Scoville, magari da un toast all’avocado appena spolverato con della cayenna.

Senza nemmeno rendertene conto, arriverai in breve tempo a sgranocchiare un peperoncino Scorpione di Trinidad mentre stai facendo sesso su di una montagna russa, o a ingerire polvere di wasabi tra un film horror e l’altro, ovviamente mentre ti stai godendo un bagno bollente.


Quest’articolo è inizialmente apparso su MUNCHIES US