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Sirens di Nicolas Jaar è il disco più politico dell'anno ma non ce ne siamo accorti

Con Sirens, Jaar ci ha comunicato la sua personale visione di musica-come-politica, mutuata dall'esperienza del padre e dalla sua eredità Cilena. Ma che cosa ci insegna un suo concerto su questo e su noi stessi?

di Elia Alovisi
28 novembre 2016, 9:01am

La copertina di Sirens di Nicolas Jaar, che potete vedere qua sopra, non è davvero la copertina di Sirens di Nicolas Jaar. Quella vera è grigia, leggermente lucida e viene via se la grattate con una moneta. Sotto a quello strato c'è l'immagine di Times Square, il cuore pulsante di New York City. Al centro, punctum dell'immagine, un cartellone luminoso. Il contorno degli Stati Uniti e in sovrimpressione, a caratteri cubitali, la scritta "THIS IS NOT AMERICA." Insomma, un messaggio non proprio adatto a essere esposto in uno dei luoghi più americani mai creati. Il che è esattamente il punto che l'autore di quel cartellone voleva fare. 

Quell'immagine è una fotografia di "A Logo for America", un'opera del padre di Jaar, Alfredo, installata nel 1987. La famiglia Jaar è infatti cilena, anche se Nico è nato proprio a NYC, nel 1990. I suoi erano scappati dalla loro nazione qualche anno prima, appena dopo il golpe contro Allende. L'idea dietro a quel cartellone era semplice: sottolineare la scomparsa semantica della parte Latina del continente americano, denunciare il supposto rapporto di uguaglianza tra le parole "America" e "Stati Uniti." Il "THIS IS NOT AMERICA" era solo una delle fasi dell'installazione, che proseguiva con un'immagine delle iconiche stelle e strisce con un bel "THIS IS NOT AMERICA'S FLAG" sopra; la parola "AMERICA" iniziava poi a lampeggiare e ingrandirsi sempre di più, e la sua "R" si trasformava poi in una stilizzazione dell'intero continente americano, dall'Alaska alla Terra del Fuoco.

Con una copertina come quella, Nico ha immediatamente inserito il suo nuovo LP in una conversazione sull'identità nazionale americana nel momento più adatto per farlo: una sorta di denuncia delle tendenze isolazioniste à la Trump qualche mese prima della loro definitiva realizzazione. "L'America agli americani!", dicono gli Stati Uniti di oggi. "L'America non è quella che credete sia," diceva Alfredo Jaar nell'87 e ribadisce Nico oggi. Ma come ci è arrivato, a questo punto?

Nicolas è, a tutti gli effetti, un enfant prodige. Pubblica il suo primo EP, The Student, nel 2010. Allora ha solo vent'anni ed è, appunto, uno studente di letterature comparate. Anche se la sua tavolozza sonora non è ancora così variegata come quella attuale, gli elementi-chiave del suo suono ci sono tutti: un beat incerto che fa click-clack e resta quasi volontariamente in sordina mentre altri mille minuscoli suoni fanno capolino dalle retrovie; note di synth che, prese di per sé, potremmo definire tranquillamente "ambient"; pianoforti distanti, sassofoni gracchianti, arpeggi storti; un modo di strutturare i pezzi che va contro la norma, con un rifiuto per i crescendo e le esplosioni a tutti i costi in favore di un eclettismo di forma. E poi, dosate il giusto, effettive (ed efficaci, non c'è che dire) accelerazioni da dancefloor. 

Nel giro di un anno Jaar è ufficialmente "un DJ che tira." Pubblica un primo grande LP di elettronica-che-elettronica-non-era, Space Is Only Noise; va tranquillamente a fare le sue Boiler Room, i suoi set di fronte a folle oceaniche di festival, i suoi concerti in grandi club. Per un periodo, si mette da parte: fonda un'etichetta, Other People, e inizia a suonare assieme al chitarrista Dave Harrington a nome Darkside. Poi, ecco arrivare Nymphs e Pomegranates━quelli che, nel suo giro di interviste più recente, ha descritto come progetti "profondamente personali" e "insulari." Il primo, una serie di tre EP che univa al meglio tendenze danzerecce e un approccio artigianale alla costruzione di paesaggi sonori; il secondo, una colonna sonora immaginata a Il colore del melograno di Sergei Parajanov, un film sovietico del 1968 che definire "onirico" è riduttivo. 

Sebbene Pomegranates sia una collezione di pezzi dichiaratamente intima e personale, cosa messa bene in chiaro dalla sua scarsa accessibilità sonora, la bellezza dell'interpretazione ci permette di costruirci sopra una mini-narrazione contenente il seme di Sirens. Il film, narrazione della vita del cantastorie armeno Sayat-Nova (nel senso di scrittore-col-violino-che-andava-in-giro-alla-fine-del-Settecento), può essere interpretata come una metafora della resistenza del popolo armeno di fronte alle oppressioni e alle persecuzioni che hanno storicamente dovuto subire━su tutti, il genocidio da parte dell'impero Ottomano tra il 1915 e il 1923. In una scena, un melograno tagliato a metà perde il suo liquido rosso su un pezzo di tessuto, e il colore prende la forma dei confini dell'antico regno d'Armenia.

D'altronde, con un padre impegnato come Alfredo, era impossibile che Nicolas non introducesse un elemento politico nella sua arte. L'opera di Jaar-padre è infatti inscindibile dalle sue considerazioni e prese di posizione socio-politiche. Persino il suo sito ufficiale lo mette in chiaro, usando come epigrafe una citazione del poeta William Carlos Williams: "È difficile che dalle poesie vengano diffuse notizie, ma nonostante questo ogni giorno uomini muoiono miseramente per una mancanza di ciò che proprio lì si trova." Come racconta in quest'intervista a Repubblica, Alfredo ha vissuto nel Cile di Allende e ha visto con i suoi occhi il golpe di Pinochet: "Per fare arte ho dovuto subito imparare a parlare poeticamente tra le righe, a parlare senza parlare. Era l'arte della resistenza. Io avevo a che fare con la censura. Per me l'arte è stata politica sin dal primo momento."

Sirens è il primo album dichiaratamente e smaccatamente politico di Jaar-figlio. C'erano state delle strizzate d'occhio, in passato: su tutti quel grande EP che fu Marks / Angles, che potete tranquillamente leggere come "Marx / Engels". C'è poi l'uso dello spagnolo, che finora, era stato per Nico un espediente per latineggiare il suo suono (in modo riuscitissimo, come testimonia il successo di "Mi Mujer"). Su Sirens, lo spagnolo è un segno di appartenenza e un espediente che Nico usa per affermare definitivamente la sua musica come atto artistico impegnato. Un pezzo come "No", preso fuori contesto, è un'efficace mischione di ricerca sonora e reggaeton, con una linea vocale quieta e avvolgente. La sua storia è, in realtà, molto più complessa.

In un'intervista a Pitchfork, Jaar ha spiegato che le origini di "No" stanno in un suo recente viaggio in Cile in cui è andato a visitare il Museo della Memoria e dei Diritti Umani di Santiago, che ripercorre la dittatura di Pinochet e i suoi crimini. "Avevo pensato un sacco a quella roba, dato che era il motivo per cui i miei genitori sono fuggiti a New York", ha dichiarato. "Conoscevo la storia, avevo visto dei film e letto qualcosa, avevo parlato con la mia famiglia. Ma dopo quella visita al museo ho iniziato ad aggiungere alla mia visione dettagli fisici e visivi." Il "no" è quello che vinse al referendum che, nel 1988, mise fine alla dittatura rispondendo alla domanda, "Volete che Pinochet resti al potere per altri otto anni?" Sebbene sia una canzone gioiosa, "No" ha anche un enorme groppo in gola: "Diciamo no ma il sì è in ogni cosa," dice il testo e ribadisce la copertina, e "Nulla cambia, da queste parti," e "Non c'è bisogno di guardare nel futuro per capire quello che sta per succedere." 

"History Lesson," il brano che chiude l'album, è ancora più esplicito nel suo messaggio: ha un testo composto da sei frasi, considerate immaginari "capitoli" di una lezione di storia. "Abbiamo fatto una cazzata. L'abbiamo fatta ancora, e ancora, e ancora, e ancora. Non ci siamo scusati. Non abbiamo riconosciuto le nostre colpe. Abbiamo mentito. Siamo finiti." Le ultime parole, una rivendicazione di potenza e capacità d'azione: "Ma baby, non sei tu a poterlo decidere?" Sotto, una costruzione musicale che potrebbe essere stata composta da una band revivalista della psichedelia anni Sessanta, tutta coretti e caldi colpi di basso.

Non credo che la maggior parte di quelli che sono andati a vedere dal vivo Jaar all'Alcatraz sapessero del sottotesto che anima Sirens. Questo perché, mediamente, non tutti leggiamo le riviste, o le interviste in inglese, o le recensioni. Semplicemente, veniamo a sapere della sua musica, ci prendiamo bene e diamo dei soldi a un organizzatore di concerti per poter fare serata ascoltando qualcosa che ci lascia dentro una sorta di vibrazione. Sebbene Jaar sappia che c'è gente lì per ballare, e dimostra la cosa introducendo pian piano quell'elemento nel suo concerto, si vuole tenere spazio per farsi i sonori cazzi suoi: prima che un beat a tutti gli effetti si palesi a far prendere bene la gente passano almeno dieci minuti di drone, ambient e sperimentalismo. Dieci minuti splendidi, con "Killing Time" in mezzo, che comunque fanno scattare degli immancabili "Daje Nicolaaaas" e "facce ballà!" 

"Nicolas ce fa ballà, ragazzi, non preoccupatevi," dovremmo rassicurarci a vicenda. Perché è un elemento inscindibile dalla sua arte, sia essa latineggiante o rumorosa, informe o inquadrata. Quando partono "No," "Three Sides of Nazareth" o "Space Is Only Noise If You Can See", effettivamente, tutti sembrano essere contenti di essere lì. È strano, perché da un lato i concerti sono esperienze potenzialmente molto personali━chiudi gli occhi, ti muovi o non ti muovi, colleghi i suoni che ti entrano nelle orecchie a quello che ti pare━e dall'altro è inevitabile un confronto con le persone che ti circondano, siano esse gli amici venuti con te o la massa informe di teste che hai di fronte. Essere di fronte a un palco è un modo per esprimere la propria personalità tanto quanto lo è esserci sopra; ma è anche far parte di una collettività, assemblata a volte alla cazzo e a volte con precisione certosina. Guardare un concerto può essere sia una discussione interna tra il proprio essere e quello degli altri come una volontaria e collettiva concessione della propria interiorità a un artista.

Quando Nicolas Jaar si chiede se l'elettronica può essere politica, in realtà si auto-risponde con la sua stessa musica. Ma perché il messaggio arrivi veramente a un destinatario serve qualcosa di più, qualcosa di raro, che esiste solo a tratti: un pubblico attento, capace di analisi critica, volenteroso di approfondire e condividere un set di valori, o almeno di cercare di trovarne uno assieme che metta d'accordo il più persone possibile. Ma non viviamo in questo mondo. Abitiamo un internet frammentario fatto di bolle che ci informano solo di quello che vogliamo noi, mettiamo "partecipa" agli eventi perché lo mettono tutti gli altri, arriviamo al locale tardi e ce ne andiamo prima perché abbiamo una serata dall'altra parte della città, non sappiamo l'inglese, men che meno lo spagnolo. Facciamo fatica a comprendere messaggi nella nostra lingua, immaginiamoci in altre che non sono le nostre.

Ma non per questo vedere Jaar dal vivo non ci dà un sentimento di bellezza, liberazione, gioventù: come un ipotetico membro di una tribù dell'Amazzonia messo di fronte a un dipinto può comunque restarne affascinato, così chiunque può lasciarsi passare dentro una canzone o un concerto e rielaborarlo come gli pare e piace. Ad ulteriori livelli di analisi si arriverà poi, forse. Nelle parole di Alfredo Jaar, "L'arte cambia il mondo, ma lo cambia una persona alla volta: coloro che si sentono toccati dall'opera cambiano, perché entrano in contatto con un modo nuovo di pensare. Noi seminiamo, e la pianta cresce poco a poco." 

L'importante, quindi, è grattare via il grigio che le dittature, i retrogradi e i fascisti vogliono imporre al mondo, anche involontariamente. E trovarci sotto, con un'umile monetina, una serie di suoni e colori che ci faccia provare qualcosa. 

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