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Prima della Milano del Fuorisalone c’era la Milano di Parco Lambro

Dai movimenti giovanili alle ripercussioni della Guerra Fredda, le foto di Dino Fracchia sono un'enciclopedia di 40 anni di storia. L'abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione dei suoi scatti dal Festival di Re Nudo al Parco Lambro.

di Valerio Mattioli
16 aprile 2015, 11:16am

Foto tratte da Continuous Days per gentile concessione di Dino Fracchia (tranne ove diversamente specificato).

All'inizio degli anni Settanta, Dino Fracchia era un giovane disoccupato milanese che si era appena avvicinato alla fotografia. Dopo un periodo di apprendistato all'Unità, cominciò piuttosto naturalmente a documentare la tipica realtà italiana di quegli anni: contestazione, scontri di piazza, movimenti giovanili, scioperi, eccetera.

Tra i tanti eventi ritratti da Fracchia, c'è anche uno dei grandi snodi della controcultura italiana: l'epopea sommersa dei Festival del Proletariato Giovanile organizzati da Re Nudo, la principale rivista underground di quegli anni. Erano festival che radunavano i grandi nomi del rock italiano del periodo, da Franco Battiato a Claudio Rocchi passando per gli Area e i gruppi dell'italoprog, ma che oltre alla musica ospitavano una variopinta geografia umana composta da freak, militanti underground, cani sciolti, femministe, gruppettari appartenenti a organizzazioni come Lotta Continua e Potere Operaio.

Il primo Festival del proletario giovanile si svolse a Ballabio, nei pressi di Lecco, nel 1971. Le ultime tre edizioni, quelle che vanno dal 1974 al 1976, si tennero invece al Parco Lambro di Milano, e di anno in anno si fecero sempre più grosse e partecipate.

A essere rimasta nella storia fu in particolar modo l'edizione del 1976, anche se non per i motivi che uno si aspetterebbe: molto banalmente, da pacifico campeggio hippie dove ascoltare rock e farsi qualche trip, Parco Lambro 76 si trasformò in una grottesca sequenza di gironi tossico-infernali in cui a essere rigurgitati furono tutti i malumori, gli scazzi, la noia, la rabbia, l'ironia ma anche le velleità di una generazione oramai dimentica delle parole d'ordine del dopo '68, e pronta a intonare quel gigantesco VAFFANCULO che di lì a qualche mese sarebbe stato il Movimento del '77, variante italica del "No Future" d'Oltremanica. Fu veramente un'edizione storta, il più delle volte ricordata da chi c'era con uno strano misto di nausea e simpatia, dolore ma anche tanto affetto.

Il regista Alberto Grifi a quell'edizione dedicò uno splendido e ben conosciuto film, ma a documentare Parco Lambro 76 c'era anche Dino Fracchia, la cui carriera sarebbe poi proseguita sempre nel solco della fotografia cosiddetta "sociale": dai movimenti contro il nucleare degli anni Ottanta alle ripercussioni della Guerra Fredda in giro per il mondo, il suo portfolio è praticamente un'enciclopedia per immagini di 40 anni di storia, sia italiana che non. Detto per inciso, a Fracchia dobbiamo tra l'altro una delle istantanee più classiche dei cosiddetti "anni di piombo".

Recentemente comunque, Fracchia ha riesumato le foto da lui scattate alle ultime due edizioni di Parco Lambro per una mostra appena conclusasi alla galleria romana Colli, e un libro pubblicato da a+mbookstore. Mostra e libro si chiamano Continuous Days, e già che c'ero ho sentito Dino per farmi raccontare un po' di cose su quegli anni.

La copertina del libro. Immagine per gentile concessione di Giulia Di Lenarda.

VICE: Quando hai scattato le foto di Continuous Days era tanto che seguivi i movimenti politici e giovanili di quegli anni?
Dino Fracchia: Be', abitando a Milano e facendo il fotografo, era impossibile non seguirli: si trattava, molto banalmente, della realtà quotidiana. Erano anni in cui sotto casa mia c'era una manifestazione un giorno sì e l'altro pure, quindi interessarmi al movimentismo giovanile non fu nemmeno una scelta cosciente: fu anzi una cosa abbastanza ovvia, naturale, direi addirittura scontata.

Che differenza c'era tra il mondo che popolava le feste del proletariato giovanile e quello più legato al "gruppettismo", e cioè alle formazioni extraparlamentari tipo Lotta Continua e Potere Operaio?
Diciamo che le prime feste del proletariato giovanile avevano un imprinting molto legato alla controcultura, all'underground, alla filosofia hippie americana; insomma, le solite parole d'ordine: fantasia al potere, sesso droga & rockʼnʼroll... Le formazioni extraparlamentari intervennero solo in un secondo momento, quando Lotta Continua cominciò più o meno a prendere in mano la gestione delle feste al Parco Lambro.

L'ultima edizione, quella del 1976, è rimasta famigerata...
Sì perché dal pace & amore dei primi anni si era passati a slogan più bellicosi tipo "Vogliamo tutto e subito" e "musica gratis": sai, era il periodo delle autoriduzioni... A quell'edizione di Parco Lambro ci fu anche il famoso assalto al camioncino dei polli, no?

Era appunto un episodio di cui volevo chiederti.
Qualcuno—non io—l'ha descritto come "il momento in cui il movimento ha perso l'innocenza." In realtà c'è poco da raccontare: arrivò un camion che portava i viveri per i banchetti del festival e una parte del pubblico lo assaltò per saccheggiarlo. A quel punto gli autoriduttori cominciarono a distribuire panini e bevande a chiunque, compresi dei polli che praticamente erano ancora mezzi surgelati. Il classico esproprio proletario.

C'erano anche tensioni per la presenza di spacciatori, il servizio d'ordine organizzò queste famose ronde contro i tossici.
Io a dire il vero non ricordo episodi di violenza nei confronti dei tossicodipendenti, ma senz'altro c'era una forte attenzione a che nel festival non penetrasse eroina o droga pesante di alcun tipo. Per quanto riguarda fumo ed erba, quelli invece ce n'erano in abbondanza, anzi era proprio ordinaria amministrazione.

E le contestazioni di femministe e omosessuali?
Anche lì, a un certo punto i diversi gruppi, o meglio le diverse anime che popolavano il movimento, cominciarono a pretendere il loro spazio. La musica e l'esibizione dei gruppi rock furono completamente messi da parte, e il palco divenne un palcoscenico su cui chiunque poteva salire e dire la sua. Ovviamente, alcuni dicevano cose molto intelligenti e giuste, altri magari salivano solo per fare un po' di casino e basta.

Stando lì, tu lo percepisti lo "strappo" che Parco Lambro 76 significò per il movimento italiano? Nel senso: fu subito chiaro che quel festival era la fine di un'era?
Guarda, stare in mezzo alle cose è la maniera migliore per non capirle a dovere. Che quello strappo ci fu è incontestabile, ma secondo me divenne chiaro solo col tempo.

Tu come te lo spieghi?
Non lo so, di sicuro c'entra molto l'anomalia italiana di quegli anni, il fatto che tutto era molto politicizzato, radicale, estremista... A pensarci bene mi chiedo come mai lo strappo non si sia verificato prima. Per dirti, i primi festival del proletariato giovanile furono assai tranquilli e piacevoli...

Tu l'hai visto il film che Alberto Grifi girò su Parco Lambro 76? Una volta, parlando con Patrizio Fariselli degli Area, mi disse che quel film non gli piaceva perché esasperava gli aspetti più negativi del festival, che per altri versi fu comunque una festa...
Ma io in effetti, a parte episodi come l'assalto al camioncino dei polli, tanta violenza non me la ricordo. Certo, molti di quei ragazzi erano gli stessi che di lì a pochi mesi avrebbero impugnato le P38: in un certo senso, Parco Lambro 76 fu un'anticipazione di quello che a Roma e Bologna sarebbe stato il Movimento del '77.

A proposito di P38: tu sei l'autore di una delle foto più iconiche di quegli anni...
Purtroppo sì.

Perché dici purtroppo?
Perché è una foto che da allora mi perseguita. Insomma, io faccio il fotografo da 40 anni, e come puoi immaginare di foto ne ho scattate parecchie. Però vengo tuttora identificato con quella foto lì, su quello scatto ci hanno fatto i libri, i programmi TV...

Be', dopotutto si tratta di una foto rimasta nell'immaginario condiviso, nella memoria collettiva degli italiani. Quello che volevo chiederti è: se prendi questo scatto e lo paragoni alle foto di Parco Lambro, che relazione vedi? Perché da una parte hai questi tipi che impugnano un pistola in strada, ed è una scena molto metropolitana, da guerriglia urbana; mentre dall'altra hai i ragazzi che fanno i girotondi all'aria aperta, che stanno sdraiati seminudi sull'erba, e insomma è difficile non avvertire una specie di passaggio, di cambio di scena...
Non saprei. Innanzitutto lasciami dire che la foto che scattai a via De Amicis a Milano, quella dei tipi con la pistola, fu come puoi ben immaginare un momento pesantissimo. Poi sì, tra Parco Lambro e le P38 in piazza, come ti dicevo prima c'è una contiguità storica: sono due momenti diversi che avvengono l'uno subito dopo l'altro.

Ma tieni anche presente che io all'epoca ero un fotografo giovane e pure abbastanza confuso: mi identificavo nel Movimento e facevo comunque parte di quel mondo lì, di quella generazione lì, però non riuscivo a capire quale fosse l'esatta differenza tra i vari gruppi extraparlamentari e perché gli appartenenti ai vari gruppi si dovessero scannare a vicenda. A dirla tutta la cosa mi faceva sentire anche un pizzico stupido!

C'è un'altra foto che hai scattato a Parco Lambro ma che risale a oltre dieci anni dopo (è il 1988), in cui si vedono due giovani che si bucano, e anche questa ha quasi un retrogusto metaforico: sai, del genere "prima a Parco Lambro c'erano le feste di movimento, e guarda adesso che è rimasto."
Sì, può dare quel tipo di suggestione lì, è vero. Anche se, capiamoci: non credo ci sia alcun tipo di collegamento con quanto si svolse a Parco Lambro negli anni Settanta. Molto banalmente, negli anni Ottanta Parco Lambro divenne uno dei peggiori luoghi di spaccio a Milano.

Adesso a che progetto stai lavorando?
Nulla in particolare: sai, dopo 40 anni uno comincia anche a sentirsi un po' stanchino. Di sicuro, visto che me l'hanno comunque piazzata in casa, seguirò questa benedetta Expo. Nonché i movimenti che all'Expo si oppongono, ovviamente: il miei interessi sono sempre lì.

Già che parliamo di Expo: citavi prima il Parco Lambro degli anni Ottanta, coi tossici e gli spacciatori. Ma la Milano degli anni Ottanta è stata anche la Milano da bere, del craxismo, dell'edonismo all'italiana, della dolce vita sui Navigli... È un tipo di retorica che di questi tempi mi sembra stia riemergendo, sia per via dell'Expo che per un più generico contesto politico-culturale: mi chiedo, è un'impressione mia o c'è del vero?
Guarda, ti rispondo in maniera molto semplice: prima a Milano avevamo Parco Lambro; adesso c'abbiamo il Fuorisalone della Fiera del Mobile. Se proprio cercavi la metafora...

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