Il festival del bottiglione

Siamo stati a Bologna per il raduno italiano dei fricchettoni, anche conosciuto come Strummer Live Festival.

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10 luglio 2013, 1:10pm


Foto di Roberto Seclì.

Dal tre al cinque luglio a Bologna si è tenuto il raduno italiano dei fricchettoni lo Strummer Live Festival, un evento di tre giorni nel 2013 con una line up perfetta per il G8 di Genova del 2001.

Incolpate X-Factor, Spotify, gli sgomberi, la SIAE, le dancehall, Paul Kalkbrenner e i voli Ryanair Orio al Serio-Panorama bar, l’eccesso di burocrazia per la musica live, la crisi dell’efficacia pedagogica del flauto dolce nella scuola dell’obbligo, sta di fatto che la musica kefia-compatibile del presente è identica a quella di dieci anni fa.

Il programma prevede Manu Chao, Goran Bregovich, la Banda Bassotti, Tonino Carotone, i Modena City Ramblers, gli Africa Unite.  L’unico artista che non era già famoso nell’era di Seattle è Alborosie, ma solo perché al tempo era ancora bianco. A quanto pare siamo una nazione gerontocratica anche quando si tratta di strimpellare la chitarra e parlare di un mondo migliore, il che è ok solo se pensi che il presente potrebbe essere Vasco Brondi.

Non venivo all’arena parco nord dal Upper Park Festival, il flop che aveva preluso all’antologico annullamento del concerto di Snoop che gli “organizzatori” cancellarono perché a fronte di 9.000 conferme su Facebook avevano venduto solo 2.000 biglietti. Professionisti.

Quando arriviamo però è chiaro che qui c’è tutto un altro clima. Gente ce n’è e infatti veniamo accolti da bagarini napoletani che vendono biglietti effettivamente funzionanti a un prezzo più basso di quello ufficiale. Come gli riesca la magia è uno dei grandi misteri della napoletanità.

Per qualche ragione sono campani anche quasi tutti quelli che ti vendono una Beck's con la stessa finta ansia da pacco con cui venderebbero a un americano un pezzo di corteccia al posto del fumo in un vicolo dei quartieri spagnoli. Alla fine però quando stappi la bottiglia dentro c’è effettivamente birra quindi o è forza dell’abitudine, oppure dentro sono riusciti a metterci della Wührer e risigillare il tutto. Sto ancora aspettando le analisi organolettiche dal laboratorio.

Alcuni venditori di birre regalano anche impagabili lezioni di stile:

I gruppi che si esibiscono sono gli stessi dell’epoca del social forum, ma siccome abbiamo perso e ci hanno massacrato di botte talmente tanto che adesso nei giorni di pioggia riusciamo a vedere in Civati una speranza, quasi nessuno qui esibisce slogan o contenuti politici. Il vero collante sociale della situazione, il sole dell’avvenire, sono i bottiglioni, la più grande invenzione che la Spagna abbia dato al mondo dopo le donne con i baffi:

La versione più gettonata sono i classici vodka/gin tonic/lemon.

Poi ci sono quelli veramente hardcore, che non temono i rischi delle temperature e hanno bottiglioni di birra.


“Ma che davvero è birra?” “Sì ma è calda.” “Ah, ok.”

Oppure vino:

I miei vincitori personali della sfida del bottiglione sono indubbiamente loro due con vodka, pompelmo e Sant’Anna.


Tizio coi riccioli: il segreto è la bottiglia di Sant’Anna, è lei che regala l’impagabile gusto barricato.

Logico quindi che il clima pre evento su Facebook fosse questo:

La risposta è sì, dentro si possono portare i bottiglioni a patto di toglierli il tappo, perché nessuno qua vuole che andiate a casa sobri se avete nello zaino ancora dell’alcol.

Carabiniere: non lo so, è leggerino non hai dell’altro rum? Rasta “Oh zio altro rum? Voce fuori campo: “No, l’ho dato al cane frà” Cane “Bau bau bau trad. ma cos’è? rum del discount? Non ti rendi conto  che è il tuo corpo quello che danneggi?
 
 

Dentro, a parte qualche illuminata eccezione con chiarissime idee politico-musicali,

e splendidi istruttori di fitness

l’età media è molto bassa tanto che io, il fotografo e un amico che ci accompagna con i nostri trent’anni rischiamo perennemente di essere presi per sbirri in borghese. Non bastano alla mimetizzazione i tremendi pantaloni modello “Aelle” che per l’occasione ho tirato fuori da un vortice spazio temporale, come chiamo l’armadio dove tengo i cd di Dj Gruff.

È giusto anche dire che in questa moltitudine si annida una quantità smodata di belle ragazze. Una situazione interessante, a patto di sapere che cosa piace alle donne da queste parti:

Insomma lasciate ogni speranza se non siete carichi di savoir faire e polsini etiopi come lui

o lui.

La Banda Bassotti finisce il suo show intonando “Bella ciao” e arriva il momento dei Modena City Ramblers con le loro canzoni scritte con il generatore automatico di argomenti impegnati.  

Nell’ordine fanno un pezzo dedicato a dei giornalisti rapiti in Siria, un pezzo su Federico Aldrovandi “La luna di Ferrara veglia la città”, uno sui matrimoni misti, uno su Peppino Impastato e uno con inserto raggamuffin. Quella sugli F35 la staranno scrivendo in questi giorni e a breve qualche tipa con la fascia sui capelli la userà come introduzione per le catene di Sant’Antonio su Facebook.  

La gente comunque reagisce secondo la perfetta equazione Modena City Ramblers, ovvero:

Generica tragedia della contemporaneità + musica irlandese immotivatamente allegra = ballare scalzi o battere le mani felici per le disgrazie altrui.

In Palestina si sta di merda! La la la la!

C’è da chiedersi come mai il Combat Folk non abbia cambiato il mondo.

Dopo dieci minuti di questa merda capiamo che è preferibile fare la più lunga fila del mondo al lime bar.

Ma il Mojito dura 1/74 del tempo che c’è voluto per acquistarlo e Manu Chao sta per cominciare. Questo è il momento in cui provvidenzialmente il tuo amico stimato professionista nel business immobiliare bolognese si ricorda—al contrario di te brutta testa di cazzo che hai lasciato nel frigo di casa una bottiglia di Zubrowka—che anche noi un tempo siamo stati più o meno dei fricchettoni e a sorpresa tira fuori dalla tasca una bottiglietta da mezzo litro di Chivas Regal. Questa:


Il mio stimato amico.

Bere del Chivas caldo è l’unico vero atto contronatura rimasto in tempi di relativismo etico. Ovviamo al suo sapore di culo di vecchio usando il sapiente trucco delle frequentatrici di cene eleganti: spegnere delle sigarette sulla lingua. Dopodiché come per magia diventa tutto più saporito. Oltre che efficiente!

Sul palco ora c’è Manu Chao.

L’avevo visto nel 2001 nel tour da cui poi fu tratto l’album Radio bemba e benché non fosse nemmeno allora uno dei miei artisti preferiti rimasi impressionato dalla qualità dello spettacolo. Sul palco c’era una squadra di calcio di musicisti e pure un tizio situazionista che usciva a fare delle flessioni. Il genere di cazzata senza senso che mi rende felice. Insomma uno show della madonna.

Be', dimenticatevelo. Lo spettacolo di quest’anno è una pallida imitazione. I musicisti sono la metà e coinvolgono un quarto. Non che…

(Intervallo della disamina tecnica)

(fine intervallo della disamina tecnica)

…se ne siano accorti in molti, d’altro canto sono quasi tutti troppo giovani per ricordarsi quel tour. Questo permette che in alcuni momenti si raggiunga un livello di hype simile al party-più-brutto-di-tutti-i-tempi a cui ero finito al Salone del Mobile.

L’entusiasmo alle stelle è secondo solo all’ignoranza delle più basilari regole di sicurezza. Il mio ingobbirmi, cingere le mani dietro la schiena e scuotere platealmente la testa brontolando come un vecchio del quartiere Cirenaica però non serve a risolve la situazione.

A un certo punto io e il mio amico del Chivas raggiungiamo le prime file mentre il fotografo saggiamente declina con un professionale “col cazzo”.

Là davanti c’è una specie di pogo frocio fra fuoricorso molisani, pugliesi, calabresi e veneti dal quale non è possibile uscire senza venire ricoperti da sudore che sa di pasta al pesto alle 4 di mattina e senso di colpa per esami non dati.

Fortunatamente la mezza band di Manu Chao fa il minimo sindacale e la musica finisce come da accordi attorno a mezzanotte. Non tutti però se ne accorgono e qualcuno continua a ballare canzoni che esistono solo nella sua testa


Uomo con la barba: “Chissà come sarà da vestita.”

In finale con questo festival amarcord il nostro si conferma una volta di più il cimitero degli artisti finiti, il luogo dove i cantanti o i dj che hanno avuto  l’apice della carriera almeno dieci anni fa vengono a spiaggiare per ovviare alla falle dei sistemi pensionistici dei loro Paesi di origine.  

Non che alcuni promoter italiani non abbiano provato a cambiare la situazione negli ultimi anni ma complice la crisi, l’analfabetismo musicale e soprattutto dei media di massa totalmente impermeabili a tutto quello che non sia l’ultimo stronzo che ha vinto un reality di merda, si sono presi spesso gran tranvate nei denti. È come se qualcuno avesse bloccato i gusti musicali “alternativi” degli italiani al 2000, per cui se siete fricchettoni ascoltate Manu Chao o gli Asian Dub Foundation, se seguite la dnb affollerete le serate di Aphrodite o Dj Hype, nella techno Ellen Allien e Richie Hawtin, nel reggae Rodigan, i Sud o Alborosie, o se siete giovani del Pd in cerca di emozioni forti Caparezza.

Fine, sostanzialmente.

Il resto esiste solo nelle nicchie e i promoter dello Strummer hanno fatto l’unica scelta attualmente possibile per fare i numeri necessari a riempire il Parco Nord.

Triste da dire, ma nel bene e nel male il mondo va avanti e noi rimaniamo ancorati a un’epoca che non esiste più, a quando cioè eravamo per il rotto della cuffia ancora un paese occidentale e c’era stato un po’ di fermento culturale prontamente represso.

Oltre alle nostre problematiche specificatamente nazionali è l’effetto della famosa “coda lunga”. Significa che sulla vostra bachechina Facebook mettete il pezzo più fico di un duo di dj norvegesi che si cibano solo di capre arrostite con la drum rack di Ableton ma poi se volete andare a un festival da diecimila e rotte persone vi tocca mischiare la vodka e il pompelmo e andare a vedere Manu chao.

Mi consola però sapere che a lui, di tutto questo, probabilmente non gliene frega un cazzo. 

Segui quit su Twitter: @quitthedoner

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