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Little Tony, Big Heart

Non so perché mi chiamino a scrivere i coccodrilli sul pop italiano, non vorrei che molta gente si toccasse i coglioni sentendomi nominare.
5.6.13

Non so perché mi chiamino a scrivere i coccodrilli sul pop italiano, non vorrei che molta gente si toccasse i coglioni sentendomi nominare: fatto sta che c‘è un precedente con Lucio Dalla e purtroppo, poco tempo dopo un mio articolo agiografico sui Pooh, Valerio Negrini è morto. Negli ultimi mesi c’è stata una specie di piccola strage di vecchie glorie della canzone italiana, come Jannacci, Califano: ma in quei casi—sebbene fan di praticamente tutti costoro—ho saltato volutamente l’appuntamento per le troppe parole spese in giro. Nel caso di Little Tony ho deciso di accettare per due motivi: tornavo da una gita ai Castelli—dove egli mosse i primi passi—e anche se non ne vado pazzo in qualche modo è il padre spirituale di tutti gli altri. Soprattutto di ogni rocker italiano che si rispetti: è ora di fare giustizia alla memoria.

Citando Gaber (altro pioniere del rock de noantri): "Italia depressa ma bella d'aspetto, è un bel paesotto che tenta di essere tutto con dentro tanti modelli che mischia, confonde, concilia, riesce a non essere niente, l'Italia." Ed è proprio vero: non c’è memoria storica per un genere che noi abbiamo vissuto non da semplici comprimari ma anche da veri protagonisti.

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Little Tony infatti è uno di quelli che il rock l’ha suonato da pioniere soprattutto fuori dall’Italia e in tempi non sospetti, facendo una gavetta paurosa a base di pane e cipolla. Mentre qui è ricordato principalmente per la colonna sonora di Love Boat (che per carità, fa comunque concorrenza a Barry White nonostante i detrattori), all’estero fanno a cazzotti per accaparrarsi i suoi dischi d’oltreoceano in quanto leggenda del rockabilly. Ma andiamo per ordine.

Antonio Ciacci nasce da famiglia povera nel lontano 1941 a Tivoli, anche se sanmarinese da sette generazioni: eredita la passione per la musica dal padre e dallo zio, e la stessa passione coinvolge anche i suoi due fratelli, con i quali comincia la lunga scalata al successo. Prima facendosi le ossa nei ristoranti dei Castelli Romani, poi passando alle balere e ai teatri d’avanspettacolo, all’epoca vera e propria palestra di vita e di arte a base di applausi quanto di fischi, vaffanculo e lancio di ortaggi. Little Tony and his Brothers macinano quindi serate ispirandosi al r’n’r carbonaro degli USA, riuscendo nel 1958—dopo solo un anno dalla fondazione della band—a trovare un contratto con la Durium e pubblicando diversi singoli, ovviamente cover in inglese di altrettanti successi d’oltreoceano: i riferimenti? Ovviamente Chuck Berry, l’onnipresente Elvis e Little Richard. Lo stesso nome d’arte “Little Tony” deriva dalla passione per il musicista nero.

A questo punto però entra in gioco, come al solito, il caso. Durante le prove per lo show televisivo inglese Oh boy, l’allora popolarissimo cantante italiano Marino Marini già spalla di Jerry Lewis (il padre di Paul Mc Cartney collezionava addirittura i suoi dischi) si espresse in questo modo davanti al produttore Jack Good: "Cliff Richard is very good, until you have heard Little Tony and his Brothers."

Immaginiamo già il produttore inglese pensare “sì vabe’, come no.” Eppure qualcosa alla fine lo convince che nelle parole di Marino c’è del vero e decide di controllare di persona se in Italia si trova la futura gallina dalle uova d’oro del rock. Si reca quindi in Italia e li vede in azione a Milano, al teatro Smeraldo.

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Cazzo, spingono davvero questi: così Jack convince la band a seguirlo in Inghilterra, facendogli firmare un contratto sul colpo. Little Tony e i suoi fratelli si ritrovano quindi proiettati in un mondo da favola: ospiti fissi nel programma televisivo di Good, cioè Boys Meets Girls, dopo solo sei giorni dalla prima apparizione televisiva si trovano con un 45 giri per la Decca inglese, che li porta in hotel su una comoda Limousine. Dopo solo una settimana il limone Little Tony non accenna a spremersi: altro singolo per la Decca con cover di Dee Clarke e Chan Romero. Però evidentemente è necessario cambiare rotta per ottenere dei risultati dirompenti, soprattutto quando in terra straniera si concorre con autori agguerriti di musica originale. Ed ecco allora Good confezionare per Tony un singolo storico, “Too good/little foxy mama” scritto da Doc Pomus e Mort Shuman—gli autori storici di Elvis—inciso a Londra e costruito attorno al fatto che il nostro uomo non sarà un grande autore, ma è un ottimo interprete. È la consacrazione: il singolo arriva al numero 19 delle classifiche inglesi rimanendoci per tre settimane. Sarà il suo unico hit in terra di Albione, ma grazie a questo colpaccio continuerà a vendere bene in Inghilterra anche dopo la successiva svolta italiana. Questa è senza dubbio una delle sue caratteristiche: mettere a segno colpacci e camparci di rendita a vita, cosa che non è da tutti.

Visto l’andazzo, Tony e i suoi fratelli continuano a essere gettonatissimi nei programmi televisivi inglesi, arrivando addirittura alla trasmissione Wham!, storico contenitore inglese da cui prese il nome il famoso combo di George Michael. Leggenda vuole che Tony sia rimasto in Inghilterra per tre anni, altri dicono per 18 mesi. Ad ogni modo il successo oltralpe gli servirà come grimaldello per aprire le casseforti delle hit parade in patria, dove veramente farà soldi a palate. Vediamo come.

Little Tony non ha le capacità compositive di uno come Bobby Solo (altro epigono di Elvis in Italia), è principalmente—come già detto— un efficace interprete. È un rocker, certo: ma sfrutta anche le possibilità melodiche delle rockballad per ibridarle con la tradizione della canzone italiana. Ed ecco appunto che, con la complicità del collega e amico Adriano Celentano, torna in patria cantando con lui la storica “24 mila baci”, piazzandosi secondo al festival di Sanremo del ‘61 e cominciando la demolizione della vecchia guardia italiana del pop: trattasi infatti di uno dei primi esperimenti di rock italiano tout court. Dopo questo exploit il nostro si ritrova a girare una ventina circa di musicarelli, l’equivalente dei video musicali di oggi sebbene in lungometraggio, fra i quali il clamoroso “Urlo contro melodia nel Cantagiro” e “I teddy boys della canzone”. Oramai—quindi—icona di un certo tipo di ribellione al sistema costituito quanto personaggio commerciale: quando allora le due cose potevano coesistere perfettamente senza timore di contraddizione.

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Certo, per arrivare alla vetta ci vorrà il 1962, con “Il ragazzo col ciuffo”, altro pezzo manifesto, ma la strada oramai è indiscesa. Infatti, dopo una serie di singoli preparatori con esiti incerti tra i quali una semifinale al disco per l’estate, arriva “Riderà”. Ed ecco le tasche del nostro riempirsi di denaro sonante, ragazzine impazzite e roba del genere. Riderà non vince il Cantagiro, ma alla fine—come da battuta—riderà bene chi riderà ultimo vendendo milioni di copie. Si tratta di un ballatone allucinante, strappalacrime e autocommiserativo ai limiti dell’autodistruzione, di sicura presa per il pubblico femminile ma anche per quello maschile che in qualche modo vede specchiate le proprie colpe di teddy boy misogino. Insomma, tematica rock anche se si tratta di una cover di un brano francese di Hervé Vilard. Intanto, all’estero, il beat comincia seriamente a far tremare le gambe al mercato: da questo momento in poi anche la carriera di Little Tony subirà uno scossone, per ora ancora arginato. Questo perché l’anno dopo “Cuore matto” sbanca tutto lo sbancabile diventando un evergreen della canzone italiana, usato e suonato in ogni circostanza possibile, dai matrimoni alle pubblicità al cazzo che se lo frega. In qualsiasi salsa questo brano mantiene la sua forza iconica, tanto che Little Tony sarà per sempre identificato con esso. Diciamo una sicura fonte di reddito da pensare già ad andare in pensione: e il pezzo è tra l’altro cofirmato da un tale Totò Savio, che l’underground ricorderà principalmente per essere uno delle menti degli Squallor. Da questo momento le tournée sudamericane e europee si sprecano, non solo per gli emigrati italiani.

Dicevamo, il beat. A questo punto la carriera di Little Tony è a un bivio ma a differenza dei suoi colleghi non ha nessuna intenzione di rinunciare al suo personaggio e punta tutto su questo: nello stesso tempo porta avanti una coerenza verso la sua musica preferita, il rock anni Cinquanta, tale da mettere a repentaglio i successi futuri. In un certo senso fino ad allora schiavo dei discografici, inizia a togliersi molte soddisfazioni: appassionato di macchine sportive (soprattutto Ferrari spider) comincia a collezionarle, probabilmente si dà anche a qualche vizio, e addirittura si emancipa aprendo una sua etichetta personale portando avanti l’autoproduzione nel solco del Clan di Celentano e della Numero Uno di Mogol, la Little records. Segno del fatto che tutto sommato l’innovazione non gli è estranea.

Esempio evidentissimo di questa caratteristica è il suo allearsi coi giovani ribelli della musica italiana, uno dei quali Lucio Battisti, che canta i provini de “La spada nel cuore” scritta da Mogol e dal prestanome Donida (si, quello de ”la compagnia” poi orrendamente storpiata da Vasco), e l’altra l’icona beat mangiapreti Patty Pravo, con cui fa coppia a Sanremo soffiando a Mal la partecipazione. Il quinto posto arriva immediatamente e il successo è enorme. Addirittura si appropria de “La folle corsa”, sempre di Battisti scritta in contemporanea per la Formula 3, e ne fa un singolo. Il piccolo Tony tiene botta, insomma.

Ma da questo momento inizia l’inesorabile declino, o meglio: la scelta. Infatti Little Tony si ritrova circondato dalle nuove tendenze: prima i Beatles la psichedelia il prog e tutta questa storia qui, poi i cantautori di nuova generazione. Nel ‘73 ingaggia addirittura De Gregori per farsi tradurre dall’inglese “Come un anno fa” (non è nuovo a tali collaborazioni, nei Sessanta c’è un precedente con Paoli), ma è evidente che a forza di cambiare rotta il rischio di perdere consensi è alto. I tempi delle cover sono finiti, le nuove leve sono anche ottimi autori delle proprie cose e le cantano pure bene: l’urlatore è oramai un classico e non ci sono più dei Claudio Villa da spodestare. Nel ‘74 l’ultimo guizzo commerciale dei suoi anni Settanta: un brano che arriva semifinalista al disco per l’estate, “Quando c’eri tu”. Una specie di prog lentissimo tutto synth e organo mescolato a mielose melodie alla Panda, un crossover di strizzate d’occhio alle mode del momento.

A questo punto Little Tony preferisce il successo facile delle feste in piazza, dei contesti popolari, della tv per anziani: insomma si butta nell’”oriettabertismo”. Soldi sicuri, pochi rischi, e stigrancazzi. Trasmissioni nostalgiche, riproposte seriali del proprio personaggio manco fosse un quadro di Andy Warhol. La morte di Elvis chiude definitivamente un’era, portando Tony a incidere un album tributo, doveroso, nel 1978.

Parallela a questa proposta, Little Tony continua però a incidere nuova musica, tentando di sperimentare con l’attualità. Mentre altri come Nico Fidenco riescono in qualche modo a farlo in modo sapiente con le sigle dei cartoni e le colonne sonore dei film di serie z, Little Tony ogni tanto spara qua e là qualche cartuccia usando il supporto dei 45 giri. Una per tutti, il singolo del 1982 dal titolo poco rassicurante di “Donna da vendere”. Sorta di techno rock sulle onde del revival anni Sessanta/rockabilly dei vari Camerini, Cattaneo e company in Italia e Adam Ant all’estero, potrebbe rilanciare la sua carriera: il singolo però viene oscurato dalla celeberrima sigla di Love Boat, telefilm romantico oramai storico uscito un anno prima. Tutto l’opposto di un brano rock, fa parte del suo repertorio di ballatone melodiche. Ecco: uno dei motivi del successo traballante di Little Tony è il tenere il piede in due scarpe.

Esemplare per quanto riguarda le occasioni mancate il gruppo formato con Bobby Solo e Rosanna Fratello, i Ro. Bo.T. Sparati a bomba nelle trasmissioni fininvest, sono una specie di gruppo vocale con basi technopop da ascensore, francamente imbarazzanti quanto di plastica. Un esperimento di voluto iperrealismo proto karaoke che però risulta non dissimile alle cassette di Christian allegate a famiglia Cristiana.

Da una parte è comprensibile: Little Tony devoto alla madonna tende sempre più a diventare un cantante per famiglie, una rassicurante immagine di un’irripetibile età dell’oro della musica italiana, il boom economico che si fa carne. Ed è quindi così che arriva agli anni Duemila: in qualche modo icona vivente come già l’Elvis dei Settanta, si esibisce in giro per il mondo fino ad arrivare ad Atlantic City e ad Ottawa deliziando generazioni di immigrati italiani. In Italia è invece ospite fisso a Sanremo, con brani confidenziali improbabili. Ma ancora qualche brivido trasgressivo lo percorre, ed ecco allora nel 2004 l’inverosimile e inaspettata collaborazione con Gabry Ponte degli Eiffel 65, che gli affida il cantato di “Figli Di Pitagora”, brano polemico sulla penisola a base di zanzare sintetiche, tunz tunz e tecno tamarra tipo M2O. Nel video ufficiale Little Tony è completamente a suo agio in quello che per lui è probabilmente il r’n’r del presente, citando addirittura I Depeche Mode nel finale.

Poi purtroppo la malattia; anche il rock—anzi, soprattutto il rock—deve fare i conti con dio e con il diavolo. Come Elvis colpito al cuore una volta, ma rialzatosi eccolo presenziare pochi anni dopo al solito Sanremo con coerenza ineguagliabile. E purtroppo, come tanti altri rocker, ucciso dal vizio—ma a testa alta, con onore e dignità. Chi lo ritiene un’icona trash non si rende conto che si tratta, invece, del simbolo di un operaismo musicale che dal basso e senza possibilità apparenti arriva a un successo di cui è fiero e che è pronto a difendere a costo della sua cristallizzazione. Come per Mino Reitano, che fu uno dei primi a suonare coi Beatles in Germania, dobbiamo ricordarlo non come un guitto ma come uno di quelli che hanno cambiato veramente la musica italiana. Ciao Little, salperai finalmente il cielo verso la hit parade finale e stavolta sarà per sempre numero uno.

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