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Tranquilli, guardare Gomorra non vi farà diventare camorristi

Nelle ultime settimane Gomorra è stata accusata di voler estetizzare la mafia o di incoraggiare atteggiamenti criminali. Ma quando si fa questo tipo di allarmismo si dimentica una cosa fondamentale.
1.6.16

Un'immagine dalla seconda stagione di

Gomorra.

Quando dalla nostra cultura asfittica emerge un prodotto in grado di far parlare di sé, dovremmo ritenerlo un risultato anche più significativo di un David. Se il prodotto in questione, poi, riesce a generare un dibattito, siamo già a livelli di Nobel, vista proprio la scarsità di dibattito cui siamo abituati. Il prodotto in questione è Gomorra, una serie di cui non è necessario far troppe introduzioni data l'evidente portata che ha ottenuto, guadagnandosi un'audience decisamente trasversale che va dai ragazzini in fissa per le storie violente a chi apprezza gli sforzi innovativi di scrittura, regia e interpretazione.

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Chiaramente la fama ha sempre il rovescio della medaglia, e in questo caso il dibattito generato attorno a Gomorra potrebbe riassumersi in questo articolo uscito lo scorso 28 maggio su Dagospia, in cui viene messa in luce una problematica legata al successo della serie: per le strade di Napoli i bambini imitano quello che vedono fare a Ciro Di Marzio e soci. "Appassionati di Gomorra, questo video è per voi," recita l'articolo. "Sociologi e massmediologi, questo video è soprattutto per voi. Girato da un balcone al centro di Napoli (a Vico Carceri San Felice, dietro Piazza Dante), alle 19.30 di ieri sera, mostra un gruppo di ragazzini riprodurre con grande verismo le azioni criminali in stile Gomorra. Nel video e nelle foto si vedono chiaramente questi scugnizzi napoletani mentre emulano i boss camorristi con scrupolosa precisione, impugnano armi giocattolo di grande verosimiglianza, si urlano le stesse frasi, sono vestiti allo stesso modo." Dato che l'autrice sembra rivolgersi direttamente a me (in quanto appassionata di Gomorra), mi sembra il caso di contro-rivolgermi a lei in quanto contributor di uno dei siti di costume più borderline del nostro Paese, esponendo la mia personalissima opinione sui potenziali pericoli che richiederebbero un appello a "sociologi e massmediologi." Parlo dal punto di vista di un essere umano nato negli anni Ottanta e cresciuto nei Novanta, periodi in cui i mass media, per dire, si facevano pochi scrupoli a sovrasaturare ogni elemento di cui disponevano. Le nostre pubblicità progresso, le campagne antidroga, le sensibilizzazioni a tematiche delicate, le categorizzazioni con cui veniva descritta la realtà a noi circostante utilizzavano toni accesi e categorizzazioni marcate. Era finita l'epoca in cui la borghesia si doveva semplicemente stupire: adesso bisognava scuoterla, muovere emozioni utilizzando anche tecniche un po' torbide, calcando la mano insomma. Ricordo fatti di cronaca esposti con una sorta di commento sottotraccia: domani potrebbe succedere anche a te. Ricordo drammatizzazioni televisive di qualsiasi entità e registro (dagli scherzi telefonici a Sandra Milo alle gag di cattivo gusto di Scherzi a Parte), insomma, ricordo che in quegli anni la rappresentazione mediatica era saldamente connessa a uno stato d'ansia che non è proprio sinonimo dello stato di terrore, ma si avvicina a quel modello.

In quegli anni io e mio cugino giocavamo a farci del male e, nonostante i mezzi a nostra disposizione fossero a volte armi farlocche, altre semplicemente rametti o calci e pugni, il modo di farci male lo trovavamo. Si chiama infanzia e non credo di doverla raccontare a qualcun altro. La corrispondenza diretta tra immagini viste in un telefilm e azioni riprodotte in fase ludica, insomma, è sempre esistita, e non credo esista un modo per schermare i ragazzini dalla percezione della violenza, che avvenga in contesti domestici, per strada, a scuola o via cavo.

Il discorso sulla formazione è talmente complesso che non credo sia mai stato intellettualmente onesto ridurlo a un unico ambito di influenze, tantomeno lo è ora che i diritti dei ragazzini e le loro tutele dall'esposizione virtuale sono così poco strutturati—almeno in Italia. In particolare, è bene ricordarsi che la violenza è anche quella cosa per cui in alcune scuole di altre parti del mondo non è concesso ai pischelli di darsi del "frocio" o di attuare qualsivoglia forma discriminatoria, tanto che Obama si avvia a concludere il suo secondo mandato lasciando alle sue spalle una legge sull'identità di genere nelle scuole.

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Crescere, soprattutto in contesti disagiati simili a quelli in cui è ambientata la serie, significa sobbarcarsi un sacco di potenziali pericoli e, nella maggior parte dei casi, zero tutele da parte dello Stato e poche possibilità di manovra da parte della famiglia. Ma perché Gomorra, in particolare, sembra costituire una problematica sui generis? Le ragioni potrebbero essere molte più di quelle che mi sono venute in mente, ma l'argomento è controverso perché in un certo senso rappresenta un unicum, almeno per quanto riguarda la nostra recente produzione culturale.

L'iconografia legata alle mafie, per noi italiani, è ancora scissa tra la scimmiottatura (alla Benigni, per intenderci) e la trasposizione in chiave raifictionistica dei grandi casi di cronaca. Le ragioni di queste carenze rappresentative sono tante, in parte da imputare al nostro provincialismo, in parte alla delicatezza del tema, fatto sta che per tanti anni abbiamo delegato ad altri (agli Stati Uniti, perlopiù) il materiale narrativo più interessante che abbiamo nel nostro Paese. Gomorra è la prima serie in cui le mafie vengono raccontate trascendendo dalla narrativa tradizionale italiana, dai toni sempre vagamente agiografici—come se la fiction su Borsellino esistesse giusto per ribadire il concetto che è stato un martire.

Tuttavia, l'arte non è fatta per insegnare. E Gomorra è forse il primo caso di rappresentazione italiana delle mafie in cui si osa dipingere alcune figure evidentemente antieroiche senza doverle trasfigurare in vista di un'ipotetica funzione pedagogica. Affrancandosi dai moduli narrativi tradizionali italiani, gli autori riescono a riflettere realmente sul tessuto sociale in cui si inseriscono le mafie, raccontandone anche la funzione positiva all'interno di contesti disperati: dove non c'è niente, l'intervento di una famiglia malavitosa può essere recepito come provvidenziale (come quando Donna Imma dà in dono una statua della Madonna alla comunità o dà lavoro alla ragazza in sedia a rotelle), altre volte è semplicemente un modo per i ragazzini di provare un senso di appartenenza in contesti in cui le istituzioni parastatali non hanno alcun potere aggregativo. Gomorra non ti vuole insegnare niente, è questo il suo bello, così come i Soprano non volevano mostrarti che Tony fosse un uomo buono o malvagio; l'intento era semplicemente quello di raccontare la storia di una famiglia e di andare in profondità nelle complessità caratteriali di ogni suo membro. E in più c'era la mafia.

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Per un pubblico italiano un prodotto come I Soprano risultava sicuramente più digeribile, dato che parla di un tipo di mafia trapiantata, che qui non esiste, e probabilmente non andava spiegato allo spettatore quel meccanismo per cui si possono dipingere personaggi "sbagliati" senza contestualizzarli ogni volta seguendo accorgimenti etici che il più delle volte segano le gambe all'arte.

In questo sta la particolarità di Gomorra: nella fiducia concessa allo spettatore, cui si propone un prodotto diretto e scevro da lubrificanti morali, che ti punta in faccia una storia e non scende a compromessi con il quieto vivere o con l'esigenza di distacco forzato dal fulcro narrativo. Episodi-specchio come quello dei tizi che hanno pestato una trans urlando "il nome di Salvatore Conte" non sono la dimostrazione che questa fiducia sia stata "tradita", piuttosto rappresentano la prova del nove che l'uomo, soprattutto a livelli basilari dell'organizzazione sociale, sia una creatura imitativa, che ha bisogno di meccanismi identificativi per sopperire a certe mancanze. Credo sia abbastanza palese, però, che a certa gente non serva ispirazione per pestare omosessuali e transessuali, dato che di episodi analoghi sono piene le cronache—e che in questo caso concentrarsi sulle frasi di Gomorra sia un modo anche piuttosto ipocrita di guardare il dito ignorando ciò che indica.

Questa fiducia nell'intelligenza di chi guarda, poi, è controbilanciata dalla profondità di chi ha scritto la serie, tanto che il prodotto finale, almeno per quel che si è visto finora, non sembra nemmeno soffrire troppo della retorica messianica di Saviano. Ciononostante, la sua figura resta comunque un potenziale trigger per ragionamenti che giustifichino le scelte narrative degli autori di Gomorra con la missione di descrivere "l'inferno sulla Terra"—chiave di lettura impugnata non a caso dalla Boccassini per difendere la serie dalle accuse utilizzando oltretutto la vita di Saviano come perno. Ecco, per quanto lusinghiera, questa logica distrae dall'atto forse più onesto di riconoscere a Gomorra un valore artistico senza per forza dovergli affiancare qualche imponente istanza sociale.

Nella vita reale, le istanze sociali restano appannaggio della legge e sarebbe poco onesto giudicare un prodotto artistico basandosi sui suoi potenziali riscontri dottrinali. L'arte nasce per mostrare la complessità di ciò che ci circonda, per fare luce sugli angoli bui della realtà, sulle sue contraddizioni. Proprio per queste sue caratteristiche intrinseche può contribuire, a suo modo, a risolvere problemi, anche se non è tenuta a farlo. Anzi, risolve sicuramente più problemi rispetto alle stratificazioni di morale allarmistica di cui, nel 2016, ancora non ci siamo liberati.

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