FYI.

This story is over 5 years old.

Stuff

Mi sono pentita di aver denunciato il mio capo per molestie sessuali

"Dovresti sbottonarti la camicia, tesoro," mi aveva detto il mio nuovo capo in un bar di Capitol Hill, sorridendo nel modo in cui mi avrebbe sorriso mia madre dandomi il consiglio opposto.
7.11.14

I nomi e alcuni dettagli di questa storia sono stati cambiati per proteggere l'identità dei personaggi.

"Dovresti sbottonarti la camicia, tesoro," mi aveva detto il mio nuovo capo in un bar di Capitol Hill, sorridendo nel modo in cui mi avrebbe sorriso mia madre dandomi il consiglio opposto.

Ho cominciato a sbottonarmi la camicia. Meredith, il mio capo, sapeva esattamente cosa stava facendo. Faceva l'avvocato da sei anni, mentre io avevo dato l'esame solo una settimana prima. Se mostrare un po' del mio corpo mi avrebbe portato dove era arrivata lei, l'avrei fatto.

Pubblicità

Meredith mi piaceva. A Washington DC, una città piena di stagisti e lobbisti, lei era a suo agio, proprio come me. Il fisico impeccabile, i capelli biondo platino acconciati da cheerleader e le calze a rete mascheravano un'intelligenza astuta.

Sormontando il chiasso degli altri sgradevoli avventori, le avevo chiesto della sua famiglia e della sua città natale. Volevo chiederle: "Come ha fatto una donna che porta tacchi a spillo rossi a laurearsi in giurisprudenza in un'università dell'Ivy League?" ma avevo evitato. Avevo visto anch'io La rivincita delle bionde e sapevo quanto fossero pericolosi gli stereotipi.

Meredith era cresciuta nel profondo sud, come me. Entrambe amavamo i cani ed eravamo gli unici avvocati nelle nostre rispettive famiglie. Mentre intorno a noi tutti sorseggiavano Martini, noi bevevamo vino. In quell'occasione Meredith mi aveva parlato di suo padre.

"Era un medico", aveva detto con reticenza, "ma ora è in prigione."

Le avevo detto che mi dispiaceva.

"È stato condannato per aver violentato alcune pazienti."

Avevo versato grosse lacrime d'empatia, e le avevo preso la mano. "Anche mio nonno era medico e anche lui violentava le sue pazienti," le avevo detto.

A quel punto, Meredith avrebbe dovuto dire, "È tardi, dobbiamo andare a casa." Invece, aveva voluto che le raccontassi tutto. Io ero altrettanto curiosa. Per molti anni entrambe avevamo vissuto emotivamente isolate, e all'improvviso ci eravamo trovate. Due naufraghe sull'isola delle figlie degli stupratori. Avevamo parlato fino all'ora di chiusura, e quando alla fine della serata ci eravamo abbracciate io sentivo di aver trovato un mentore, una madre e una sorella, tutto in una sola persona.

Pubblicità

Condividendo i nostri segreti più profondi, io e Meredith avevamo abbattuto anche un confine invisibile oltre a quello enunciato chiaramente nel manuale degli impiegati, che ad ogni pagina ci ricordava che le relazioni tra colleghi dovrebbero essere soltanto professionali. Un anno dopo mi sono ritrovata nel bel mezzo di una battaglia legale contro Meredith, per un caso di molestie sessuali. Come tutte le vittime, mi sono chiesta se avrei potuto prevenire il comportamento inappropriato del mio capo. L'ho vista soffrire e ho pregato lo studio legale in cui entrambe lavoravamo di prendere provvedimenti senza però licenziarla. Ho persino tradito la sua fiducia, raccontando di suo padre nella speranza di ottenere un po' di clemenza nei suoi confronti. Così, ho imparato una lezione che mi perseguita ancora oggi: fare la cosa giusta può farti stare molto male.

Anche se io e Meredith non abbiamo più parlato delle nostre famiglie dopo quella sera, le nostre storie sono rimaste sospese a mezz'aria a ricordarci ogni giorno le nostre orribili debolezze. Ho iniziato ad avvertire un istinto di protezione nei suoi confronti. Meredith era una donna che indossava minigonne di pelle e lavorava in uno studio legale di fama. Nella sua foto profilo su Facebook c'era lei che praticava atti osceni al collo di una bottiglia di birra. Si metteva il rossetto nel bel mezzo delle riunioni. Quando portava gli stagisti a mangiare fuori, li interrogava sulla loro vita sentimentale. Gli altri avvocati sparlavano di lei, ma quei discorsi mi irritavano. Io pensavo che fosse una persona intelligente e capace, che si sforzava di essere sempre se stessa. Io indossavo abiti gessati e agli stagisti chiedevo quali fossero i loro obiettivi professionali. Io riuscivo ad annoiare persino me stessa; lei mi ispirava.

Pubblicità

Meredith e io abbiamo lavorato insieme su un caso di corruzione internazionale. Dato che lei non eccelleva per capacità organizzative, spesso rimanevo nel mio ufficio fino a dopo le cinque di pomeriggio in attesa che mi dicesse cosa fare. Il tutto solo per poi ricevere una sua email che diceva: " Tesoro, mi sa che stanotte ci tocca fare tardi. C'è un sacco di lavoro da fare! Baci." Non ero capace di dire di no a una donna che mi chiamava "tesoro". Quel termine cementava il nostro legame segreto. Anche se fuori dall'ufficio non ci vedevamo mai, lei mi faceva sentire come se fossi la sua migliore amica. Oggi vedo le cose in modo molto più chiaro: lei era nata per flirtare, io per accontentare gli altri. Avevamo abbattuto i confini che ci separavano, e ora eravamo una tempesta perfetta.

Col tempo, Meredith era diventata sempre più esigente. Se le andava di passare un'intera giornata a fare shopping e venire al lavoro di sera, io dovevo stare seduta alla mia scrivania ad aspettarla. Spesso si lamentava di quanto sgobbava, ma per quello che ne sapevo io la sua giornata lavorativa cominciava al tramonto. Sospettavo che volesse evitare di stare a casa, e che non volesse rimanere da sola in ufficio. In quello studio legale, la regola era di non discutere mai gli ordini del capo. Anche se non stava scritto da nessuna parte che io dovessi sottostare a ogni sua richiesta, vedevo che tutti gli altri erano obbedienti e compiacenti. Ho accettato tutto questo perché quel lavoro era prestigioso e ben pagato.

Pubblicità

A un certo punto, durante il mio primo anno, il comportamento di Meredith ha cominciato a insospettirmi. Flirtava con colleghi e dipendenti di studi legali concorrenti, e spesso mi suggeriva di fare lo stesso. Quando dovevamo incontrarci con i nostri colleghi uomini, mi invitava a indossare abiti più succinti. Se facevo qualche resistenza, mi ricordava che non avrei mai fatto carriera se non avessi seguito i suoi consigli. Una notte, abbiamo lavorato fino a tardi con un esperto esterno per cercare di contrastare le accuse di corruzione mosse a una multinazionale nostra cliente. Meredith ha lasciato la stanza per un minuto. Subito dopo, l'esperto mi ha fatto cenno di avvicinarmi perché voleva farmi vedere qualcosa sul suo cellulare. Era un messaggio di Meredith che diceva, "Ti renderei le cose più semplici se ti lasciassi venire in bocca?"

All'inizio l'avevo trovato divertente. Ma subito dopo mi aveva terrorizzata, soprattutto quando mi ero resa conto che quell'uomo si sentiva molestato. Eravamo suoi clienti. Gli stavamo chiedendo di controllare i nostri documenti finanziari per determinare se erano stati commessi dei reati federali. Meredith stava cercando di corromperlo? Il Dipartimento di Giustizia avrebbe invalidato i risultati del suo controllo se avesse sospettato che aver ricevuto un messaggio del genere poteva averlo influenzato? Essendo stata testimone di quel fatto, ero forse coinvolta e in qualche modo responsabile per tutto quello che sarebbe avvenuto dopo?

Pubblicità

Avevo due scelte. Potevo giocare allo stesso gioco di Meredith oppure potevo proteggermi. Armata dell'ingenua convinzione di poter trovare in lei consiglio e riservatezza, ho raccontato tutto a una collega più anziana, che speravo sarebbe stata d'accordo che la responsabilità era tutta di Meredith.

Il giorno dopo, un consulente esterno allo studio mi ha interrogata.

Non ho mai pronunciato le parole molestie sessuali; è stato lo studio legale a farlo al posto mio. Sono stata rimossa dal caso a cui stavo lavorando con Meredith e mi è stato proibito di parlare con lei, che invece è stata spedita in un ufficio al piano di sotto, insieme alle fotocopiatrici e alle segretarie. Invece di darmi forza, l'aver denunciato il mio capo mi faceva sentire come se avessi tradito uno spirito affine al mio. Dopo aver lavorato per settimane nel suo stesso edificio senza essere mai entrata in contatto con lei, ho scoperto che era stata licenziata.

Da un giorno all'altro ho preso in mano le redini del nostro caso, ottenuto l'accesso alla sua casella di posta elettronica e sono diventata la celebrità dell'ufficio. I colleghi mi facevano i complimenti perché mi ero sbarazzata di lei e volevano che raccontassi i dettagli più piccanti. Avvocati che non mi avevano mai rivolto la parola all'improvviso mi chiedevano di andare a pranzo insieme, per sapere la novità. Altri, invece, avevano smesso di parlarmi. Girava voce che avessi fatto licenziare Meredith perché mi ero offesa per essere stata chiamata "tesoro." Dicevano anche che ero gelosa della sua bellezza.

Pubblicità

Poco dopo il licenziamento di Meredith, lo studio aveva organizzato un corso obbligatorio per la prevenzione delle molestie sessuali sul lavoro. Durante il corso ci era stato detto che erano vietate ritorsioni nei confronti di chi avesse presentato una denuncia per molestie sessuali. L'uomo che teneva il corso, un avvocato, ci aveva detto che per ritorsione si intendeva anche l'emarginazione sociale.

Una collega che fino a quel momento avevo considerato un'amica aveva alzato la mano e mi aveva lanciato un'occhiata dall'altra parte della stanza. "E cosa succederebbe se qualcuno presentasse una falsa dichiarazione di molestie sessuali? Una dichiarazione basata solo su menzogne?" La sua domanda era rivolta al docente, ma guardava me.

"Non sta a voi determinare la veridicità di una denuncia," aveva risposto il docente.

"Verrei punita se emarginassi questa persona? Voglio dire, se pensassi che una mia amica è stata punita per colpa sua?"

La risposta era . Ma non mi ha più rivolto la parola. Una volta l'ho salutata in corridoio. Lei ha tenuto lo sguardo basso e si è allontanata.

Se potessi tornare indietro, non presenterei quella denuncia. Meredith mi aveva fatto sentire esposta e oggetto di fantasie sessuali, ma quello che era accaduto dopo mi aveva fatta sentire del tutto indifesa oltre che ugualmente esposta. Che gli altri colleghi stesso dalla mia parte o meno non importava; la gente credeva che avessi agito per vendetta. Nessuno capiva che avevo solo cercato qualcuno con cui confidarmi che potesse farmi da guida in tutta questa faccenda. Non volevo vendicarmi, e non avevo idea che Meredith sarebbe stata licenziata.

Per seguire al meglio il caso su cui avevamo lavorato insieme ho dovuto rovistare tra le email di Meredith per ricostruire tutto ciò che si erano detti lei e il cliente, per capire quanti danni avesse fatto e cosa avrei dovuto fare per rimediare. Usava il suo indirizzo di lavoro anche per la corrispondenza personale, così per quanto cercassi di evitare di leggere i messaggi che si scambiava col marito, spesso mi capitava di trovarmene uno davanti. Suo marito era spesso via per lavoro, e tante volte i suoi voli venivano cancellati e lui finiva per fermarsi a Las Vegas o a Miami qualche notte in più. Lei si offriva sempre di raggiungerlo; lui rispondeva sempre di no. Leggere tutto ciò mi ha fatto stare male. Ho supplicato lo studio di riassumerla, o quantomeno di pagarle delle sedute dallo psicologo, ma un collega più anziano mi ha detto che da tempo l'azienda voleva liberarsi di lei. Io ero stata soltanto l'occasione che stavano aspettando.

Sono rimasta a lavorare in quello studio legale per un altro anno, ma non ho mai smesso di sentirmi una prova, la prova vivente che lo studio aveva preso la decisione giusta. Non credo che Meredith sia stata licenziata per avermi creato un ambiente ostile sul lavoro, o perché con il suo comportamento aveva danneggiato la reputazione dello studio. Penso che sia stata licenziata perché era diversa. Era problematica e non riusciva a nasconderlo. I colleghi che avevano tresche tra loro e chiedevano ad altri colleghi di coprirli erano tanti, ma Meredith non aveva nessuno che la coprisse.

Mi sono imbattuta in Meredith un paio di volte dopo il suo licenziamento. Entrambe le volte ci siamo guardate negli occhi. Entrambe le volte, i suoi erano pieni di rabbia, mentre i miei erano spaventati e contriti. Ora entrambe ci siamo trasferite in città diverse, ma qualche volta la cerco su Google. Voglio sapere se sta bene. Quando guardo le sue foto, rimango colpita da quanto riesca ad apparire sempre giovanissima; il suo sorriso timido trasmette una dolcezza infantile. Mi chiedo se il suo aspetto sia cambiato grazie alla chirurgia plastica o semplicemente perché è fuggita in tempo dal grigio mondo della giurisprudenza. Le scrivo anche delle lettere, ma non gliele invio mai. Ricordo sempre a me stessa che certi limiti devono rimanere tali.