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Mi pagano per fare il 'tavolo umano' ai matrimoni indiani perché sono bianca

Benvenuti nel meraviglioso mondo dei "mercato lavorativo per bianche alle prime esperienze" in India. Per chi vuole accogliere gli invitati vestito da guardiano della Torre di Londra, guidare il corteo matrimoniale a cavallo o fare la statua umana: da...
10.6.14

Un tipico messaggio dalla mia capa.

"Sapete, sono laureata…" dico al semicerchio di uomini baffuti intorno a me. Non sembrano molto interessati. "Ma mi pagano 10.000 rupie per fare questo lavoro." Le loro espressioni cambiano improvvisamente; sembrano colpiti. "Sono un sacco di soldi," dicono. Sì, lo sono. Perché sarei qui, altrimenti? Poche professioni nel campo dell'intrattenimento sono così poco appetibili da farti invidiare una lap dancer. Guardala, mentre piroetta come se fosse a casa sua, sospesa su un bicchiere da cocktail gigante, inondata dalla luce verde dei laser, dal ghiaccio secco e dagli sguardi penetranti di un manipolo di voyeur sessantenni.

Che fortuna.

Vorrei quasi essere al suo posto. Invece stasera farò l'oggetto inanimato. Non nel senso di donna oggetto, tipo "donne = carne da macello". No, letteralmente. Stasera farò il tavolo! Un tavolo umano che indossa un copricapo fosforescente.

Ecco cosa vuol dire vestirsi da tavolo.

Benvenuti nel meraviglioso e bizzarro mondo dei "mercato lavorativo per bianche alle prime esperienze" in India. Se siete giovani, occidentali e avete girato Mumbai in lungo e in largo, è probabile che vi siate imbattuti in tizi fin troppo gentili in agguato dietro al Leopold Cafe. Fanno scouting per "ruoli da protagonista" nei prossimi blockbuster di Bollywood. Ma quella ormai è roba vecchia. Prendete un qualsiasi film recente dell'industria del cinema nazionale e in quasi tutte le scene di ballo, feste o discoteche troverete un gruppo di uomini o donne occidentali dall'aspetto smarrito e confuso inspiegabilmente collocati tra i pro.

Ora, a quanto pare, c'è una nuova moda in voga tra il ceto medio indiano. Hanno iniziato a reclutare ragazze bianche per partecipare ai matrimoni e fare cose più o meno strane semplicemente perché sono—siamo—bianche e occidentali. L'offerta è piuttosto variegata, e di volta in volta puoi trovarti ad accogliere gli invitati vestita da guardiano della Torre di Londra, a guidare il corteo matrimoniale a cavallo o a fare la statua umana.

Oppure, come nel mio caso, a distribuire drink vestita da tavolo, per poi star lì in attesa di recuperare i bicchieri vuoti che vengono depositati su di te.

Tra i lussi del matrimonio ci sono un tacchino crudo e un'aragosta.

Tuttavia paga bene, e questo mi basta per non disdegnarlo. Anche se è impossibile ignorare le scomode sfumature razziali e post-coloniali in gioco. Sapete già la storia, gli indiani benestanti sembrano attribuire un gran valore a una carnagione chiara, e per chiunque sia abbastanza ricco, pagare persone "bianche" per lavorare come mobili viventi al proprio matrimonio è una faccenda seria.

Ai tempi dell'impero, nessun colono che si rispettasse avrebbe rinunciato a un harem di intrattenitori indiani. Dagli incantatori di serpenti ai suonatori di sitar, gli imperialisti amavano circondarsi di ciò che a loro sembrava esotico. Oggi i ruoli si sono invertiti, un'ironia della sorte su cui ho avuto modo di rimuginare mentre me ne stavo in piedi, carica di bevande.

Credo che il wedding planner avesse finito la lista di cose per cui spendere.

Dall'inizio alla fine, l'intera esperienza è stata un caos assoluto. È iniziato tutto con una chiamata di una donna dell'Est europeo dal tono perentorio, il cui compito era quello di approvare foto e misure delle candidate per poi organizzare un incontro. Nel mio caso, l'incontro è stato fissato in una stazione di periferia. "Vedi di farti trovare lì per le cinque, altrimenti niente soldi!" Ero stata avvertita. "Dico davvero, non prendetemi per il culo!"

Sono arrivata alle cinque e poi… e poi niente. Un'ora dopo qualche altra ragazza mi ha raggiunta. Erano quasi tutte russe. Verso le sette ha fatto la sua comparsa uno dei ragazzi che mi aveva avvicinata nel centro di Mumbai. Aveva con sé tre cellulari, a due dei quali stava parlando contemporaneamente. Ci ha detto di chiamarsi Pinky. Aveva appena scaricato WhatsApp—poteva aggiungermi?

Prima che me ne rendessi conto siamo state caricate tutte e dieci su una Toyota Innova bianca con la scritta "TOURIST" sulla fiancata—come se non dessimo già abbastanza nell'occhio—e portate solo Dio sa dove. Pensavo si trattasse di un lavoro di due o tre ore alla periferia di Delhi, invece ci sono volute sette ore e 300 chilometri. Ci siamo ritrovate a Ludhiana, nel Punjab.

All'arrivo ho gironzolato nel backstage per un interminabile lasso di tempo mentre "il cliente" (la cui identità viene rivelata molto raramente) decideva quali di noi avrebbero avuto la fortuna di lavorare. Per tutta la durata del processo di selezione siamo state coperte di attenzioni da alcuni rapper della zona. "Ora vivono in Canada," ci è stato assicurato varie volte. "Sono molto famosi."

Il backstage: "Sono rapper del Punjab, rapper famosi… Vivono in Canada."

La maggior parte delle ragazze che ho conosciuto erano stagiste o studentesse a Delhi che facevano lavoretti saltuari per sbarcare il lunario. Una di loro sembrava piuttosto sconvolta: "Ecco il risultato di tre anni a Oxford: sono qui con un turbante in testa, a far finta di suonare un violino sulla musica di un sax."

Alcune—secondo la mia esperienza, soprattutto le russe—hanno contratti a tempo pieno. Vengono pagate più di 80.000 rupie al mese (circa 1.000 euro, cifra non bassissima per l'India) e hanno l'alloggio e il rimborso spese. Il rovescio della medaglia è che non possono rifiutare qualsiasi incarico venga loro assegnato, indipendentemente da dove si svolgerà, cosa comporterà o quale sarà la sua durata.

La maggior parte di loro non sembrava lamentarsi, ma a me pareva tutto un po' strano e malato. Forse fanno carriera finché un giorno non diventano la voce terrificante dall'altra parte della cornetta, smistando le ragazze sui vari punti di ritrovo.

Il palco.

Alla fine non posso certo lamentarmi di essere sfruttata per la mia pelle diafana in un paese dove milioni di persone vengono sfruttate ogni giorno perché hanno il colore della pelle "sbagliato". Ho fatto 150 euro per due ore di lavoro—a cui si aggiunge tutto il tragitto, certo. Ma resta un compenso relativamente spropositato per un lavoro così facile, per quanto lobotomizzante.

Perché in tutto ciò, l'iniquità principale non era quella subita da me, e nemmeno dai tizi che si sentivano in dovere di cacciare un sacco di soldi solo per avere delle ragazze che ballassero "Yaariyan Sunny Sunny" con loro sulla pista da ballo. Il fatto è che guadagnavo il doppio delle ragazze indiane che lavoravano con me.

Credo che si lo potrebbe definire sfruttamento positivo, ma stando in piedi vestita da tavolo, non sembrava così positivo.