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Mio padre, Gene Simmons, dice un sacco di cazzate. E voi non siete da meno

È importante uccidere i propri idoli—anche se il tuo idolo è tuo padre. Devi ucciderlo per poterlo amare, per poter amare i suoi difetti invece che adorare il suo personaggio.
29.6.15

Patton Oswalt ha descritto così la prima volta in cui ha capito che i suoi genitori erano dei buffoni. "Quando sei piccolo, fino a una certa età, prendi per oro colato tutto quello che ti dicono gli adulti, non importa di cosa si tratti," ha detto. "Poi arriva quella prima volta in cui pensi, 'Ma che cazzata'" Per la maggior parte di noi quel momento arriva presto, o almeno credo.

A me è successo quando ero ragazzo, ed è stato molto difficile da accettare.

Questa sarà l'ultima volta che lo dirò, per cui regolatevi di conseguenza: sto per parlare in modo molto chiaro del mio rapporto con mio padre, Gene Simmons. Il che vuol dire che inevitabilmente dovrò anche parlare del lavoro che fa per vivere. Non eviterò di menzionarlo ma nemmeno mi ci crogiolerò inutilmente. Parlerò di mio padre come di un essere umano, al di là del suo personaggio e della maschera che indossa nella vita pubblica. In senso generale, penso che la ribellione fine a se stessa sia una forma di schiavitù non diversa dal conformismo. La calamita che attrae è potente quanto quella che respinge. Quindi, a prescindere da tutte le aspettative che possono esserci, parlerò semplicemente di mio padre.

Oggi sono alto quasi due metri e dieci—sovrasto nettamente mio padre, che è alto solo un metro e novanta. Ma prima che entrassi nella pubertà, mio padre era un monolite. Ricordo che riuscivo a percepire la sua fisicità, il che era allo stesso tempo terrificante e rassicurante. Quando sentivo la sua voce risuonare nell'ingresso e i suoi grandi stivali che calpestavano il parquet, era come se stessi per trovarmi di fronte al T-Rex del primo Jurassic Park.

Mio padre aveva una voce profonda e potente, da baritono. Se voleva che facessi qualcosa, faceva "un patto" con me e mi stringeva forte la mano, come se fossimo sullo stesso livello, come se fossimo due soci in affari (e quegli affari erano cose tipo 'se non picchi tua sorella ti do un biscotto'). Non mi trattava mai come un bambino. Pronunciava sempre frasi fatte tipo "rispetta e sarai rispettato."

Ricordo anche come tutti gli altri adulti tendessero sempre ad assecondarlo. Era famoso e aveva successo, per cui quando parlava stavano tutti ad ascoltare. La gente si inginocchiava davanti a me, mi guardava negli occhi e mi diceva "Tuo papà è una leggenda, lo sai vero?"

Anche per questo, credevo che tutto quello che mio padre diceva fosse il frutto di anni di esperienze e tentativi. Ma mentre io crescevo e lui iniziava a rimpicciolirsi, questa convinzione ha cominciato a sgretolarsi. Ho iniziato a vedere i suoi capelli che diventavano sempre più grigi, e tutte quelle piccole cose che lo rendevano umano. Ho finalmente capito che era un uomo, e che come tutti gli uomini aveva (per citare le parole del dott. Steven Novella) "una percezione distorta della realtà, subordinata alla narrativa costruita dal suo cervello."

La vera epifania in questo senso è arrivata quando, alle superiori, ho cominciato ad avere a che fare con le droghe. Mio padre fa vanto (leggi: se ne vanta con chiunque glielo chieda) di non aver mai fumato né bevuto alcolici né fatto uso di droghe in vita sua—salvo un incidente con dei biscotti "speciali" che aveva scambiato per biscotti normali.

Ancora oggi è profondamente contrario a tutte le droghe. Forse è perché ha avuto a che fare conchi militava nella scena rock'n'roll degli anni Settanta e Ottanta, ma l'uso di droghe gli dà proprio fastidio. Per quanto lo riguarda, la droga non ha fatto altro che complicargli la vita e il lavoro.

Ha parlato spesso di questo argomento, e a volte decisamente a sproposito. Ricordo che una volta da ragazzo stavo guardando il telegiornale con lui in cucina, e c'era un servizio sulla tossicodipendenza nel mondo della musica. Lui la prendeva sempre sul personale, e diceva, "Che idioti. Bisognerebbe fargli [inserire pratica molto dolorosa]." Mia madre, la voce della ragione, quando faceva uscite del genere lo colpiva con una rivista arrotolata.

Ovviamente sto esagerando, ma lui odiava davvero chi si faceva e avrebbe voluto che le leggi sulla droga fossero più dure. Ne abbiamo parlato a lungo, e ho capito che il suo odio non è una reazione a esperienze tragiche a cui ha assistito. Lui odia proprio le persone che decidono di provare la droga; gli sembrava assurdo che nel paese delle opportunità qualcuno potesse buttare via la sua vita per un motivo tanto futile. Pensa che un tossicodipendente sia responsabile delle sue scelte, soprattutto vista tutta l'informazione e la sensibilizzazione sull'argomento. Decidere di correre quel genere di rischio vuol dire alienarsi per sempre la sua simpatia. L'uomo che viene ucciso da un orso dopo averlo stuzzicato con un bastoncino si merita la morte. È questo, più o meno, quello che pensa delle droghe. E devo dire che per certi versi ha senso.

Ma come spesso accade, mio padre estremizza questo concetto portandolo fino al limite. Questa abitudine gli ha creato non pochi problemi—e spesso io e la mia famiglia abbiamo subito le conseguenze delle attenzioni mediatiche che si tirava addosso in questo modo.

È stato in una situazione di questo tipo che ho scoperto di non essere d'accordo con mio padre. In televisione e su internet circolava questo estratto da una sua intervista, e la gente se la prendeva con lui per il modo ignorante in cui si esprimeva. In quel momento ho capito che, anche se ero suo figlio e volevo difenderlo, ero d'accordo con le critiche che gli venivano mosse. Questo fatto mi ha colpito nel profondo, causandomi una specie di dissonanza cognitiva—non avevo mai pensato che non essere d'accordo con lui potesse essere un'opzione praticabile.

Conoscevo delle persone che fumavano erba. La maggior parte delle persone che conoscevo bevevano. Ma non ero d'accordo con lui nel dire che tutte le conseguenze negative che questi comportamenti avevano sulla loro salute fossero esclusivamente colpa loro. Dopotutto, vivere vuol dire correre dei rischi. A mio avviso, l'alcol e la marijuana non potevano essere equiparate all'eroina. Pensavo—e lo penso ancora oggi—che la maggior parte delle droghe andrebbero depenalizzate e che la tossicodipendenza andrebbe considerata prima di tutto un problema medico, non un problema legale. Penso che abbiamo il pieno possesso dei nostri corpi, e dovrebbe esserci consentito fare quello che preferiamo con essi se facendolo non facciamo male a nessuno. Sapevo che mio padre non sarebbe mai stato d'accordo con me, e sapevo anche perché: andava contro la sua visione della vita. Che era stata anche la mia visione, finché non me n'ero creata una tutta mia.

Che voi siate d'accordo o meno con la mia opinione sull'uso di droghe è irrilevante—il punto è che in questo modo ho imparato la lezione più importate di tutte: che nessuna opinione personale è sacrosanta. Mi ha insegnato, senza volerlo, che a volte anche i nostri eroi possono sbagliare. Se avessi ascoltato le sue opinioni sulla droga quando ero più piccolo, sarei stato d'accordo semplicemente perché era mio padre. Fino a quel momento, gli avevo sempre dato ragione per il principio d'autorità. Anche se poi ho scoperto che anch'io stavo sbagliando a pensarla in quel modo, quella sensazione—la consapevolezza di poter mettere in discussione l'autorità—è stata molto importante per la mia crescita. Se questa figura semi-divina e autoritaria poteva sbagliarsi, allora nessuno, non importa quanto poteva sembrare potete e qualificato, poteva essere preso sul serio senza riserve. Erano i fatti a contare, non l'autorità di chi li presentava.

Una volta individuata questa breccia nella sua corazza, il resto è venuto da sé. Da quel momento, per me, mio padre non è più stato un superuomo.

Ricordo il primo anno in cui l'ho superato in altezza. Mi mi ha guardato dal basso e mi ha detto, "Non mi piace questa cosa." Ero solo diventato più alto, e le nostre interazioni erano solo diventate più comiche. Se al ristorante mi sedevo di fronte a lui, le nostre ginocchia si sarebbero toccate sotto il tavolo. Il T-Rex, il colosso, non esisteva più. Adesso era un uomo come tanti altri, e questo lo rendeva molto più interessante.

Un tempo ascoltavo le sue lezioncine pendendo dalle sue labbra, e non litigavamo mai. Oggi litighiamo, a volte anche molto violentemente, sopratutto quando si parla di politica o di società. Ma alla fine mi sono reso conto che mi rispetta di più adesso, anche se non siamo d'accordo, rispetto a quando accettavo passivamente tutto quello che diceva.

Il fatto di aver imparato a litigare con mio padre ha reso anche molto più facile sopportare le sue occasionali figuracce con la stampa. Succede almeno una volta l'anno, e adesso non me ne preoccupo più. Anche perché, alla fine, è normale che le sue opinioni forti suscitino reazioni altrettanto forti.

Questa lezione si applica bene anche alla vita professionale di mio padre. Oggi è perennemente circondato da ruffiani pronti ad annuire a ogni cosa che dice. Ma i suoi più gandi successi li ha avuti quando era in attrito con il mondo intero. Quando ha formato i Kiss nessuno lo assecondava. Non ci sapeva fare con le donne, e le persone pensavano che fosse stupido perché non parlava bene l'inglese. Mio padre e Paul hanno dovuto lottare per ogni contratto e per ogni concerto, combattere contro le recensioni negative e i debiti e fare secondi lavori per rimanere a galla. Hanno dovuto combattere sempre, per tutto e contro tutti. Hanno dovuto agire come se tutti gli altri fossero stati dalla parte del torto.

Per cui, è importante non essere d'accordo. È importante uccidere i propri idoli—anche se il tuo idolo è tuo padre. Devi ucciderlo per poterlo amare, per poter amare i suoi difetti invece che adorare il suo personaggio. È questa la cosa più importante che mi ha insegnato: anche lui a volte dice un sacco di cazzate.

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