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Napolislam racconta le vite degli italiani convertiti all'Islam

Ho parlato col regista Ernesto Pagano di NapolIslam, il docufilm che segue dieci napoletani convertiti all'Islam con l'obiettivo di capire come vivono questa scelta nella loro comunità.
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Piazza Mercato a Napoli. Tutte le immagini sono tratte da NapolIslam, per gentile concessione di Ernesto Pagano.

Con un tasso di crescita più veloce di qualsiasi altra religione, nei prossimi cent'anni––stando alle ultime proiezioni del Pew Research Center––l'Islam sembra destinato a superare il Cristianesimo per diffusione a livello mondiale. E anche se la popolazione di religione islamica ha dalla sua un più alto tasso di fertilità e un'età mediamente inferiore, è innegabile che di questo dato facciano parte molti convertiti.

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È intorno quest'ultimo gruppo che si sviluppa NapolIslam, il docufilm vincitore del Biografilm Festival 2015 in cui si raccontano le storie di dieci italiani convertiti all'Islam e la loro quotidianità a Napoli. Girato a cavallo tra il 2014 e il 2015, e nato da un lungo periodo di osservazione del regista e arabista Ernesto Pagano, NapolIslam segue questi convertiti con l'obiettivo di capire come vivono questa scelta nella loro comunità.

Iin un momento in cui l'idea di italiano convertito viene associata unicamente alla figura di Maria Giulia Sergio, ho deciso di contattare Ernesto Pagano per parlare con lui di NapolIslam, Napoli, musulmani e normalità.

VICE: Da dove è nata l'idea di questo documentario?
Ernesto Pagano: L'idea è nata quando ho conosciuto un ragazzo in zona Porta San Gennaro. Si chiamava Ciro e mi si presentò come Ciro Capone Mohamed. Mi affascinò la sua storia di conversione all'Islam. Mi ha raccontato che si era convertito cercando un libro su Maradona. Mentre guardava tra gli scaffali aveva visto il Corano, l'aveva preso in mano ed era rimasto folgorato dal suo messaggio. Da lì Ciro mi ha fatto conoscere altri amici, tra cui Francesco, suo caro amico del Rione Sanità. Disoccupato, quinta elementare, anche lui convertito all'Islam, che ha trasmesso alle sue sorelle. Mi si è aperto un mondo abbastanza inedito.

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L'Islam stava penetrando in un tessuto sociale tradizionalmente estraneo a questo tipo di contaminazioni. E questo mi ha dato lo spunto per estendere le mie ricerche. Ho cominciato a frequentare le moschee di Napoli e da lì ho conosciuto altre persone. Come ha scelto le dieci persone da seguire?
Le scelte sono state determinate soprattutto dalla genuinità delle conversioni. Ho scartato da subito le conversioni che avvenivano per convenienza; in Italia ci sono molte persone che si convertono per matrimoni misti, e lo fanno più per un atto formale. Dentro NapolIslam ci sono anche matrimoni misti, ma lì le conversioni sono sentite. Questo è stato il primo criterio di scelta.

Naturalmente il materiale narrativo era molto vasto e mi sono un po' lasciato guidare anche dalle storie che mi incuriosivano e appassionavano di più. Dai tipi di persone, dalla loro capacità di raccontare la propria conversione all'Islam e il proprio vivere l'Islam. È stato difficile convincere i protagonisti?
Si è trattato di passare mesi a costruire la fiducia. In genere quando ti presenti come un giornalista, le persone che frequentano una moschea ti vedono immediatamente come uno di quelli che vuole fare lo scoop sui fondamentalisti islamici, che vuole fare da megafono allo stereotipo islamofobo. Quindi è stato complicato.

Perché ha scelto proprio Napoli?
Napoli è un teatro a cielo aperto. Sicuramente ci sono delle dinamiche molto affascinanti da raccontare, o che perlomeno io ho trovato molto affascinanti. Dinamiche tra l'Islam e il tessuto sociale, ma anche il tessuto urbano.

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C'è il luogo di piazza Mercato dove sorge una delle più importanti moschee di Napoli, e che al contempo è anche il luogo di culto della Madonna del Carmine, che dopo San Gennaro è uno delle icone del culto del sacro della città. È stato molto interessante vedere come riuscivano a convivere nello stesso spazio queste due realtà, l'Islam e la madonna del Carmine. Anche le zeppole e le sfogliatelle halal sono una metafora: un dolce tipicamente napoletano che però non disdegna di farsi halal per raggiungere i clienti musulmani. Napoli è una città che non si fa troppo condizionare dai pregiudizi; con i pregiudizi ci gioca. Guarda tutto con occhi ironici, indagatori, poi decide se una cosa le piace o no, se lasciarle uno spazio dentro la città o gettarla via. Da questo punto di vista, secondo me, Napoli è unica; è comunque una storia di integrazione, una storia contemporanea. Non è integrazione nel senso di messaggio politico: NapolIslam non vuole dire quanto sia importante l'integrazione. Vuole dire che l'integrazione esiste. Poi sta a noi decidere se guardarla o girarci dall'altra parte. Quelle del film sono storie ordinarie di persone ordinarie. Che è una rappresentazione un po' diversa da quella dell'immaginario collettivo.
Assolutamente. Sono storie ordinarie di persone ordinarie. Sembra una notizia ma in realtà non lo è. La stragrande maggioranza di musulmani è così. La costruzione del musulmano nell'immaginario collettivo è totalmente condizionata dalla dieta mediatica che ci viene somministrata.

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Basta andare però a registrare la vita quotidiana di persone che vivono l'Islam per capire che condividono con noi gli stessi problemi: la crisi, la disoccupazione, il dolore provocato dalla perdita di un caro. Forse l'obiettivo è stato anche quello di restituire un po' di umanità a dei personaggi totalmente stereotipati.

Dalle storie che ha seguito, ci sono delle motivazioni che possiamo indicare come comuni nella conversione all'Islam?
Quello che emerge è sicuramente una ricerca di spiritualità, anche purificata da quel rapporto di mediazione tipico della Chiesa Cattolica. Una critica di uno dei protagonisti e che ho sentito [più spesso] è quella della mediazione del rapporto tra il credente e Dio. Poi si individua anche una crisi di fondo. La conversione sembra la risposta ad un vuoto––di valori, di ideologia––che si è creato nella nostra società. Naturalmente i convertiti non se la raccontano così, come la sto raccontando io adesso. Però vista dall'esterno è innegabile registrare un sostrato di crisi di valori e di ideologie.

Salvatore, uno dei protagonisti, è un ex disoccupato organizzato di Napoli che abbandona la lotta di classe e decide di abbracciare l'Islam perché lì vede l'unica giustizia reale all'ingiustizia sociale. Forse poi questo è lo stesso sostrato da cui escono fuori anche casi molto più estremi come quelli dei ragazzi che vanno a combattere in Siria. Forse, erroneamente, alcuni adottano il vocabolario dell'Islam politico terroristico che ormai è diffuso da entità come l'Isis e lo adottano con un loro vocabolario di protesta, come una via per veicolare la loro rabbia e la loro frustrazione. Forse questo dovrebbe farci riflettere, dovrebbe farci interrogare anche sulla provenienza dei foreign fighter. Non vengono dai personaggi di NapolIslam, questo sia chiaro, forse però c'è un denominatore comune.

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Il documentario racconta l'Islam, ma anche Napoli. E i suoi protagonisti prima di essere musulmani, rimangono napoletani. A tratti c'è quasi la sensazione che sia un Islam vissuto "cattolicamente."
Io sinceramente questo cattolicesimo non sono sicuro di vederlo. La religiosità di queste persone è molto forte, il loro essere musulmani è molto sentito. Certo, vengono da storie di cattolicesimo nel senso di pratica della religione cattolica, anche quella in molti casi molto sentita, più di quanto non sia sentita dal cattolico italiano medio.

Mediamente, un convertito vive la religione in maniera sempre più totalizzante di quanto non lo faccia uno che in quella religione ci è nato.

Le persone che vivono quotidianamente accanto ai protagonisti del film sembrano alle volte non comprendere, ma tutto sommato accettare sempre senza alcun tipo di problema. È una reazione che ha riscontrato nelle altre storie di persone convertite, o si tratta di casi particolarmente 'fortunati'?
Secondo me alla fine sono cose che si accettano. Parliamoci chiaro: si tratta sempre di mariti, di mogli, di genitori e di figli. È difficile rinnegare la propria figlia soltanto perché si è convertita all'Islam.

Alla fine, molto dello stupore su NapolIslam deriva proprio da questa percezione distorta che si ha dei musulmani. In genere tendiamo a dimenticarci della loro normalità anche perché è difficile raccontare la vita di queste persone in un modo digeribile al pubblico.

Nonostante la sua vasta conoscenza del mondo islamico, c'è qualcosa che l'ha stupita nel documentario?
Alla fine mi ha stupito la capacità di sintesi e d'integrazione di Napoli, nonostante io sia napoletano. Quando abbiamo fatto le riprese di Alessandra, questa ragazza che si prova il velo davanti alla madre, la madre a un certo punto litiga con Walid, il marito algerino della figlia. Dopo uno scontro abbastanza forte e drammatico sono usciti tutti insieme e la madre ha detto "prendiamoci un caffè e ti accompagno a lavoro." Lì ho capito che c'era una grande umanità alla base, che mi ha stupito. Nel senso che l'integrazione, prima di essere un processo politico, è un processo sentimentale. E a Napoli questo si vede moltissimo.