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Música

Il culto di Joni Mitchell

Questa è una storia di freddo e poliomielite, bambini partoriti e abbandonati, belle scopate e droghe usate e subite, voglia di scappar via pattinando per fiumi gelati, capolavori assoluti di perfezione armonica e morbo di Morgellons percepito.
20 maggio 2015, 9:36am

Joni Mitchell nel 1974. Foto

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Questa è una storia di freddo e poliomielite, bambini partoriti e abbandonati, belle scopate e droghe usate e subite, voglia di scappar via pattinando per fiumi gelati, capolavori assoluti di perfezione armonica e morbo di Morgellons percepito.

Che vogliate diventare rivoluzionari incappucciati o i ricercatori di particelle infinitesimali, hipsterelle a Berlino o squali delle Borse asiatiche, affittarvi l'utero o compiere sanguinose rapine in banca, è importantissima solo una cosa: dovete conoscere questa storia, perché è quella di una dea.

Al momento si trova in un ospedale di Los Angeles, non si capisce bene se in stato di coma o meno, e questo ci insegna che anche le dee prima o poi muoiono e quindi vanno coccolate con l'ascolto e la propaganda. Non spaventatevi, non è Scientology, è un culto serio. Annovera fra i suoi devoti Prince, Madonna, Björk, Mama Cass, Charlie Mingus, Herbie Hancock, Annie Lennox, K.D. Lang, Paul Stanley, David Crosby, Elvis Costello e anche Kevin Bacon, Emma Watson, Taylor Swift, per citarne solo una parte.

Ognuno ha avuto una sua particolare iniziazione al culto di questa dea, con ricordi precisissimi che rimbalzano in scatti di crescita personale, consapevolezze non sempre consolanti e in generale molto stupore. La mia compagna di banco al Mamiani era Marina Comandini: bellissima, leggera e intelligente, si sarebbe sposata anni dopo con Andrea Pazienza. È stata lei che mi ha portato in maniera subliminale e costante verso la devozione per la dea in questione che si chiama Joni Mitchell. È canadese, ha settantun'anni e per l'appunto è stata ritrovata incosciente nella sua casa di Bel Air e trasportata lo scorso 31 marzo all'UCLA Medical Center.

Io al liceo ero abbastanza un coglione, nel senso del comprendonio e del fancazzismo, ascoltavo Carly Simon e alle manifestazioni scappavo molto spaventato dalle cariche della polizia (era il '77/'78), andavo a vedere Patti Smith alle Cascine e mi travestivo da fascio per transitare indenne con il PX125 dai Parioli, ma soprattutto passavo le giornate a casa di Marina con in sottofondo i dischi di Joni Mitchell che non capivo in maniera più assoluta. Anni dopo, da solo, sono stato folgorato da Court and spark, il suo disco più pop (se di pop si può parlare) e da quel momento non ho più smesso.

Joni Mitchell in concerto nel 1970

L'approccio alle sue canzoni non è per niente facile: sulle prime fai fatica a ricordarle o fischiettarle, sono ostiche e misteriose, oltrepassano gli schemi perché la melodia poggia su complessità armoniche davvero assurde, perché Joni Mitchell accorda le sue chitarre in maniera ogni volta diversa (quando usa il dulcimer o il piano le cose non cambiano) e i testi sono degli enigmi pieni di riferimenti oscuri. Perché decifrare per intero le sue canzoni è un'operazione che passa per tantissimi livelli di comprensione che cambiano attraverso gli anni d'ascolto e in cui ogni tassello di volta in volta sembra sistemarsi al posto giusto ma all'improvviso tutto crolla e si deve ricominciare da capo.

Una che nasce in Alberta e si trasferisce con la famiglia nel Saskatchewan, a otto anni si becca la polio, a nove comincia a fumare (mai smesso da allora, è l'unica a cui è permesso sul suolo americano, durante adunate pubbliche in suo onore in teatri e musei, di stare con la sigaretta accesa), a diciannove senza un soldo rimane incinta, partorisce e molla la creatura in orfanotrofio per emigrare negli Stati Uniti e diventare una rockstar professionista e una pittrice, può essere solo la protagonista di un romanzo un po' troppo di genere o di una vita complicata che ti spinge scrivere capolavori che resistono nel tempo.

Ha una storia con James Taylor che a quel tempo esagera con l'eroina e sposa al suo posto Carly Simon, si dice che tenti il suicido per Jackson Browne che la lascia per Phyllis Major che riesce invece ad ammazzarsi ("She had the frailty you despise/And the looks you love to drive to suicide"), scrive la canzone "Woodstock" senza avervi partecipato, vive a Laurel Canyon con Graham Nash in gran fermento creativo, diventa momentaneamente una frequentatrice di feste ("All this people at this party/They've got a lot of style/They've got stamps of many countries/They've got passport smiles"), ma poi va a Ibiza prima di Nico e, coi piedi sporchi di catrame e fatta di Retzina, soggiorna e scopa come una hippie nelle caverne di tufo di Matala a Creta; si intristisce a Parigi e di ritorno in California pubblica Blue che è il manifesto universale del dolore insopportabile di svariate sconfitte, prima fra tutte l'abbandono della figlia ("Child with a child pretending/Weary of lies you are sending home/So you sign all the papers in the family name/You're sad and you're sorry, but you're not ashamed/Little green, have a happy ending").

Poi cambia ancora, si macchia di jazz con le linee di basso di Jaco Pastorius e il sax di Wayne Shorter, amoreggia con Sam Shepard ("Coyote's in the coffee shop/He's staring a hole in his scrambled eggs/He picks up my scent on his fingers/While he's watching the waitresses' legs"), fa un disco con Mingus morente. E negli anni Ottanta cambia ancora, sposandosi con il suo bassista e pubblicando, con lui come produttore e per far piacere al suo amico David Geffen, tre album sbiaditi nell'essere troppo contemporanei e quindi deperibili.

Poi per fortuna divorzia e dopo un improvviso ritrovamento della figlia (che, nella miglior tradizione delle preghiere esaudite, diventerà prima un rapporto complicato e poi un altro allontanamento) dà un paio di colpi di coda con una compilation di cover con orchestra ma soprattutto con Turbulent indigo, dove rinasce cantando di Van Gogh ("The madman hangs in fancy homes/They wouldn't let him near!/He'd piss in their fireplace!/He'd drag them through turbulent indigo").

In questi ultimi anni si dedica personalmente al suo immenso catalogo rimasterizzandolo personalmente e si paralizza in casa decidendo di essere preda del Morgellons, un morbo buffo che la scienza ufficiale bolla come parassitosi allucinatoria, che la debilita fino al suo ritrovamento in stato d'incoscienza di un mese fa.

E questa era una piccola biografia ragionata con canzoni e citazioni giuste qualora voleste far bella figura entrando in Fondazione Prada o uscendo dal concerto di un imperdibile gruppo indipendente al Primavera Festival. Poi c'è il resto di Joni, per esempio la voce.

Joni Mitchell nel 2013. Grab

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Essere etichettata tutta la vita come cantante folk è una delle cose che la fanno andare più in bestia; lei dà la colpa ai primi dischi, io credo che sia colpa della sua voce. In effetti, agli esordi non è il massimo, è acuta e piccina al tempo stesso, non solo per le scelte della tonalità in fase di registrazione. Lo è anche per una non gradevolezza di fondo, ma in ogni caso è riconoscibilissima, che poi è la prima regola per emergere dall'airplay.

Dalla metà degli anni Settanta la voce si fa via via più grave, è mixata meno "fuori" nella base, diventa strumento vero e proprio per trasformarsi in un amalgama meraviglioso di sporcature, raucedine e cupezza, una meravigliosa vaginona che canta, frutto del monossido di carbonio e degli acciacchi della vita. E siccome questa voce nuda canta in maniera così personale non solo di malinconie e rancori d'amore ma anche d'ingiustizie e miserie umane, la Critica la cataloga sotto l'ampia etichetta di "female songwriter", come se per riferirsi a Bob Dylan si dovesse usare la specifica "male songwriter", compiendo un distinguo sessista davvero difficile da farle digerire.

Ma mentre Dylan è suo malgrado un poeta permeato nel Mainstream, Mitchell è una proto-punk che sceglie di vivere ai margini, e nonostante quel che è successo a Glen Matlock—il bassista della formazione originale dei Sex Pistols che venne cacciato dalla band perché colpevole di ascoltare la sua musica—è proprio lei la massima dissacratrice, perché si è posta contro il sistema attraverso quarant'anni di sputi metaforici a quel mondo bianco e fascista, cristiano-integralista e sessuofobo, ipocrita, etnocentrico e inquinante.

E quindi i suoi sputi risultano oggi più efficaci, perché sono volati più in alto di un palco e più a lungo di una moda. Le sue canzoni sono spesso diventate cover di successo per altri interpreti (una su tutte: "Both sides now"), spunti per plagio (il suo di-didì-didì-dididi-dì in "Conversation" del 1970 si trasforma con le stesse note nel du-dudù-dudù-dududu-dù delle colored girls di Lou Reed in "Walk on the wild side" del 1972) o addirittura campioni per hit dance come "Got 'til it's gone" di Janet Jackson, dove Q-Tip rappa (in un raro endorsement per una sorella bianca) chiudendo la bocca a tutti con un definitivo: Joni Mitchell never lies. Mi piace pensare che in questo momento sia in piena ripresa e ritorni nella sua casa una domenica mattina schivando la luce come una Blanche DuBois della sua "Sunny sunday", bestemmi contro gli alieni per il Morgellons e sia, anche per un solo attimo, felice. E scusatemi tantissimo per questo finale alla Saviano.

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