Pubblicità
News

Il manuale del comune di Milano sui graffiti è pieno di idiozie

Tra identikit del writer milanese, termini finto tecnici e generalizzazioni, l'opuscolo "per il contrasto del graffitismo vandalico" è tutto l'opposto di uno strumento per educare i più giovani.

di Leonardo Bianchi
21 maggio 2016, 7:29am


La copertina del manuale anti-graffiti del comune di Milano.

Come abbiamo già scritto, da più di un anno a questa parte il comune di Milano e le forze dell'ordine hanno lanciato una guerra senza quartiere a writer e graffiti. L'interesse nei confronti di questi ultimi—tra task force apposite, schedature e reati associativi—si era già intensificato parecchio in vista di Expo, per poi culminare negli ultimi giorni con gli arresti di diversi membri della crew WCA.

Per quanto possano essere eclatanti, tuttavia, le operazioni di polizia non sono gli unici strumenti messi in campo per combattere il fenomeno. Anche perché, nonostante un simile dispendio di energie e risorse, il codice penale arriva fino a un certo punto.

L'anno scorso, per un attimo, era sembrato che una mobilitazione diretta intorno ai temi del decoro urbano potesse funzionare. La manifestazione " Nessuno tocchi Milano "—tenutasi a pochi giorni di distanza dal corteo No Expo del primo maggio 2015—era stata un successo che aveva visto la partecipazione di circa 20mila persone. Ma iniziative di questo tipo, oltre a essere spesso e volentieri manovrate dalla politica locale, hanno mostrato in fretta i propri limiti—basta pensare alla vicenda dei murales di Pao cancellati dai volontari di ReTake Milano.

Lo scorso 8 maggio si è tenuto un cleaning day con lo stesso slogan. Ma quest'anno, all'appuntamento in viale Monza, si sono presentate meno di venti persone (molte delle quali candidate per le amministrative) e hanno trovato questa "accoglienza" sui muri.


Sempre negli ultimi anni, però, il comune e le associazioni anti-graffiti hanno puntato molto anche su un altro aspetto: quello pedagogico ed educativo. Il tutto, naturalmente, da svolgersi nelle scuole elementari e medie.

Nel febbraio del 2014, ad esempio, Unicef e Associazione nazionale antigraffiti avevano lanciato un ciclo di "lezioni anti-graffiti" per illustrare a centinaia di adolescenti concetti come "vandalismo," "sfida alla legalità" e "graffitismo vandalico." Durante gli incontri, secondo un articolo di Repubblica Milano, si è partiti dai "graffiti lasciati a Los Angeles negli anni Sessanta dalle bande di latinos" per finire "alla deriva vandalica di chi oggi incide con punteruoli le vetrine dei negozi del Ticinese." Al termine del corso i ragazzi avevano organizzato un cleanup, cioè la ripulitura di un luogo della città, con volontari adulti.

Un mese fa, su iniziativa diretta del comune di Milano, sono state riproposte altre "lezioni anti-graffiti." Questa volta, però, è stato divulgato anche il "materiale didattico," ossia un opuscolo prodotto e stampato da Atm (l'azienda dei trasporti milanesi) intitolato FacciAMO bella la città: manuale minimo di educazione civica per il contrasto del graffitismo vandalico . Scritto da Stefano Di Battista, "direttore della rivista degli oratori italiani," e la biologa Fabiola Minorelli—che incidentalmente fa parte dell'Associazione nazionale antigraffiti—il manuale ha l'intento di "educare i più giovani alla differenza tra arte di strada e vandalismo," e sui rischi che si incorrono nel compiere certe azioni.

Che ci sia qualcosa che non va è evidente a partire dal titolo dell'opuscolo e dagli obiettivi, ma non solo. Il manualetto, infatti, è stato pubblicato a pochi giorni dalla morte di un writer di 19 anni—circostanza che l'assessore ai lavori pubblici e all'arredo urbano di Milano, Carmela Rozza, non ha trovato per nulla indelicata; anzi, la tragedia non farebbe che "rafforzare ancora di più la nostra iniziativa," perché "serve costruire una partecipazione positiva."

A giudicare dal contenuto, tuttavia, non si riesce davvero a capire come un concentrato di triti pregiudizi, visioni retrograde e allarmismo possa portare a qualcosa di positivo, o anche a una conoscenza non completamente distorta di un fenomeno complesso come il writing.

L'approccio ideologico dell'opuscolo è lapalissiano fin dalle prime righe. Gli studenti, si legge, devono "ribellarsi a chi imbratta i muri della scuole" e "indignarsi per un graffito su un monumento." Soprattutto, devono capire che esiste una street art buona—quella "legale" e che "chiede il permesso" (e qui viene portato Banksy come esempio, personaggio che notoriamente avvisa la polizia prima di fare una sua opera)—e una street art cattiva, cioè il cosiddetto "graffitismo vandalico."

Nel testo si susseguono poi termini "tecnici," nozioni legali e—probabilmente più per dare l'impressione che chi l'ha scritta ne sappia qualcosa—si tratteggia anche un breve excursus storico con tanto di menzione delle tag negli Stati Uniti degli anni Settanta e di Taki183, considerato uno dei più influenti writer della storia. Chiaramente, è difficile non scorgere l'ironia implicita contenuta in tali riferimenti: se uno come Taki183 fosse attivo a Milano nel 2016, con ogni probabilità sarebbe schedato e pieno di denunce.

A riprova dell'anacronisticità di certe posizioni contenute nell'opuscolo, a un certo punto fa capolino anche una delle teorie criminologiche più reazionarie degli ultimi trent'anni, anche se ormai è abbastanza screditata: quella delle "finestre rotte." A pagina 19 si legge che "un graffito non ripulito in maniera efficace e tempestiva [...] causerà la comparsa di altri graffiti e atti vandalici." In una situazione di questo tipo, dunque, è certo che "si propagherà una diffusa sensazione di anarchia, che condurrà il quartiere (o la città) in una spirale autodistruttiva."

Ma nel manualetto c'è altro: il cosiddetto "profilo del writer." Anche in questo caso, non si tratta di una novità: quel capitolo è preso da un dossier dell'Associazione nazionale antigraffiti risalente al 2014. In quell'occasione, tra l'altro, Minoletti disse che "imbrattare è il pretesto per commettere reati."

Avvalendosi un campione di 286 persone identificate dal nucleo di tutela del decoro urbano della polizia municipale, verrebbe fuori che "il 30 percento dei writer analizzati ha genitori separati o divorziati, mentre il 22 percento è figlio di stranieri." In più, dalle indagini si sarebbe accertato che "i muri della camere" dei writer "sono tappezzati di loro tag." Nulla di strano, no? E invece, per chi ha scritto l'opuscolo, questo porta a un'inferenza inquietante che vale la pena citare interamente: "Ciò significa che le famiglie erano a conoscenza delle attività d'imbrattamento, ma hanno preferito chiudere gli occhi. Le giustificazioni più frequenti dei genitori che si ritrovano ad avere a che fare con le forze dell'ordine sono: 'In fondo non fa del male a nessuno... Piuttosto che si droghi... È solo disagio giovanile'."

Non sorprende che un "identikit" del genere—infilato in un documento ideato da un'istituzione pubblica e distribuito nelle scuole—abbia sollevato polemiche piuttosto accese. Atomo, storico writer milanese, aveva parlato di "una vera e propria criminalizzazione alla Lombroso. Non solo il graffitaro, il ragazzino che non ha più di 18 anni, viene indicato come diverso, deviante e criminale, ma vengono pure fatte supposizioni sulla sua vita privata."

L'opuscolo non sarebbe piaciuto nemmeno agli studenti coinvolti nell'iniziativa. Stando a un articolo di Repubblica pubblicato ieri, "leggendo queste affermazioni più di un ragazzo nelle scuole medie milanesi è andato a protestare con i professori."

Di fronte a questo scetticismo, l'assessore Carmela Rozza ha dichiarato che "non si voleva dare giudizi personali su nessuno, [...] se qualcuno si sente offeso mi spiace. Ma bisogna fare una chiamata di correità anche verso i genitori che non vigilano. Per combattere questo fenomeno bisogna impegnarsi tutti."

Ed in effetti, non si può certo imputare all'assessore la mancanza di impegno. All'inizio di aprile, nel corso di un cleaning day in 60 scuole di Milano, Rozza aveva imbrattato con della vernice bianca la portiera di un'auto in divieto di sosta perché intralciava il lavoro dei volontari. "Non è stato un atto vandalico," si era poi giustificata, ma "un atto di legittima difesa, [...] un modo per sottolineare il disappunto."

Ecco, è davvero un peccato che non ci fosse abbastanza spazio per inserire un episodio del genere nell'opuscolo, dato che alle fine sarebbe stato un ottimo incentivo a "ribellarsi a chi imbratta."

Ma al di là di questo, l'opuscolo e tutto quello che gli gravita attorno illuminano una serie di interessi simbolici e materiali che stanno dietro a ogni campagna antigraffiti. Il punto è che—secondo Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, autori del recente saggio Graffiti. Arte e ordine pubblico—iniziative del genere fanno comodo un po' a tutti.

I sindaci "cercano e guadagnano consenso a buon mercato," le associazioni ci guadagnano in visibilità e proseliti," i cittadini "hanno qualcosa di cui lamentarsi" e la politica trova facili capri espiatori, dando così l'impressione di aver risolto il "problema" una volta per tutte—quando in realtà non ha risolto proprio nulla, né "educato" i giovani sul tema.

Segui Leonardo su Twitter

Segui la nuova pagina Facebook di VICE Italia: