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Música

Ti ricordi il Record Store?

In ottemperanza allo spirito originario del Record Store Day, ecco un breve excursus sui negozi di dischi di una città italiana come tante - cos'erano, come campavano e cosa sono diventati.
21 aprile 2012, 12:00pm

Il 21 aprile è il Record Store Day. Ogni anno diventa un appuntamento sempre più importante, uscite dedicate e cose simili, sponsorship a cura di babbioni contrari alla pirateria digitale ma favorevoli a calpestare la strada mostrataci da Stib Jobs. In ottemperanza allo spirito originario, ecco un breve excursus su chi e cos’erano i negozi di dischi della mia città, come riuscivano a campare e cosa sono diventati dopo la chiusura. Non credo ci sia una grandissima idea di rinnovamento dietro. I dischi continua ad aver senso comprarli solo nei negozi di dischi: ve la spiegherei, ma poi dovrei uccidervi.

Il mio preferito si chiamava Righi Music. Stava in un buchetto in via Fantaguzzi lungo e stretto e aveva i dischi allineati su due sole file—ergo, non teneva quasi nulla di decente, per lo più roba heavy metal becerissima e rock del cazzo stile cloni dei Nirvana. Il tizio che lo gestiva era quanto più di vicino ad un venditore ci sia nei negozi di dischi: la sua particolarità era che non si intendeva quasi per niente di musica. Immagino fosse un negozio nato per capitalizzare indirettamente il successo di tutte le Castelline Pasi che Dio mandava in Romagna. Non ho MAI trovato un disco che volessi comprare, ma il gestore mi ha sempre proposto un’alternativa plausibile basata sull’affinità fonetica del gruppo.

“Sto cercando il disco nuovo degli Helmet”.
“Non li ho gli Helmet, ho gli Helloween.”
“Oh. No, grazie.”
“Guarda che sono bravi.”

Righi ci ha lasciato le penne relativamente presto, forse a fine anni Novanta, immagino vittima di una sostanziale impermeabilità della sua figura alla musica contemporanea e all’idea che Castellina Pasi non vendesse più come un tempo. Lo stabile è occupato da un negozio di vestiti da donna, quegli abiti molto frapposi che somigliano un po’ alle meringhe. La mia morosa ci ha comprato qualche vestito. La padrona del negozio è molto compiacente. Sognava di fare l’estetista, campa vendendo collezioni speciali e stock.

Sound&Visions lo conobbi ai tempi in cui il noleggio dei CD era consentito. Il noleggio dei CD è (a tutti gli effetti) la nonna del file-sharing: per qualche migliaio di lire ti noleggiavi un disco per due giorni, lo passavi in cassetta e lo riportavi al negozio. Le multinazionali della musica ADORAVANO il preascolto: dopo qualche mese di bagordi il noleggio dei CD era diventato illegale e i negozietti se l’erano presa nel culo. Poco più giù c’era un videonoleggio che aveva provato a usare la formula “vendita in prova” (mettevi in gioco una caparra, portavi a casa il disco, tornavi in negozio, dicevi che ti aveva fatto cagare e il negozio ti rifondeva gran parte della cifra; una pastocchia che è durata tipo tre settimane). Per un certo periodo, Sound & Visions, nella persona del tizio moro che lo gestiva, si prendeva la sbatta di doppiarti il CD in cassetta per una cifra ragionevole. Quando ho comprato un lettore CD, il primo negozio in cui mi sono fiondato è stato Sound&Visions. Il primo disco che ho comprato non ve lo dico perché mi vergogno come un cane. Il tizio moro imparava i tuoi gusti, ti piazzava davanti sei o sette CD nuovi, li ascoltavi in un lettore portatile e decidevi per il meglio. Ho avuto maestri di vita peggiori.

Sound&Vision era uno sgabuzzino di sedici metri quadri a dir molto. Verso metà dei Novanta, potrei sbagliare, si allargò allo sgabuzzino di fianco. Fu un discreto momento di fotta: più dischi di gruva, più menate etniche, cassettoni dell’usato eccetera. Verso il 2005, ma anche qualche cosa prima, Sound&Visions cambiò gestione e fu preso da due ragazzetti metallari dei quali si diceva facessero i dj in un bagno a Marina di Ravenna specializzato in punk, metal e rock del cazzo. Ho comprato una dozzina di usati e ho tolto le tende, mentre in vetrina vedevi assottigliarsi la riserva di CD ed ingrandirsi il settore magliette e vari. Oggi al posto di Sound&Visions c’è uno di quei negozietti che ti stampano le magliette a richiesta: messaggi tipo FORZA CESENA (è importante avere una maglietta che sostiene la città in cui vivi) in PVC verde fosforescente. Mai entrato. I negozi attorno sono un Compro Oro, un’agenzia immobiliare, un’ottica discount, un negozio di stereo professionali. Di fronte c’è il miglior posto per le birre che abbia mai aperto a Cesena, lo frequento su base bisettimanale. Peso dieci chili in più della prima volta che ci ho messo piede. Ho scoperto negli anni dell’università che a Bologna la Phonoteca continuava in qualche modo a noleggiare i CD, il che (nell’epoca in cui Verbatim fatturava più di Apple e Microsoft assieme) era una bella bazza. Non ho mai vissuto a Bologna.

Poco prima del ponte vecchio c’era un negozio sulla sinistra, più o meno di fronte al cinema Jolly. Trattava CD nuovi e usati, ma non ero solito andarci. L’unico ricordo delle tre o quattro volte che sono entrato è che ci si lamentava sempre di tasse, governo, meteo, assenza di fica e altre cose simili. Mai della qualità media dell’indie rock contemporaneo, ma c’è da dire che il negozio ha chiuso i battenti prima che l’indie rock iniziasse a fare davvero schifo.
Verso fine anni Novanta aveva aperto un negozio di dischi usati, compro e vendo, anche quello di fronte all’ex mercato ortofrutticolo. Ci entrai solo una volta, c’erano altre quattro persone e una puzza di scorreggia insostenibile. Mi accattai un disco dei Birthday Party e uscii a gambe levate. Detesto i Birthday Party, roba da studenti di antropologia del design ecosostenibile.

Deejaymix era una specie di paradiso dei gabber, specie estintasi più o meno quando si estinse anche Rifondazione Comunista. Era un negozio da cui nacque un’etichetta, o una serie di etichette, specializzate in roba col beat. In realtà Deejaymix teneva quasi tutto lo scibile umano, ivi compreso qualche disco che interessava a me (anche se a onor del vero non sono mai stato un fanatico dell’aria che si respirava in negozio: una manica di gente con competenze specifiche con una buonissima opinione della loro clientela fissa, non so perché non sono mai riuscito ad entrare in sintonia). Il più alla mano era tale Antonio, un sandrone che era possibile veder suonare dischi in qualsiasi locale e che mi consigliava almeno dieci dischi ogni volta che entravo in negozio. Tutti di sua sponte e (non so come mai) tutti ORRIBILI, tipo Fleet Foxes o roba DFA. Deejaymix aveva perso molta della sua attrattiva passando dalla situazione vagamente berlinese del vecchio magazzino (un capannone in una zona industriale verso Tipano dove avevano paura d’imboscarsi anche le nutrie) a un salone con vetrina panoramica poco dopo il mercato ortofrutticolo, circondato da concessionari invece che da sfasciacarrozze. Una volta ero in visita a Milano e mi sono fatto portare in un negozio di dischi: il tizio che mi ospitava mi ha portato in una filiale di Deejaymix. Mi sentii figo.

Deejaymix è stato mangiato dalla crisi e dai concessionari. Quella vetrina era semplicemente troppo fighetta per non metterci dentro una Freemont o qualche altra mostruosità su cui buttar via due anni di stipendio: ha chiuso forse un anno fa. Non ho partecipato alla liquidazione. Credo che anche la filiale milanese abbia chiuso i battenti.

Nella galleria dietro piazza della Libertà, all’altezza del Bar Roma, aveva aperto un negozietto tirato a lucido, credo abbia resistito un annetto. Era specializzato in rock un po’ pesante e un po’ generico, non aveva fatto nessuna scelta di campo, non aveva prezzi di richiamo in vetrina, teneva cartonati che non ti dicevano nulla. È finito gambe all’aria nel giro di pochissimo. Al suo posto non c’è niente, l’ennesima vetrina vuota dentro una galleria che aspetta di diventare un monopolio del vivere bene cinese in centro a Cesena.

Nell’altra galleria, quella a sinistra di palazzo del Capitano, c’era Francolini. Francolini era IL negozio di dischi di Cesena, questo quando ho iniziato a concepire l’idea di negozio di dischi. Era il negozio in cui potevi andare a comprare le cassette dei Guns’n’Roses e dei Metallica. Be', le potevi comprare in cambio di una cresta piuttosto pesante. Alcuni CD li ho pagati trentottomila lire, vuol dire più o meno un cambio alla pari con l’euro attuale ma VENT’ANNI FA. Dà da pensare. Aveva fama di spilorcio, non so davvero come mai. Ha chiuso prima di quasi tutti e nel farlo—per quanto mi riguarda—ha sancito la fine dell’epoca del comprare dischi. Da lì in poi tutti sapevano quanto doveva costare un CD. Oggi sono tutti sgamati. Oggi comprano i Baroness in offerta a cinque euro su Amazon e pensano che pagare cinque euro un disco dei Baroness spedito a casa sia un buon affare. Dalla vetrina di Francolini, che una volta occupava due lati della galleria per intero, vedevi gli uffici di un’immobiliare e uno spazio sfitto. È un pezzo che non ci ripasso.

Oscar ha aperto in centro a Cesena, in fondo a una traversa di Corso Sozzi costeggiata da Stefanel e Benetton. Deve risalire al 2000 circa, anno più anno meno. Il negozio in realtà si chiama Rev Up o Doubledrake o tutte e due le cose, però quasi tutti quelli che ci comprano dischi lo chiamano semplicemente “da Oscar”. Il gestore si chiama Oscar, è un arnese di lungo corso dell’ascoltar musica cesenate, ha un passato piuttosto oscuro di dj-conduttore radiofonico e chissà cos’altro. Oscar resiste fiero e immarcescibile alle intemperie, con prezzi relativamente bassissimi sull’usato e promozioni in quantità. Cambia la disposizione dei CD ogni tre mesi. Ho comprato una raccolta dei primi cinque anni di Rumore, rilegati da lui stesso con criterio e cura mentre la rivista usciva, e li ho regalati a mio fratello per il compleanno. Non credo gli farò mai un regalo più gradito. Oscar resiste, la gente compra dischi, ogni tanto qualcuno gli riporta una novità che gli ha fatto schifo e lui la rivende a due lire. Davanti all’ingresso c’è un bancomat.

Recentemente a Cesena hanno aperto le solite catene di librerie in franchising. Tengono anche qualche CD, soprattutto la Feltrinelli in piazza della Libertà. Comprare dischi in libreria non vi farà guadagnare punti come compratori di libri e di sicuro non ve ne farà guadagnare come compratori di dischi.