Due esperti ci spiegano meglio il documentario Netflix sulla pesca intensiva

Seaspiracy è un documentario Netflix sui danni della pesca intensiva. Per capirne di più abbiamo sentito un biologo marino e un professore di biochimica.
Andrea Strafile
Rome, IT
documentario pesca intensiva seaspiracy
Immagine logo Seaspiracy via Neflix

Secondo un rapporto della FAO, dal 1990 al 2018 il consumo di pesce è aumentato del 122 percento, la pesca in mare del 14 e l’acquacoltura del 527 . 

“Nel mondo solo il 30 percento dei mari è tutelato e controllato. Ed è possibile praticare la pesca solo nel 5 percento di questo 30 percento,” dice Richard Oppenlander (autore di Food Choice and Sustainability) in Seaspiracy, il documentario Netflix sulla pesca intensiva che ha fatto molto discutere. Il nome vi suggerirà forse un altro documentario che smantella le pratiche di allevamento su terra, Cowspiracy, del regista Kip Andersen che infatti qui appare come produttore.

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Il regista Ali Tabrizisuo anche il documentario Vegan del 2018—ha l’obiettivo di scardinare alcune convinzioni che abbiamo sulla pesca, sull’inquinamento dei mari, e sull’effettiva possibilità che esista una pesca sostenibile.

Perché il Seaspiracy ci ha colpito così tanto?

Semplice: non siamo così abituati a sentir parlare di pesca intensiva o di pesca sostenibile. Forse perché inconsciamente siamo portati a credere che i pesci, a differenza di mucche, polli e maiali, non siano dei veri e propri animali. Forse perché la pesca è qualcosa che accade lontano dagli occhi di tutti. O perché riteniamo che il numero dei pesci sia infinito. Spoiler: non lo è—e siamo molto vicini a finirlo.

In una sequenza ben pianificata, Ali Tabrizi parte dal problema della caccia selvaggia a balene e delfini per arrivare a quello degli enormi pescherecci che tirano su con le reti quantità di pesce inimmaginabili, dalla farsa dei bollini e delle certificazioni che dovrebbero garantire una pesca corretta (che non uccide altre specie come gli squali) al dramma delle reti che finiscono in mare e quindi negli stomaci dei pesci più grandi, incidendo sull’inquinamento causato dalla plastica monouso più di cannucce o buste. Un aspetto davvero cupo, come quello dello sfruttamento umano, con un breve spaccato sulla schiavitù sulle navi e i sospetti omicidi di controllori in alcuni paesi del Sud Est asiatico, il cui compito è andare sulle barche per garantire la legalità del lavoro. Il tutto per dire che con la pesca intensiva stiamo causando in larga parte la distruzione dell’ecosistema, minando anche il lavoro dei pescatori locali, che devono lottare contro enormi pescherecci che “finiscono” il pesce provocando gravissime carenze di cibo nei loro paesi. 

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Il concetto è molto semplice e insieme complesso: se cambi gli equilibri di una catena alimentare, l’ecosistema sballa, come in qualunque intromissione

Su questo ho sentito telefonicamente Costantino Vetriani, professore di Biochimica e Microbiologia alla Rutgers School of Environmental and Biological Sciences, che mi ha detto qualcosa in più sull’importanza dell’ecosistema marino per la salvaguardia del pianeta e del cambiamento climatico: “Il concetto è molto semplice e insieme complesso: se cambi gli equilibri di una catena alimentare, l’ecosistema sballa, come in qualunque intromissione. Come funziona per le foreste, anche gli organismi fotosintetici del mare come alghe e cianobatteri generano ossigeno attraverso la fotosintesi.” Costantino continua dicendomi che forse noi non ci pensiamo, perché non sono piante che vediamo tutti i giorni, ma la flora marina supera in quantità nettamente quella terrestre. E tra razzia di pesci e raschiamento dei fondali, anche a causa della pesca a strascico, non le stiamo facendo propriamente del bene.

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E come funziona la pesca in Europa?

In Italia è più facile: il fatto di essere circondati da un mare chiuso in sé stesso non permette troppo l’utilizzo di enormi pescherecci.

I punti più scioccanti del documentario sono certamente quelli che riguardano la quasi estinzione di alcune specie—ad esempio il tonno rosso, di cui rimane meno del 3 percento—e di come enti che dovrebbero salvaguardare la vita degli oceani siano in realtà parte di un sistema corrotto, o facilmente corruttibile, che permette ai pescatori di pescare come vogliono abbastanza indisturbati.

Nel mondo non sono molte le zone di pesca veramente regolamentate. L’Europa è una di queste, sebbene poi alcuni pescherecci europei vadano a fare razzia anche in altri mari, come quelli di fronte le coste africane (nel documentario vediamo il caso del Senegal).

Nel regolamento europeo, però, figurano quantità massime di tonnellate di pescato, delle quali tutto il pesce (e non solo quello più vendibile) deve essere immesso sul mercato. La cosiddetta pesca secondaria (ovvero quello che incidentalmente viene pescato insieme a pesci più “richiesti” come branzini e orate) diventa, nella maggior parte dei casi, ingrediente principale per il nutrimento di pesci d'allevamento. Prima di questa legge era possibile, in quel limite di tonnellate, selezionare il pesce. 

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Il problema in Europa però esiste, soprattutto nei mari aperti, come nelle zone islandesi o scozzesi, dove la pesca è ancora soggetta a incursioni illegali. Nel lavoro del regista Ali Tabrizi è onnipresente proprio il tema di quanto sia facile aggirare, in mare aperto, leggi e divieti, e del mancato controllo che si ha di quello che succede su una nave da pesca industriale.

Altro discorso ancora è quello dell'Italia, in cui i fermi biologici riescono a gestire, almeno in parte, la riproduzione costante delle specie. Un palliativo che comunque a volte viene aggirato, anche se non così spesso, dato che il Mediterraneo è un mare “chiuso” e quindi più controllabile.

Esiste dunque una pesca sostenibile?

A conclusione del tutto, l’autore di Seaspiracy vuole porsi e porci una domanda: in un sistema abbastanza incontrollabile e che genera miliardi di profitto, è possibile una pesca sostenibile? 

La risposta per Ali sembra essere—in ovvio tema catastrofista—un secco no. L’unico modo per salvare il pianeta, per lui, è non mangiare pesce. Il documentarista infatti liquida il tutto dicendoci “Siate vegani. Scegliete un fish and chips a base vegetale.” La soluzione sembra un filo troppo semplicistica e inattuabile: convertire tutta la popolazione mondiale a un’alimentazione vegana è utopistico e probabilmente non risolverebbe alcuni problemi ambientali. Oltre al motivo per me inspiegabile per cui dovrei sentirmi sollevato a mangiare pesce finto, la cosa che genera maggior sconforto è che la questione principale, quella in cui siamo noi a scegliere le sorti della pesca, viene liquidata in maniera un po’ troppo facile. 

Così mi sono posto anche io la stessa domanda del regista di Seaspiracy: è possibile avere una pesca sostenibile? Mi era capitato di andare con uno chef ad un’asta di pesce locale e mi era sembrato fosse assolutamente possibile. Ma per fugare ogni dubbio ho sentito un biologo marino. 

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“La pesca sostenibile per me esiste,” mi dice Enrico Biolchini, che ha lavorato a un progetto europeo ed è anche autore di un libro di ricette da farsi con pesce sostenibile, Il Pesce Giusto. “Innanzitutto in Italia è più facile: il fatto di essere circondati da un mare chiuso non permette troppo l’utilizzo di enormi pescherecci. In più quello che bisogna fare è abbandonare le specie che siamo troppo abituati a mangiare e che dominano il mercato.” Tra fermi biologici, stagionalità (che bisognerebbe seguire al pari di quella di frutta e verdura: è il periodo in cui le specie si riproducono) e pesci cosiddetti di pesca secondaria, si può mangiare del pesce che non alimenti la pesca industriale che vediamo nel documentario.  

“I dati sulle specie cambiano in continuazione,” mi dice Enrico, “ma in linea di massima sul 70% del pesce pescato, solo il 15% è quello che il mercato chiede. Parliamo di tonni, branzini, salmoni, sogliole e orate. Bisogna cambiare le abitudini delle persone per cambiare le leggi del mercato.” 

Ad esempio scegliendo l’alalunga o la palamita al posto del tonno, che ne sono praticamente cugini. Prendere pesci di provenienza italiana, scegliere pesci che altrimenti non avresti scelto, tipo il pesce spatola. Evitare i gamberetti, che vengono quasi esclusivamente dai grandi banchi di pesca asiatici e poco controllati. E molto altro ancora.

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